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Perché in Germania gli imprenditori stanno mollando Merkel. Il banco di prova del voto in Baviera

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Germania

L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

È una di quelle rare situazioni in cui l’umore degli imprenditori e del mondo economico in generale coincide con quello della maggioranza degli elettori: Angela Merkel non è più considerata la leader capace di guidare la Germania. Da un lato i sondaggi riflettono, di settimana in settimana, lo scontento dei tedeschi per l’operato della cancelliera e del suo governo. Dall’altro esponenti e media dell’establishment economico-finanziario del paese mostrano crescente insofferenza per un esecutivo scollato che insegue a fatica le sfide complesse del momento.

L’ultimo rilevamento di opinione fornito questa settimana dalla tv pubblica ARD ha fatto risuonare l’ennesimo allarme rosso tra i grandi partiti di massa, ormai sulla via del tramonto. L’Unione di Cdu-Csu, che solo cinque anni fa aveva superato il 40%, è stimata al 26%, l’Spd al 15%. La loro somma si ferma 9 punti sotto la soglia della maggioranza, che oggi non ritroverebbero nelle urne. Nel 2005, ai tempi della prima Grosse Koalition di Angela Merkel, i due partiti storici tedeschi raccoglievano il 70%: in 13 anni hanno bruciato il 30% dei consensi.

Il frazionamento del quadro politico è ulteriormente rafforzato dall’ascesa dei Verdi a seconda forza con il 17% e dei sovranisti di Afd con il 16% e consolidato dalla presenza di altri due partiti – liberali e sinistra radicale – entrambi quotati al 10%. L’unica via di uscita per un nuovo governo sarebbe quella di una coalizione di tre partiti, che di fatto poi sarebbero quattro, vista la sempre maggiore scollatura fra le due forze cristiane Cdu e Csu. Si comprendono così le inquietudini di alcuni politologi che paventano fantasmi weimariani.

Ma prima di arrivare a Weimar bisogna passare per Monaco, dove questa domenica si voterà per il governo regionale. Un voto destinato a produrre contraccolpi nazionali, perché anche qui i sondaggi annunciano rimescolamenti sostanziali. In primo piano l’annunciato crollo del partito-Stato bavarese, la Csu cristiano sociale gemella della Cdu di Merkel, che dagli anni Sessanta (con l’unica eccezione della legislatura 2008-2013) governa la Baviera con una maggioranza assoluta. Le stime più pessimistiche indicano una caduta di 15 punti rispetto al 2013. A tutto vantaggio dei Verdi, che anche in Baviera potrebbero balzare al secondo posto sfiorando il 20% e, in misura minore, di sovranisti di Afd (tra il 10 e il 13%) e la lista civica dei Freie Wähler (fondata anni fa da dissidenti Csu della prima ora e accreditata attorno al 10%). Ai bordi della politica regionale i socialdemocratici che scivolerebbero al 12%: una nota a margine nella ricca Baviera, terra di agricoltura e industria ad alto tasso tecnologico. Che un tale scombussolamento avvenga nella regione più prosperosa della Germania, e non nella pancia profonda delle vecchie lande dell’est, la dice lunga sul processo di trasformazione sociale e politica che ha iniziato a investire anche la Germania, a trent’anni dalla riunificazione. Una Merkeldämmerung che può non rimanere confinata alla vicenda di un normale logorio di una leadership dopo 15 anni di governo ininterrotto ma lascia intravedere il cambio di paradigma di un intero paese. E che paese.

C’è da scommettere che se gli industriali avessero già individuato un’alternativa credibile nel mazzo sempre troppo acerbo di delfini della cancelliera, avrebbero probabilmente già avviato la loro opera di moral suasion verso l’unico partito che ancora sembra avere (ma chissà per quanto tempo ancora) la forza di mantenersi imprescindibile per ogni futuro equilibrio politico, ovvero la Cdu. Ma al momento non sembrano averlo individuato. E dunque resta spazio solo per sfoghi e malumori. Come quelli dei titolari delle cosiddette imprese familiari (la spina dorsale del sostegno imprenditoriale alla Cdu) che in un sondaggio hanno affibbiato un voto di grave insufficienza (4,2 tra un massimo di 1 e un minimo di 6) al governo Merkel per i suoi primi cento giorni di attività. E non solo per quanto non fatto nel quotidiano, trascurando di fornire il supporto richiesto nel braccio di ferro commerciale con gli Usa, quanto piuttosto per la mancanza di politiche per il futuro: il 93% degli interpellati boccia l’esecutivo per non aver impostato alcun programma per affrontare le incombenti sfide economiche, dalla digitalizzazione agli investimenti nelle infrastrutture, dalla sicurezza energetica al futuro dell’Europa. “Di partenza, dinamismo e coesione, promesse con il programma di governo, non vi è traccia”, dicono.

Gli imprenditori osservano i partiti di governo avvitarsi in una spirale di polemiche e competizioni reciproche e lamentano che le proposte messe nero su bianco nel contratto di governo, siano ancora lettera morta. Il presidente dell’associazione degli industriali (BDI) Dieter Kempf rincara la dose: “Il governo parla solo a se stesso ed è immobile, mentre avremmo bisogno di una politica che non si limiti ad amministrare il paese ma che fissi con coraggio il futuro”, ha detto all’Handelsblatt. Un attacco neppure troppo velato ad Angela Merkel.

La conflittualità interna e la constatazione di perdere consenso solo perché si partecipa a questa rissosa Grosse Koalition spinge sempre di più ogni leader e ogni partito a giocare una partita in proprio. Come è avvenuto nel caso del recente accordo dei ministri dell’Ambiente Ue per il taglio delle emissioni di CO2 del 35% per le vetture e del 30% per i van entro il 2030. La ministra tedesca socialdemocratica non ha opposto resistenza, nonostante il fuoco di fila dell’industria automobilistica di casa, forse anche perché l’Spd sente in patria il fiato sul collo dei Verdi, irritando il suo collega dei Trasporti della Csu che l’ha accusata di aver negoziato malissimo sul tavolo europeo. Furiosi i manager dell’auto, prima industria del paese. Il capo di Volkswagen Herbert Diess ha annunciato all’indomani dell’accordo Ue che la sua azienda sarà costretta a licenziare 100 mila unità “perché la rapidità con cui si vogliono raggiungere gli obiettivi non è gestibile dalle imprese”. Su un altro versante, quello dell’energia, altre critiche al governo sono arrivate dal Ceo di Rwe, Martin Schmitz, che ha lamentato di essere stato lasciato solo nella vicenda dell’espansione della miniera di carbone nella foresta di Hambach, contestata dagli ambientalisti. “Resterò al timone di Rwe”, ha detto, “ma prepariamo nel lungo periodo la fuoriuscita dal carbone”.
Partiti e ministri vanno per conto proprio, cercando di massimizzare la propria presenza nel governo, anche se poi i sondaggi non premiano questo movimento centrifugo. Soprattutto: Angela Merkel non riesce più ad armonizzare l’azione dell’esecutivo, la sua autorevolezza è danneggiata, il carisma viene meno, come ha dimostrato la recente bocciatura del suo fedelissimo a capogruppo parlamentare.

L’Ifo di Monaco segnala che l’insicurezza fra gli imprenditori tedeschi è cresciuta di 6,2 punti da marzo a settembre, in coincidenza con l’avvio del nuovo-vecchio governo. Per ritrovare un aumento di tale portata in uno spazio temporale simile, bisogna tornare indietro di dieci anni, nel 2008, ai tempi della crisi finanziaria globale, scrivono i ricercatori dell’Ifo: l’insicurezza porterà le imprese a decisioni più prudenti, a rimandare gli investimenti e il lancio di nuovi prodotti. L’Ifo stima un rallentamento della produzione industriale dello 0,4% ancora in quest’anno e dell’1,3% nel prossimo.
Dalla fine della pausa estiva quasi non si contano i titoli dei principali media economici, in particolare l’Handelsblatt e la WirtschaftsWoche, che chiedono a Merkel di farsi da parte. E il mensile di cultura politica Cicero ne traccia già il bilancio in economia. Nero. “Come scorie atomiche, la catastrofe politica del suo lungo potere si irradierà sulle prossime generazioni – scrive il direttore Christoph Schwennicke, “e peserà gravemente sulla Germania del prossimo mezzo secolo”. La congiuntura stabile nella Bundesrepublik si è avuta non grazie ma nonostante la politica che si è avuta negli ultimi 13 anni, rincara la dose l’esperto di finanza del mensile Daniel Stelter, e questa cattiva politica economica senza un soffio di fervore riformista si vendicherà subito.

Il governo ha intanto tagliato le prospettive di crescita per il prossimo biennio al +1,8%, contro il 2,3% e i il 2,1% annunciati in precedenza mentre la cancelliera prova a recuperare lo strappo con gli industriali utilizzando l’arma della rassicurazione, che in passato ha sempre funzionato. “Comprendo le critiche ma ora metterò tutto l’impegno per migliorare la situazione”, ha detto Merkel davanti alla platea degli imprenditori riunita a congresso, promettendo riduzione delle tasse e abolizione della Soli, la tassa di solidarietà che i contribuenti dell’ovest pagano ancora per la ricostruzione a est. Chissà se basterà a ripararsi dalla tempesta in arrivo dalla Baviera.

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