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Perché il Wall Street Journal promuove l’economia Usa dell’era Trump

di

Wall Street Journal

Ecco la pagella del Wall Street Journal sui quattro anni di amministrazione Trump.

 

Questo è il tempo della Convention Repubblicana ed è dunque anche tempo di certificare se il programma elettorale presentato quattro anni fa da Donald Trump sia stato realizzato o meno.

L’Editorial Board del Wall Street Journal, che sta seguendo la Convention come tutti, ha deciso di approfittarne per vergare un editoriale in cui stila la pagella di questi quattro anni di amministrazione trumpiana.

L’incipit del WSJ è già tutto un programma, visto che rileva come “ci siano più risultati economici raggiunti dal presidente Trump nei suoi primi tre anni di quanto i suoi detrattori vogliano ammettere”.

La presidenza Trump è cominciata nel contesto di una lunga espansione ereditata dal predecessore, scrive il quotidiano finanziario americano per evidenziare che non tutti i meriti della crescita raggiunta in questi anni sia da attribuire al tycoon.

Il fatto è che Trump è entrato in carica promettendo di rendere questa crescita ancora più irresistibile. Ci è riuscito? La risposta del WSJ è positiva, visto che mette in evidenza come “la sua vittoria abbia immediatamente ravvivato gli animal spirits” del capitalismo a stelle e strisce.

Una lunga lista di indicatori riepilogati dal giornale economico-finanziario del gruppo Murdoch testimonia il boom avvenuto sotto Trump: l’indice NFIB Small Business Optimism, che languiva sotto i cento punti prima dell’elezione, ha fatto un salto in avanti di dieci punti ed era a quota 106 nel dicembre 2016.

L’indice OECD Business Confidence era anch’esso in terra negativa, e dopo la vittoria di Trump è schizzato in alto evidenziando la rinnovata fiducia degli imprenditori.

Anche sul versante dei consumatori c’è da registrare il sorpasso dei dati dell’indice di fiducia dell’Università del Michigan dell’era Trump rispetto a quelli dell’era Obama.

Ma i principali meriti di Trump sono da attribuire alle due mosse madri compiute nei primi due anni di amministrazione: il taglio delle tasse e le nuove deregulation.

Quanto al taglio delle tasse, oltre a sottolineare la differenza rispetto al duo Obama-Biden che aveva la tendenza a fare il contrario, il Wall Street Journal sottolinea che esso ha “ripristinato la competitività globale del sistema fiscale Usa” dopo anni che tanti altri paesi erano intervenuti per fare altrettanto, sottraendo linfa vitale all’economia Usa.

Agevolando gli imprenditori anziché tartassarli, rimarca il WSJ, è servito all’economia Usa per far impennare la creazione di posti di lavoro e la produttività.

Sempre in campo fiscale, l’editoriale del quotidiano finanziario loda anche le misure varate per il rientro dei capitali dall’estero, che hanno contribuito a riportare in casa una significativa quantità di capitali che sono stati reinvestiti nell’economia a stelle e strisce.

Quanto alla deregulation, il WSJ ne ricorda una in particolare: quella che ha interessato il settore energetico, permettendo alle compagnie del Oil & Gas di perseguire una strategia aggressiva che ha portato ad un boom della produzione e ha trasformato l’America in un esportatore netto di petrolio.

E se di deregulation bisogna parlare, è necessario ricordare anche le banche, che sono state sollevate da tanti micro-adempimenti che ne appesantivano non poco il lavoro.

È per la sommatoria di queste politiche che la crescita economica tra la fine del 2017 e il settembre del 2018 ha toccato il livello invidiabile del 3%, e la maggior parte del merito secondo il WSJ va attribuito alla solerzia del presidente e del suo team.

Sotto Trump anche il lavoro ha potuto beneficiare di un clima propizio, a cominciare da un tasso di disoccupazione precipitato nel settembre del 2019 a quota 3,5%, smentendo quegli economisti liberali che pensavano che la disoccupazione intorno al 4% fosse già ad un livello fisiologico impossibile da intaccare ulteriormente.

L’ottimismo dominante nel ciclo trumpiano ha fatto si anche che la partecipazione al lavoro da parte dei giovani aumentasse sensibilmente, raggiungendo un livello (83,1%) mai visto dal 2008. Persino la partecipazione al lavoro complessiva degli uomini ha toccato il livello record dell’89% per la prima volta dal 2010.

Benefici sono stati registrati inoltre anche nel campo degli stipendi, che sono cresciuti dopo anni di stagnazione. La cosa da notare è che il miglioramento più marcato da questo punto di vista ha interessato i lavoratori poco qualificati e le minoranze, ossia categorie che secondo il WSJ le riforme di Obama avevano completamente dimenticato.

Un altro risultato attribuibile al lavoro dei trumpiani è stato cancellare il nefasto mix di politiche monetarie facili, tasse alte e iper regolazione che ha trasferito molti dei vantaggi economici verso le classi più abbienti impiegate in settori come la finanza o l’hi-tech, e verso i detentori di asset a scapito dei lavoratori. Storture che sono state rimediate con nuove politiche che stanno cominciando a dare i loro frutti.

Prima di concluderne che quella del WSJ sia una lode sperticata e basta, occorre aspettare di leggere cosa scrive a proposito del commercio, considerato il principale errore politico dell’amministrazione Trump.

Tra dazi selvaggi e rinegoziazioni non ben meditate dei trattati commerciali come il Nafta, il danno potrebbe essere calcolato, secondo uno studio della Federal Reserve, nell’1% del Pil.

Ma questa è l’unica pecca che l’editorial Board del WSJ rileva in un quadriennio di attività che riscuote sostanzialmente la sua approvazione.

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