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Perché l’Italia ha zero credibilità in Libia

Governo Libico

Che cosa combina l’Italia in Libia? L’analisi di Giuseppe Gagliano

 

Partiamo come di consueto dai fatti più recenti nel contesto della politica internazionale e, in particolare, partiamo da una fonte giornalistica attendibile sotto il profilo internazionale e cioè dal periodico al-Jazeera.

Il 24 dicembre le forze militari legate al governo di Tripoli e cioè al cosiddetto Governo di accordo nazionale (Gna) hanno sottolineato la presenza di una importante mobilitazione da parte dell’Lna del Generale Haftar che ha proseguito le sue operazioni militari sul fronte della Sirte e di al-Jufra operazioni queste che sarebbero — il condizionale è d’obbligo in contesti di tale natura — la legittima reazione alle recenti manovre militari dell’Gna che si sarebbero attuate a est di Misurata con l’intenzione di portare un’offensiva decisiva proprio a Sirte e ad al-Jufra.

Queste importanti manovre militari dimostrano, per l’ennesima volta, il fallimento dei tentativi posti in essere da parte dell’Onu di risolvere la questione libica, fallimento che è dimostrato sia dal fatto che Nikolai Mladenov — diplomatico bulgaro nominato a capo della Missione di Sostegno delle Nazioni Unite (Unsmil) — ha rifiutato l’incarico proposto sia dalle dimissioni presentate dal precedente inviato dell’Onu Ghassan Salamé.

Quali valutazioni possiamo trarre sia in relazione a questa recente vicenda che di quella relativa al sequestro dei pescatori italiani?

Sia il sequestro dei 18 pescatori di Mazara del Vallo che la loro liberazione (sulla quale bisognerà fare chiarezza presto o tardi) hanno ancora una volta dimostrato la credibilità pressoché nulla del nostro paese sullo scacchiere libico sia sotto il profilo politico che militare.

Una credibilità nulla che dipende indubbiamente da numerosi fattori. Fra questi sia i presupposti sui quali si costruisce la proiezione italiana nel contesto della politica estera sia il fatto che il nostro paese è subalterno, in quanto nazione a sovranità limitata, alle scelte americane a partire dal 1949, a partire cioè dall’adesione dell’Italia alla Nato.

A dimostrazione di quanto affermato basterebbe citare, per l’ennesima volta, la sciagurata guerra contro Gheddafi alla quale il nostro paese ha partecipato ledendo i suoi stessi interessi concedendo persino l’uso delle nostre basi militari per le operazioni Nato in Libia. Un altro elemento, non meno significativo, è relativo al fatto che le nostre industrie — legittimamente fra l’altro — hanno fatto business nel settore petrolifero come in quello militare sia nel contesto del Mediterraneo che nel contesto mediorientale.

Tuttavia, dal punto di vista politico, il nostro paese rispetto alla Francia, alla Turchia e all’Egitto è solo una espressione geografica. Un’ultima considerazione infine: la storia della Libia — e per certi versi quella dell’Afghanistan e della Jugoslavia — è il risultato di lotte secolari e intestine di natura etnico-religiose che soltanto i sistemi autoritari come quello di Gheddafi in Libia o come quello di Tito in Jugoslavia hanno potuto domare. Piaccia o meno — ai cantori del diritto internazionale come Sabino Cassese — la democrazia non si fonda su valori né assoluti né oggettivi ma su un insieme di valori relativi e che soprattutto rivelano la loro assoluta inefficacia — alludo alle guerre umanitarie per esempio — in determinati contesti di carattere storico. Attribuire al contrario alla democrazia e ai diritti umani una validità universale e oggettiva significa dimenticare l’origine storica non solo della democrazia e dei diritti umani ma anche la dimensione storica stessa dell’umanità.

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