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Perché in Germania gli industriali sbuffano per il programma del governo Semaforo

Governo Germania

Ecco i primi commenti di imprenditori, analisti ed esperti sul pre-accordo per il programma economico del prossimo governo in Germania

Troppo vago sui metodi di finanziamento degli investimenti, troppa contraddizione fra l’ambizione di modernizzare il paese e il mantenimento del tetto al debito. Il mondo industriale tedesco non mostra pazienza nei confronti dei protagonisti del futuro governo Semaforo e pone già domande scomode, dopo aver letto i punti del pre-accordo che riguardano l’economia.

Le trattative vere e proprie inizieranno questa settimana, dopo il via libera dato dagli organismi dirigenti dei tre partiti coinvolti (Spd, Verdi e liberali), ma il primo documento prodotto – quello con cui gli sherpa hanno chiuso positivamente la fase dei colloqui preliminari – è già finito sotto la lente d’ingrandimento degli analisti economici.

RIFORMA PENSIONISTICA RIMANDATA

E le critiche non mancano. Anche dure. Come quelle di Clemens Fuest, direttore dell’Ifo di Monaco, uno dei centri di ricerca più autorevoli del paese. “Le prime conclusioni non sono per nulla compatibili con una politica finanziaria sostenibile”, ha detto Fuest all’Handelsblatt, “la riforma delle pensioni, ad esempio, viene semplicemente rimandata”.

Era uno degli equivoci emersi immediatamente, già durante la conferenza stampa tenuta alla fine della scorsa settimana da Olaf Scholz, il cancelliere in pectore, e dai leader dei due partiti futuri alleati: da un lato la promessa di stabilizzare il livello dei contributi pensionistici, dall’altro quelle di non abbassarle e di non ritoccare l’età pensionistica.

Una forbice non sostenibile, anche solo per motivi demografici, sostengono gli esperti. Dubbi condivisi anche da un altro nome pesante dell’economia, il presidente dell’istituto economico IW di Colonia Michael Hüter: il programma sulle pensioni è “insoddisfacente e contraddittorio”.

IL REBUS DELL’INNOVAZIONE

Modernizzazione, digitalizzazione e tutela del clima sono i tre pilastri su cui nascerà il prossimo governo. Ma il mondo economico, e gli imprenditori in particolare, sono indispettiti dall’eccessiva indeterminatezza con cui sono state finora indicate le fonti degli investimenti previsti.

Perché anche in questo caso alcune condizioni di base appaiono contraddittorie. Come la promessa di non alzare di un euro le tasse, anzi di cercare margini per alleggerire la posizione fiscale dei redditi medi e bassi.

Nel documento si prevede di innalzare dal 3,2 al 3,5% del Pil la quota destinata a innovazione e ricerca. Si cita inoltre il programma tedesco legato al Recovery Fund, e si annunciano meccanismi per incentivare gli investimenti privati: un appello alle imprese non pubbliche, che ben si coniuga con la presenza dei liberali al futuro governo, ma che resta indefinito se non si introducono meccanismi di incentivazione. Programmi infarciti di buone intenzioni non sono mancati negli anni di Angela Merkel, ma poi qualcosa non deve aver funzionato se su strategie decisive per la competitività globale dell’industria tedesca – come digitalizzazione e modernizzazione, ma anche la tanto declamata svolta energetica – la Germania si trova ad arrancare dietro le economie più avanzate, dagli Usa alla Cina alla Corea del Sud.

Un suggerimento su come il nuovo governo potrebbe ottenere più soldi senza aumentare le tasse viene ancora una volta da Clemens Fuest dell’Ifo: l’esecutivo potrebbe indebitarsi di nuovo nel 2022 e parcheggiare tali risorse in una riserva prima che il freno all’indebitamento si applichi nuovamente nel 2023. Proposta condivisa anche da Veronika Grimm, una dei “saggi economisti” che collaborano con gli esecutivi, e che trova d’accordo anche il direttore del berlinese DIW, Marcel Fratzscher, da sempre sostenitore dell’intervento pubblico in tema di investimenti per il futuro. Fratzscher fa un salto ulteriore e propone anche una cifra: 500 miliardi di euro.

Senza dimenticare, aggiungono gli esperti, che la tassa minima globale sui guadagni delle grandi imprese potrà mettere a disposizione delle casse pubbliche tedesche dai 5 ai 6 miliardi annui. Altri rivoli potrebbero arrivare dalla legalizzazione della cannabis (non citata nel documento ma discussa nei colloqui), mentre dagli esiti incerti resta la proclamata volontà di lotta al riciclaggio di denaro, fenomeno per cui la Germania si è recentemente scoperta una sorta di Paradiso.

SALARIO MINIMO E MINI JOB

Studi recenti hanno dimostrato come l’introduzione e poi i graduali aumenti del salario minimo non abbiano danneggiato le imprese tedesche e invece abbiano aiutato la crescita dei consumi interni. Tuttavia l’aumento da 9,50 a 12 euro l’ora, punta di diamante della campagna elettorale dei socialdemocratici, spaventa gli industriali. Così come la volontà di migliorare le condizioni dei mini job allarma gli imprenditori in generale, che denunciano un’ingerenza pericolosa nell’autonomia tariffaria. C’è invece attesa per capire come si vorrà modificare alcuni aspetti del sistema di assistenza Hartz IV, magari sostituendoli con un meccanismo di indennità di cittadinanza, da non confondere con un reddito di base incondizionato.

MECLENBURGO E BERLINO, I LAND SLITTANO A SINISTRA

Intanto, sul piano politico va registrato che lo slittamento a sinistra registrato da tutte le votazioni che si sono svolte il 26 settembre (federali e nei due Land di Berlino e Meclenburgo) si rifletterà soprattutto a livello regionale. Saltata l’ipotesi di una coalizione Semaforo anche nella capitale, la prossima borgomastra Franziska Giffey si è orientata verso una prosecuzione dell’alleanza di sinistra con Verdi e Linke. E in Meclenburgo, la confermata presidente Manuela Schwesig sostituirà la Grosse Koalition con la Cdu con un governo tutto rosso Spd-Linke.

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