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Come e perché Trump (e non solo) picchia sull’Oms

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Tutte le accuse che arrivano dagli Stati Uniti contro l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità). L’approfondimento di Marco Orioles

Se la Cina pensava di scampare dalla furia trumpiana grazie agli aiuti concessi agli Usa per la lotta al Covid-19 e ad una raffinata offensiva di public diplomacy che la sta dipingendo come una superpotenza benevola che – dopo aver virtuosamente sconfitto il male scaturito dai pipistrelli di Wuhan – supporta tutte le nazioni stremate dal virus, era del tutto fuori strada.

L’America trumpiana non solo non dimentica, ma alza il tiro e vuole ora la testa di un uomo, il n. 1 dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus, sul cui capo pendono tre accuse una più grave delle altre: aver gestito malissimo l’emergenza Coronavirus, aver blandito la Cina anziché massacrarla per le sue clamorose inadempienze, e soprattutto essere lui stesso il cavallo di Troia del regime di Pechino.   

L’offensiva della Casa Bianca contro il microbiologo ed ex ministro etiope che dal 2017 guida la maggiore istituzione sanitaria internazionale comincia da ben prima di quando, martedì scorso, Trump ha scagliato via Twitter una bordata ad un’organizzazione accusata rispettivamente di essere “molto sino-centrica” (nonostante riceva circa il 10% dei suoi fondi dal Tesoro Usa) e di  aver fallito miseramente (“really blew it”) nella missione di contenere il Covid-19 (come dimostrato dall’incomprensibile avviso mandato al suo stesso governo all’alba dell’emergenza in cui si deplorava la sua decisione di chiudere gli Usa ai voli dalla Cina).

Affermazioni su cui The Donald ritornerà nelle ore successive per ribadire sostanzialmente il punto e soprattutto la minaccia sottostante: l’America valuterà l’interruzione dei finanziamenti (“we will look at ending funding”) ad un carrozzone che “ha minimizzato fortemente la minaccia” del Coronavirus e che “sembra essere molto sino-centrico” (ovvero “sembra tendere sempre dalla parte della Cina”)

Ma più che il do di petto di un tenore, le note anti-Who di The Donald sono una voce di un fitto coro che conta tra le sue fila l’astro nascente del Partito Repubblicano Liz Cheney (per la quale l’Oms agisce come “un burattino del Partito Comunista Cinese”).

Vi si trova poi anche il potente collega senatore e gran confidente del presidente Lindsey Graham, che in qualità di presidente della commissione che alloca i fondi del governo Usa anche all’Oms ha fatto sapere agli americani martedì dalle frequenze di Fox News che non un cent dei loro soldi sarà più destinato a questa organizzazione “ingannevole e lenta” (e popolata da “apologeti della Cina”) fino a quando non vi sarà un cambio di leadership.

A sparare contro l’Oms non sono però solo i vertici repubblicani, ma anche i soldati semplici: dal senatore della Florida Rick Scott (per il quale se l’organizzazione “avesse fatto il proprio lavoro, tutti avremmo reagito più prontamente), al collega del Wisconsin Ron Johnson (che in quanto membro della commissione sulla Sicurezza Interna ha già fatto sapere al suo presidente Scott di essere d’accordo di aprire un’indagine sulla risposta dell’Oms alla pandemia), al senatore e presidente della commissione Affari Esteri Jim Risch (anch’egli favorevole all’avvio di un’inchiesta), alla senatrice dell’Arizona Martha McSally (che vuole le dimissioni di Tadros), fino all’ex candidato alla nomination presidenziale repubblicana Ted Cruz (per il quale l’Oms “ripete a pappagallo la propaganda cinese”).

Ma le critiche sono piovute, per quanto più blande, anche da ambiti extra-politici. Spicca su tutte l’osservazione fatta mercoledì in tv dalla coordinatrice della task force governativa anti-Coronavirus, Deborah Brix, anche lei convinta che sia opportuno – anche se, ha precisato, solo quando l’incubo del Covid-19 sarà alle nostre spalle – indagare sul modo con cui la Cina ha trasmesso le informazioni sull’emergenza e su come l’Oms abbia trattato i rapporti trasmessi dalle autorità di Pechino, nell’ipotesi che tutto ciò – parola di Brix –  abbia “ritardato la possibilità di dichiarare questa pandemia globale un’emergenza”.

Persino tra gli esperti indipendenti c’è chi è insoddisfatto dell’operato dell’Oms. The Hill ha ad esempio chiesto un giudizio a Yanzhong Huang, senior fellow for global health al Council on Foreign Relations di New York, per sentirsi dire che l’organizzazione “avrebbe potuto prendere un approccio più equilibrato nel valutare, commentare e reagire alla risposta cinese” all’emergenza.

Se il fumo che si sta sollevando dalla graticola in cui è finita l’Oms è tanto, dov’è l’arrosto? Quali precise colpe sono imputate all’organizzazione di Tedros?

I fatti sono pochi ma circostanziati.

Sono, anzitutto, il tweet del 14 gennaio con cui l’Oms dichiarava di non possedere “chiare prove della trasmissione da uomo a uomo” del Covid-19.

https://twitter.com/WHO/status/1217043229427761152

Peccato che solo pochi giorni dopo l’ufficio del Pacifico Occidentale della stessa organizzazione sostenesse l’esatto contrario.

Se già questo errore risulta imperdonabile, che dire dell’apprezzamento per l’“impegno alla trasparenza” della Cina fatto via Twitter da Tedros in un momento – siamo sempre a gennaio – in cui si diffondevano a macchia d’olio notizie sugli sforzi fatti dal regime per coprire le reali dimensioni del contagio?

 

Il tweet in questione, peraltro, contiene un aggravante, essendo stato digitato pochi giorni dopo la visita di Tedros in Cina dove sarebbe stato lo stesso Xi – questo, almeno, si capisce leggendo il cinguettio – a persuaderlo della buona fede del regime.

Tanto è bastato per far scattare negli Usa – sebbene a scoppio ritardato – la gogna per Tedros e l’Oms, che il columnist di Business Insider Anthony L. Fisher ha definito  dei propalatori seriali di “menzogne”.

Contrariamente alle convinzioni di Tedros e ai tweet partiti dall’account dell’organizzazione, scrive Fisher, copiose notizie arrivate dalla Cina in questi mesi hanno ampiamente documentato come “i funzionari di partito abbiano fatto tutto quanto in loro potere per massacrare chiunque dicesse in pubblico la verità sul virus”.

Altro che trasparenza: gli “apparatchik” del PCC hanno commesso il crimine più grave di tutti, ossia silenziare i “whistleblowers” come il famoso medico di Wuhan (poi deceduto sul fronte) che tentò per primo di lanciare l’allarme e fu subito accusato, insieme ad altri colleghi non meno coraggiosi, di “diffondere rumors” e “causare panico”.

Applicare il termine “trasparenza” ad un regime di cui erano peraltro ben note da prima le attitudini autoritarie è insomma per Fisher “ridicolo” e “offensivo”.

Quanto alla questione della trasmissione da uomo a uomo del Covid-19, anche Fisher non può fare a meno di sottolineare che lo sapevano tutti almeno da dicembre.

“Se Tedros e l’Oms diffondono questa disinformazione”, è la conclusione del columnist, “può voler dire solo due cose: o che sono incompetenti, o che hanno paura di irritare il governo cinese”.

Se i motivi della nuova campagna anti-Oms degli Usa di Trump non fossero sufficientemente chiari, potrà essere d’aiuto la lettura di un breve ma significativo articolo di una testata conservatrice sempre ben rappresentativa degli umori della destra Usa, il Washington Times.

Un articolo che segnaliamo perché è riuscito a condensare il succo del problema in una semplice espressione in lingua inglese: “colonial-type proxy”.

L’espressione è applicata ovviamente a Tedros, ossia ad un uomo la cui ascesa alla poltrona dorata dell’Oms arriva secondo il WT “dopo una campagna decennale da parte della Cina per piazzare i suoi funzionari, o (quando ciò non fosse possibile) dei proxy non cinesi, al vertice delle organizzazioni internazionali”.

Tedros, giusto per capirsi, non sarebbe mai arrivato a quella poltrona se nel 2017 la Cina non avesse puntato sulla sua candidatura nell’impossibilità di ottenere un nuovo mandato per il precedente direttore generale, Margaret Chan da Hong Kong.

Per svelare ancor meglio questo segreto di Pulcinella, il Washington Times ha contattato l’autore del libro “The Coming Collapse of China”, Gordon G. Chang, che si è spiegato in questi termini:

When you look at Tedros, Beijing really campaigned for him because they realized they weren’t going to get two in a row.

Insomma, se con Tedros – secondo il calcolo fatto dal consigliere economico di Trump e gran falco anti-cinese, Peter Navarro – sono quindici le maggiori organizzazioni internazionali controllate direttamente o indirettamente dalla Cina, quel numero potrebbe presto scendere a 14.

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