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La sfida delle città alle prese con il Coronavirus. La Nota di Hansen

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L’epidemia coronavirus si rivela sempre più come un problema particolare delle città e delle metropoli, impossibilitate dal rispondere efficacemente a causa dell’alta densità della popolazione e della complessità delle istituzioni che reggono la vita urbana. La Nota di Hansen

La novità demografica degli ultimi decenni è stata la smisurata crescita delle grandi, grandissime, metropoli. Londra e New York una volta erano il massimo delle concentrazioni di popolazione. Ormai sono metropoli di medie dimensioni: New York con 18 milioni di abitanti è la decima città del mondo e Londra (11 mln) la 28a, dietro a megalopoli come Tokyo (38 mln), Delhi (26 mln) e Shanghai (24 mln).

La crescita delle metropoli è stata accompagnata da un’inedita concentrazione di potere economico, politico e culturale a danno non solo della “provincia”, ma di tante città minori — anche di dimensioni medio-grandi — che una volta contavano.

Ovunque la crescente disparità tra la Metropoli e il Paese che l’ospita è fonte di tensioni, un elemento comune a fenomeni come l’elezione di Trump, la Brexit, i gilets jaunes francesi e il “populismo” in genere.

Non solo “la Città” tende a monopolizzare le risorse del paese, ma pretende di comandare dal centro con una nuova capacità di invadenza resa possibile dai progressi nei trasporti e nelle comunicazioni. Spesso comanda senza né conoscere a fondo i problemi dell’entroterra né curarsene più di tanto, supponendo sotto sotto che sia una landa culturalmente desolata abitata da zoticoni incapaci di gestirsi al meglio. Il problema è che la Città crede di essere “normale”, di rappresentare il modello di vita a cui tutti dovrebbero aspirare. Ciò malgrado fior di ricerche che sottolineano la povertà emotiva della vita urbana, dominata dall’isolamenti dei singoli e da un certo “si salvi chi può” darwiniano, per non citare il degrado e le gigantesche difficoltà ambientali che i grandi centri creano.

È la Città che pretende di comandare perfino sulla natura — che vuole decidere a tavolino la temperatura media della superficie terrestre. Lo fa allontanando, in zone extra-urbane, i “termovalorizzatori”, le discariche e le centrali elettriche, sempre più distanti dai centri che servono. La neutralizzazione dei processi naturali, necessaria per mantenere la Metropoli, ora ha incontrato un ostacolo terribile e per il momento insormontabile: l’epidemia che stiamo vivendo.

L’unico strumento finora disponibile per combatterla è la negazione della vita urbana: con la sua caratteristica facilità d’interazione occasionale tra gli abitanti, la complessissima logistica dei rifornimenti, la densità abitativa e una certa riottosità della popolazione, cose che mancano alle comunità minori.

La Metropoli si difende tentando di trasformarsi in ciò che non è, imponendo una sorta di vita di provincia, tutti tappati in casa, in famiglia, con poche uscite per i rifornimenti o per portare fuori il cane: a cercare un senso di comunità cantando dai balconi. Di giorno l’impiego urbano si trasforma in “smart working”, con molti a lavorare a quel “telaio” che è il computer portatile posto in un angolo del salotto. Intanto, l’estrema densità della popolazione, la fragilità della logistica e dei servizi — anche ospedalieri — sono elementi calibrati con grande precisione che crollano almeno temporaneamente davanti all’improvvisa trasformazione delle regole di vita: e il disastro incombe. Vogliamo avere certezze dal mondo attorno a noi. Per ora la nuova certezza è solo l’incertezza. Chissà come torneremo indietro poi…

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