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Perché il trattato di proibizione delle armi nucleari (Tpan) è simbolico

Tpan

Il 22 gennaio 2021 il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (Tpan, in inglese Tpnw) entra in vigore come norma del diritto internazionale. Cosa prevede e perché la sua rilevanza in politica estera è simbolica. L’analisi di Giuseppe Gagliano

 

Il 22 gennaio 2021 il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (Tpan, in inglese Tpnw) entra in vigore come norma del Diritto Internazionale.

Che cosa prevede in estrema sintesi?

Il Tpan obbliga ogni Stato che vi aderisca a “non: (a) Sviluppare, testare, produrre, produrre, oppure acquisire, possedere o possedere riserve di armi nucleari o altri dispositivi esplosivi nucleari; (b) Trasferire a qualsiasi destinatario qualunque arma nucleare o altri dispositivi esplosivi nucleari o il controllo su tali armi o dispositivi esplosivi, direttamente o indirettamente; (c) Ricevere il trasferimento o il controllo delle armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari, direttamente o indirettamente; (d) Utilizzare o minacciare l’uso di armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari; (e) Assistere, incoraggiare o indurre, in qualsiasi modo, qualcuno ad impegnarsi in una qualsiasi attività che sia vietata a uno Stato Parte del presente Trattato; (f) Ricercare o ricevere assistenza, in qualsiasi modo, da chiunque per commettere qualsiasi attività che sia vietata a uno Stato Parte del presente Trattato; (g) Consentire qualsiasi dislocazione, installazione o diffusione di armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari sul proprio territorio o in qualsiasi luogo sotto la propria giurisdizione o controllo.”

Questo trattato sorse 16 anni fa su iniziativa della Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (Ican), la quale — grazie ad una efficace campagna di lobbying — riuscì a portare la complessa problematica davanti all’Onu che il 7 luglio 2017 approvò il testo del Tpan.

Il Trattato è stato sostenuto da 123 Paesi, con 38 voti contrari. Gli Stati che hanno ratificato l’accordo includono Nigeria, Malesia, Irlanda, Malta, Thailandia, Messico, Sud Africa, Bangladesh, Nuova Zelanda, Vietnam e Città del Vaticano. Ad ottobre, l’Honduras è diventato il 50° Paese a firmare il trattato.

Nello specifico gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia e la Russia hanno espresso la loro contrarietà alla stessa stregua di Israele. Cina, India e Pakistan si sono invece astenuti.

Qual è la rilevanza concreta sotto il profilo della politica estera? Puramente simbolica.

Non a caso Jens Stoltenberg, Segretario generale della Nato, aveva dichiarato a novembre che il trattato non tiene conto della realtà della sicurezza globale. “Rinunciare al nostro deterrente senza alcuna garanzia che altri facciano lo stesso è un’opzione pericolosa”, ha detto Stoltenberg, sottolineando: “Un mondo in cui Russia, Cina, Corea del Nord e altri hanno armi nucleari, ma la Nato no, non è un mondo più sicuro”.

Tuttavia è individuabile un punto debole ma decisivo per la credibilità di questo trattato: il fatto cioè che gli Stati che aderiranno al Tpan possono recedere da esso se sono a rischio gli “interessi supremi di un paese” (Art. 17). In tale modo si sostiene — seppure implicitamente — che le armi nucleari possano essere indispensabili per la salvaguardia degli interessi nazionali contraddicendo in tal modo lo scopo del Trattato.

In ultima analisi pensare che una potenza nucleare possa scegliere in modo unilaterale di eliminare la deterrenza nucleare è semplicemente irrealistico. Infatti verrebbe a trovarsi in una situazione di inferiorità strategica rispetto alle altre potenze facendo venire meno quindi il concetto cardine della strategia della guerra fredda ma anche della politica internazionale e cioè l’equilibrio di potenza.

Tuttavia ciò non deve destare alcuna sorpresa. ancora una volta infatti l’Onu è attraversata da insanabili contraddizioni e, a nostro modo di vedere, insuperabili, visto che proprio il Consiglio di sicurezza dell’Onu è composto dai principali artefici della strategia nucleare a livello globale.

Allo stesso modo l’Unione europea da un lato promuove presso i ministeri della pubblica istruzione la pedagogia dell’intercultura ma dall’altro lato promuove l’export di armi nei paesi africani e mediorientali.

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