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Perché la Cina si papperà la Russia (Putin sta sbagliando i conti)

Calenda

Al momento Xi Jinping è costretto a fare buon viso al cattivo gioco. Ma poi verrà il tempo della resa dei conti. Ed allora saranno tempi duri per l’orso siberiano e le intemperanze di Putin. L’analisi di Gianfranco Polillo

 

C’è già chi si è lanciato senza alcuno sprezzo del ridicolo. Per Claudio Risé, dalle pagine de La Verità, l’Occidente é il passato; il futuro è solo ad Oriente all’insegna di quel multilatelarismo tanto caro a Vladimir Putin. Che mira a sostituire l’egemonia euro-atlantica con il dispotismo orientale. E così, per una strana coincidenza temporale, mentre a Bruxelles si decideva sulle candidature dell’Ucraina, della Georgia e della Moldavia, i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) tenevano un loro meeting, seppure non in presenza, ma con la partecipazione del leader maximo di ciascun Paese, a causa della nuova ondata di pandemia da Covid, sviluppatesi a Shangai. Ed il parallelismo è stato immediato.

La nuova passerella offerta a Vladimir Putin ha contribuito a rassicurare il suo fronte interno. Esportazioni di gas e di petrolio assicurate, soprattutto verso Cina ed India. Se, tuttavia, si presta un pizzico d’attenzione alla realtà, è facile vedere quanto la situazione sia più complessa. Cominciamo dalla rabbia del nuovo Zar. Pienamente giustificata. Tra i Brics la Russia è quella che presenta la peggiore performance. Nel 1983, primo anno in cui si hanno i dati del FMI, il peso della Russia sull’economia mondiale era pari al 4,3 per cento. Nel 2023 sarà solo del 2,6, con un a perdita secca del 40 per cento. Nemmeno il Brasile ed il Sud Africa se la passano bene, ma le loro perdite sono molto più contenute. C’è solo da aggiungere che i russi, nel gestire il loro declino, hanno fatto tutto da soli: incapaci, come si sono dimostrati, di utilizzare razionalmente le immense risorse del loro sottosuolo.

I Brics hanno una rilevanza soprattutto statistica: i Paesi con più elevato tasso di sviluppo tra gli emergenti. Dato, come vedremo, da approfondire. La Cina è assolutamente dominante. Una differenza profonda con il blocco occidentale, che si presenta, invece, più equilibrato. Nel 1983 il peso dell’ex Celeste Impero era pari al 29,4 per cento. Quarant’anni dopo quella percentuale era salita al 59,6 per cento. Sul fronte occidentale, invece, a contestare la retorica di Putin contribuiscono i numeri. Nello stesso intervallo, il peso degli USA è cresciuto dal 32,1 al 36,7 per cento.

La supremazia cinese nei confronti degli altri membri del gruppo non solo è assoluta, ma caratterizzata da una forza intrinseca straordinaria. Nel 1983, tanto per dare qualche dato, il rapporto con la Russia era quasi paritario, nel 2023 sarà di 7,4 volte tanto. L’India è l’unico Paese che riesce a stare dietro la capo fila. Eppure, nel periodo considerato, le distanze sono quasi raddoppiate, passando da un rapporto pari a 1,5 a 2,5. Nelle condizioni date è difficile che gli altri Paesi siano disposti a trasformare questo vincolo di natura economica – finanziaria, ma soprattutto mercantile, in uno di carattere politico. Paradossalmente lo stesso Putin, se non fosse accecato dal suo odio verso gli Stati Uniti e la NATO, dovrebbe essere il primo a mostrare cautela. La vicinanza geografica con il colosso cinese, con i suoi 4.500 chilometri di confine, lo espone enormemente. Tenendo conto, tra l’altro, del fattore demografico. La Cina con la sua enorme popolazione, la Russia asiatica quasi disabitata.

C’è poi da aggiungere, che il futuro è in grembo a Giove. Il fenomeno della massima espansione dei Brics è avvenuto nel corso del decennio che va dal 2003 al 2013. Periodo che ha anche coinciso con il più forte arretramento dell’Occidente. In quei dieci anni la crescita dei primi era stata pari a 8,8 punti. La caduta dei secondi a 10,4. Periodo indubbiamente eccezionale rispetto sia al 1993/2003 che al 2013/2023, in cui il cambiamento è stato molto meno traumatico. Nessuna sorpresa, tuttavia. La scellerata invasione dell’Iraq avvenne nel 2003; la guerra contro Al-Qaida di quegli anni; l’invasione della Libia di Gheddafi nel 2011. Solo per citare gli episodi più rilevanti.

C’è poi da dire che quei grandi cambiamenti, nei rapporti di forza tra le diverse aree del globo, furono soprattutto figli dell’ ingordigia mercatista dell’Occidente. Quella globalizzazione, dominata soprattutto dal grande capitale finanziario, destinata a fare da traino ai Paesi più volenterosi. Capaci cioè di svilupparsi vendendo i propri prodotti – il più delle volte capitale estero e mano d’opera locale – sui grandi mercati dell’opulenza atlantica ed europea. Processo favorito dalle grandi metropoli del benessere. Quella produzione a basso prezzo consentiva, infatti, di ridurre il costo di riproduzione della forza lavoro, mantenendo bassi i relativi salari. Effetto ricardiano. Mentre le industrie, che ancora restavano sul suolo nazionale, potevano utilizzare a proprio piacimento il vantaggio derivante dal miglioramento delle ragioni di scambio.

Per capire meglio, basta guardare ai dati forniti dall’Unem, nata sulle spoglie della vecchia Unione petrolifera. Il prezzo della benzina super, nel 2021, attualizzato per tener conto del processo inflazionistico, non era poi così lontano da quello del 1960: 1,631 euro al litro (media annuale) contro 1,662. Leggermente diverso l’andamento del prezzo del gasolio: nel 2021, pari a 1,489, contro 1,099 del 1960. A causa della crescente disaffezione erariale nei confronti di un prodotto ritenuto, in genere, più inquinante. Ma le similitudini restano impressionanti.

La follia di Putin ha definitivamente messo in crisi questo mondo. Dimostrando a tutti che il mercantilismo è cosa buona e giusta finché si tratta con dei gentlemen. Con persone, cioè, che rispettano i patti. Che non approfittano del propio vantaggio oligopolista per minacciare i propri clienti. Insomma che sanno e vogliono distinguere tra il mondo degli affari e quello delle armi. Venuto meno il rispetto per questi principi, l’Occidente non potrà che agire di conseguenza. Del resto gli stessi Stati Uniti, con Donald Trump e le sue tesi su “America first”, prima della rovinosa iniziativa contro Capitol Hill, avevano compreso che qualcosa stava bollendo in pentola.
Ciò che fin da adesso si può intuire nell’immediato futuro, è una diversa segmentazione del mercato internazionale. Non più quella grande arena in cui ognuno poteva comportarsi al meglio delle proprie capacità per vincere la concorrenza altrui. Ma la definizione di aree riserbate, alle quali non tutti saranno ammessi. Aree in cui il controllo politico, specie per alcune produzioni strategiche, sarà maggiore e dove la logica mercantile del miglior prezzo dovrà cedere di fronte ad altre esigenze. Quali la sicurezza degli approvvigionamenti, l’affidabilità del partner, le logiche delle alleanze per una più generale garanzia.

Quel vecchio mondo, quasi di frontiera, di una globalizzazione senza limiti, in altre parole, é caduto insieme alle bombe su Mariupol. Colpa di quella rabbia, da parte di Putin, di cui si diceva all’inizio. Rabbia di un perdente, costretto a vivere in un mondo in cui il suo Paese, anno dopo anno, retrocedeva. Facendo emergere il contrasto sempre più stridente tra una debolezza economica e finanziaria e la forza che derivava dal lascito sovietico degli ordigni nucleari. Si può anche capire la sua voglia di dare una spallata per imporre una svolta, nella speranza di poter invertire il corso della storia. Ma la Cina? La Cina, che è stata la principale beneficiaria del processo di globalizzazione, come reagirà? Al momento Xi Jinping è costretto a fare buon viso al cattivo gioco. Ma poi verrà il tempo della resa dei conti. Ed allora saranno tempi duri per l’orso siberiano e le intemperanze del suo leader.

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