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Perché la Francia non riduce l’intervento militare nel Sahel

Francia Sahel

L’articolo di Enrico Martial

 

Almeno per il momento la Francia non ridurrà gli effettivi dell’operazione Barkhane di contrasto alle forze jiadiste in Mail e nel Sahel. È l’annuncio di Emmanuel Macron alla conclusione dei due giorni di lavoro del G5 Sahel, cioè l’incontro dei leader di Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad, a cui ha partecipato in videoconferenza il 16 febbraio.

Nell’operazione la Francia sta impegnando 5100 uomini, a cui si è giunti con ulteriori 600 effettivi a seguito al G5 Sahel che si è riunito a Pau del 13 febbraio 2020. Quel vertice fu la testimonianza di una crescente difficoltà nel gestire una crisi in cui era intervenuta dal 2013. Oltre all’incremento numerico di militari, si decise di concentrare le forze – che si ritenevano troppo disperse – nella zona a cavallo di tre frontiere, tra Mali, Niger e Burkina, nella speranza che le assenze nel centro del Mali fossero coperte dall’Onu e quelle a nord verso da parte delle stesse forze maliane.

Tuttavia, proprio durante il vertice di Pau di un anno fa l’allora presidente Donald Trump faceva giungere la notizia del disimpegno americano, assai male accolta, perché avrebbe indebolito gran parte delle attività di informazione, svolta sia con droni sia sul terreno. Non si trattava peraltro di una novità, nel quadro del complessivo ritiro statunitense da diversi teatri regionali, dal Mediterraneo al Medio Oriente.

Il coinvolgimento europeo – in corso dal 2018 in modo più significativo – è parso ancora marginale rispetto al peso che la Francia sente di sostenere ed è concentrato in gran parte in attività di formazione nei numerosi strumenti internazionali: per l’Unione europea EUTM Mali, EUCAP Mali e Niger, MINUSMA delle Nazioni Unite, in qualche azione bilaterale, come MISIN tra Italia e Niger. Sul campo ci sono alcuni progressi, ma lenti: nella task force Takuba – che si affianca all’operazione Barkhane – nel 2020 si stanno aggiungendo tra l’altro un centinaio di soldati estoni, una sessantina di militari della Repubblica Ceca, 150 svedesi e fino a 200 italiani, come approvato dal nostro parlamento il 16 luglio 2020 con il decreto missioni.

Pur da ex-paese coloniale, la Francia sta sostenendo questa presenza non solo dal punto di vista finanziario (circa 1 miliardo di euro all’anno) ma anche con 57 soldati caduti dall’inizio della missione. In Mali si è assistito a un colpo di stato il 18 agosto 2020, l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite il 13 gennaio 2021 ha annunciato che le persone sfollate sono passate dalle 490mila del 2019 ai 2 milioni del 2020. L’intreccio politico tra le divisioni interne delle componenti identitarie, con spinte indipendentiste – tra cui i Tuareg – e la diffusione del jiadismo sembra impossibile da districare. I risultati militari sono significativi (numerosi di jiadisti caduti, per esempio) ma si confrontano con vittime civili e numerose polemiche e accuse.

Da parte dell’insieme dell’Unione europea – per esempio con il discorso dell’8 maggio 2020 di Josep Borrell, Alto rappresentante per l’azione esterna – si ricorda spesso che l’insicurezza nel Sahel favorisce i corridoi di immigrazione verso il Mediterraneo, provoca instabilità nelle parti meridionali di Marocco, Algeria e soprattutto della Libia, che attraversa una situazione piuttosto complicata già per proprio conto.

Di fronte alla lentezza dell’europeizzazione della politica estera dell’Ue nel Sahel, è valso a rinfrancare “per il momento” il governo francese l’annuncio di ripresa del ruolo statunitense sul piano globale, anche nella lotta antiterrorista, espresso in ultimo il 4 febbraio dal Presidente Joe Biden, al dipartimento di Stato.

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