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Perché l’Oms ha chiamato Sars-Cov-2 il virus di Wuhan?

di

Organizzazione mondiale della Sanità oms

Sars-Cov-2. L’approfondimento di Marco Orioles sulle tensioni fra Trump e l’Oms

Che l’offensiva della Casa Bianca contro l’OMS e il suo n. 1 Tedros Adhanom Ghebreyesus si debba anche a quell’etichetta di “virus cinese” che lo stesso presidente e molti suoi collaboratori avevano caparbiamente usato più volte incorrendo nell’ira, oltre che di Pechino, della stessa OMS?

Le ragioni per cui The Donald e soci vogliono la testa dell’ex ministro etiope sono, come sappiamo, altre: essere stato anzitutto troppo indulgente con un Paese, la Cina, accusata da più parti di aver orridamente barato con il Covid-19 mettendo la salute del mondo a repentaglio, ma soprattutto essere lui stesso espressione di un regime che nel 2017 puntò sulla sua candidatura nell’impossibilità di piazzare un proprio uomo al vertice dell’Oms.

Eppure, leggendo tra le righe delle cronache di questi mesi segnati dalla lotta al Coronavirus, il frequente ricorso da parte di Trump e uomini vicini a lui di espressioni come “virus cinese” o “virus di Wuhan”, e le conseguenti reazioni furibonde di Pechino, non paiono un aspetto di secondo piano, tanto più se l’OMS – pur in ciò rispettando le sue stesse best practices – ha preso le difese della Cina criticando l’America e il suo presidente.

È dal 2015 che la maggiore organizzazione sanitaria internazionale ha deciso di non usare più toponimi per battezzare le nuove infezioni batteriche o virali, nella convinzione che tale pratica fino ad allora molto comune – basta pensare all’Ebola che prese il nome dall’omonimo fiume del Congo presso cui fece la sua apparizione, o a Zika che lo prese dalle foreste dell’Uganda in cui fu localizzato – provochi indebite reazioni razziste e “creino ingiustificate barriere ai viaggi e al commercio”.

Fresca era la memoria di quel che successe in Egitto nel 2009 in occasione dell’epidemia di peste suina: il massacro dell’intera popolazione suina del paese nel disperato tentativo di sradicare la malattia (ma con la sicura quanto nefasta conseguenza di lasciar marcire i cumuli d’immondizia che decorano tradizionalmente le città sul Nilo).

Fu insomma per scongiurare reazioni irrazionali che l’Oms decise che da quel momento le nuove malattie dovessero essere nominate facendo ricorso a termini descrittivi relativi ai sintomi (respiratorio, neurologico, ecc.) o alla eventuale presenza di un patogeno noto (“nuovo coronavirus”, “SARS-CoV-2”).

Naturalmente il passo dalla correttezza scientifica a quella politica è breve. E non può sorprendere, in questo senso, che i primi a violare la nuova prassi dell’Oms in occasione dell’attuale pandemia siano stati proprio coloro che sono considerati la nemesi della correttezza politica: i trumpiani.

Per quanto circolasse sottotraccia da tempo, l’espressione “virus di Wuhan” fa il suo esordio sulle frequenze di Fox News il 6 marzo dalla viva voce del Segretario di Stato Mike Pompeo.

Che alla richiesta di spiegazioni del conduttore, rispose che l’espressione era giustificata perché sono stati gli stessi funzionari di Pechino ad ammettere le origini cinesi del virus. “Non prenda per buona la mia parola, ma la loro. Su questo punto hanno ragione”.

La reazione furente di Pechino non si è fatta attendere. Nella conferenza stampa quotidiana del giorno dopo, il portavoce del Ministero degli Esteri Geng Shuan definiva “spregevoli“ le parole di Pompeo in quanto “non rispettano la scienza e la decisione del WHO” che ancora non si erano pronunciati sull’origine del virus.

Dalla sua prospettiva, l’ira del portavoce era quanto mai giustificata. Come avrebbe successivamente rivelato un rapporto dell’Atlantic Council’s Digital Forensic Research Lab rilanciato da Axios, a poche ore dall’apparizione televisiva di Pompeo la circolazione nel web di espressioni come quella usata dal Segretario di Stato o quella alternativa “Coronavirus cinese” aumentava dell’800%.

L’istituto ha poi registrato un ulteriore incremento nei due giorni successivi, quando le due espressioni  hanno fatto la loro comparsa in rapida sequenza nei profili Twitter del deputato repubblicano dell’Arizona Paul Gosar e del leader del GOP alla Camera Kevin McCarthy.

Ma i fuochi d’artificio veri e propri sono arrivati solo quando, il 9 marzo, nella timeline Twitter di Trump fa la sua apparizione il retweet del cinguettio di Charlie Kirk, fondatore di Turning Point USA, dove sono incorniciate a bella posta le parole “virus dalla Cina” (che, aggiunge il mittente, “si sta spargendo in tutto il globo”):

 

È a quel punto che Pechino decide di non starci più e – quando il calendario segna il 13 marzo – lanciare la propria controffensiva, che per quanto sia affidata ad un funzionario non certo di primo piano degli Esteri appare quanto mai velenosa e contundente:

Ma non è solo a questo tweet solitario e complottista che si è affidata la reazione di Pechino.

All’epoca il Daily Beast entrò in possesso di alcune comunicazioni riservate del governo cinese che documentavano l’esistenza di una vera e propria campagna lanciata per screditare l’amministrazione Trump e le sue presunte illazioni cristallizzate in quel lessico inaccettabile.

Un esempio riportato dallo stesso Daily Beast sono le affermazioni rilanciate da molti media di regime del dott. Zhong Nashan, esperto di malattie respiratorie che si è guadagnato una buona dose di notorietà e rispetto per il lavoro condotto al tempo della SARS. Un credito che Pechino ha deciso di sfruttare per amplificare la sua convinzione che non vi sia “alcuna prova” dell’origine cinese del Covid-19 e che chi ciononostante è saltato a facili conclusioni sia semplicemente un “irresponsabile”.

In America, tuttavia, i moniti di Pechino non solo venivano ignorati e il concerto sul virus cinese proseguiva imperterrito.

Si segnalano, a tal proposito, il fotografo del Washington Post riuscito a catturare un dettaglio del bloc notes di Trump: la parola “corona” del termine “coronavirus” segnata con un tratto di matita e la parola “cinese” sovrascritta al suo posto.

Oppure la testimonianza via Twitter di Weijia Jiang, corrispondente (di origini cinesi) della CBS che il giorno 17 avrebbe udito un non meglio precisato funzionario della Casa Bianca usare l’espressione “Kung Flu”.

Ma 17 e soprattutto 18 marzo sono i giorni in cui la battaglia dei nomi in America si fa incandescente a colpi di tweet trumpiani:

 

È a quel punto che la stampa Usa, e segnatamente quella progressista che non si capacita (da tempo) delle libertà linguistiche del presidente, gliene chiede conto e ragione, sentendosi rispondere che usare l’espressione virus cinese “non è per niente razzista. Per niente. (Il virus) viene dalla Cina, ecco perché. Voglio essere accurato”.

E a chi gli fece presente i rischi per la comunità asiatico-americana, The Donald replicò seccamente che “no, niente affatto. Penso invece che siano d’accordo (con me) al 100%. Viene dalla Cina. Non c’è niente di cui non essere d’accordo”.

Ma è nella parte successiva della conferenza stampa che Trump fornì la spiegazione più esaustiva, sottolineando che Pechino “ci avrebbe potuto avvertire molto prima” di questa malattia. “Io so da dove è venuta”, fu la sua conclusione, “ma non so se voi pensiate che la Cina sia da biasimare”.

Non sarebbe passato molto tempo prima che, in modo non certo solitario, il direttore esecutivo dell’Oms Mike Ryan attaccasse il presidente ricordando che “i virus non conoscono confini”.

Ma lungi dal farsi intimidire, la Casa Bianca pochi giorni più tardi sferrava il colpo più letale, boicottando la dichiarazione congiunta della ministeriale degli Esteri del G7 per via del rifiuto di tutti gli altri di riferirsi al Covid-19 come al “virus di Wuhan”.

Ma proprio quando più forte era il vento, la tempesta si è chetata all’improvviso determinando la sparizione dai radar delle espressioni tanto deprecate dalla Cina.

Più che alle difficoltà incontrate dalla stessa America nella gestione di un’emergenza che nel frattempo aveva travolto anche l’amministrazione Trump, il merito della tregua andrebbe attribuito secondo il Daily Beast alla cordiale telefonata intercorsa alla fine di marzo tra Trump e Xi Jinping.

Una conversazione dove, se dobbiamo prestare fede ai due “U.S. officials” al corrente dei suoi contenuti consultati dal giornale, il secondo uomo più potente del mondo ha sollecitato l’ego del suo collega tessendo l’elogio della risposta americana all’emergenza Covid-19.

Il risultato, stando a altri due “senior Trump administration officials”, è stato che al Dipartimento di Stato è cessato d’incanto il coro di critiche alla Cina per la mancata trasparenza sulla gestione dell’epidemia. Persino nei cablo diplomatici in partenza da Foggy Bottom non vi sarebbe stata più traccia dell’espressione “virus cinese”, sostituita dalle più neutrali “Covid19” o “Covid”.

Questa sarebbe dunque una storia a lieto fine se non fosse intervenuta nel frattempo la nuova polemica contro l’Oms e il suo direttore generale, che ha riportato prepotentemente in primo piano le accuse americane contro Pechino.

Una tregua di dieci giorni è insomma il massimo che le due superpotenze rivali si possono concedere nel momento in cui non trovano un’intesa nemmeno sul nome del virus che ha messo in ginocchio entrambi i Paesi.

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