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Perché il Regno Unito incrementerà le testate atomiche

Johnson Javid

Ecco i veri obiettivi geopolitici del governo britannico con la nuova strategia della difesa e della sicurezza. Il ruolo delle testate atomiche. L’approfondimento di Francesco D’Arrigo, direttore Istituto Italiano di Studi Strategici

 

Lo scorso 16 marzo, il governo britannico ha pubblicato la “Integrated Review” (revisione integrata) della strategia della difesa, della sicurezza e della politica estera: “Gran Bretagna globale in un’epoca competitiva”.

Si tratta di una strategia chiaramente intesa a riposizionare il Regno Unito nello scacchiere geopolitico come una nazione con una crescente influenza globale, anche in termini di difesa e sicurezza, conseguente alla storica decisione di abbandonare l’Unione Europea.

La “revisione integrata” ha l’obiettivo di fornire alla Gran Bretagna gli strumenti necessari ad affrontare sia la rinnovata sfida rappresentata dalla Russia di Vladimir Putin, sia l’ascesa economica e militare della Cina.

“Alle prese con il mutato ambiente strategico, e con uno spettro sempre più ampio di minacce e sfide – tra cui il cambiamento climatico e la biodiversità – la difesa dello status quo non è più sufficiente per il decennio a venire”.

Londra vuole avere più voce in capitolo nel plasmare le risposte internazionali e per questo ha deciso che “la Gran Bretagna deve considerevolmente aumentare il proprio arsenale di testate nucleari in risposta agli sconvolgimenti geopolitici ed al deterioramento della sicurezza internazionale”.

Un nuovo assetto dell’apparato di difesa britannico che incrementerà il proprio arsenale strategico a (non più) di 260 testate, ribaltando completamente la decisione presa un decennio fa di ridurre il numero massimo di testate da 225 a 180 entro la metà del 2020.

Il numero aggiuntivo di testate che l’Inghilterra intende acquisire, rappresenta un evento senza precedenti, che comporterà un incremento di oltre il 40% dell’attuale arsenale nucleare.

Il numero esatto delle testate nucleari possedute dall’Inghilterra ed il relativo incremento non sono stati specificati nella Review, anche questa una novità nella comunicazione ed un indice del forte clima di tensione determinato dall’attuale crisi globale. Certamente un ambito strategico diverso da quello del 2015, quando l’allora segretario alla Difesa Michael Fallon rivelò pubblicamente che la diminuzione degli ordigni nucleari avrebbe comportato una riduzione dell’armamento dei sottomarini di classe Vanguard a 40 testate ed un numero massimo di otto missili Trident.

Una comunicazione non più consentita oggi, perché rappresenterebbe una rivelazione strategica dal punto di vista militare, considerato che almeno uno dei quattro sottomarini Vanguard della Royal Navy è sempre in navigazione, e armato.

Il Governo del Premier Boris Johnson ha motivato questa decisione di aumentare le testate nucleari come risposta allo sviluppo di minacce tecnologiche e dottrinali portate avanti da alcuni Stati.

“Alcuni Stati stanno aumentando e diversificando significativamente i loro arsenali nucleari. Stanno investendo in nuove tecnologie nucleari e sviluppando nuovi sistemi nucleari bellici che stanno integrando nelle loro strategie e dottrine militari e nella loro retorica politica come strumento di deterrenza e coercizione”. “L’accentuarsi della competizione globale, le sfide all’ordine internazionale e la proliferazione di tecnologie potenzialmente distruttive rappresentano una minaccia alla stabilità strategica”, si legge nella Review. Inoltre, viene ribadito l’impegno a completare la realizzazione del nuovo sistema di testate nucleari per armare i quattro sottomarini di classe Dreadnought, destinati a sostituire i battelli Vanguard all’inizio del prossimo decennio.

Nella Review viene anche confermata l’intenzione del governo di orientare la politica estera e di difesa verso la regione Asia-Pacifico. L'”inclinazione” verso quell’area del mondo è la risposta della Gran Bretagna al crescente potere economico dei paesi regionali e alla crescente influenza della Cina sui suoi vicini, e non solo. Non è una coincidenza che il primo dispiegamento della nuova portaerei della Royal Navy, la HMS Queen Elizabeth, alla fine di quest’anno avrà come scenario operativo proprio le acque dell’Oceano Pacifico.

Oltre alla svolta militare, la Review esprime anche una policy diplomatica ed economica per ingaggiare Pechino, “nonostante la Cina rappresenti la più grande minaccia di tipo statuale per la sicurezza economica del Regno Unito, Londra dovrà continuare a trattare con Pechino sul commercio e su questioni internazionali come il cambiamento climatico, anche mentre si esercitano pressioni diplomatiche su questioni importanti come l’autonomia di Hong Kong e le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang”.

Il governo britannico continuerà a perseguire una relazione economica positiva, compresi legami commerciali più profondi e più investimenti cinesi nel Regno Unito. Insomma, Business is Business.

Allo stesso tempo, aumenterà la protezione delle infrastrutture nazionali critiche, delle istituzioni e della tecnologia sensibile e rafforzando la resilienza delle catene di approvvigionamento critiche.

Nelle prossime settimane è prevista la pubblicazione della seconda parte della Integrated Review, contenente le direttive per l’industria della difesa che dovrà assicurare il supporto tecnologico e logistico alla nuova strategia. Sono previste ristrutturazioni ed efficientamenti su flotta navale, veicoli corazzati, aerei da combattimento e sul personale della difesa, con l’obiettivo di creare un margine finanziario per nuovi investimenti indirizzati alla crescita del potere scientifico e tecnologico e nelle aree dello spazio, del cyber, dell’intelligenza artificiale e delle altre nuove tecnologie.

Questa nuova ambizione geopolitica e geo-economica globale, basata principalmente sull’incremento delle testate atomiche, rappresenta certamente una improvvisa virata della politica estera e di difesa della Gran Bretagna, tendente a servire il progetto politico del premier Boris Johnson.

I vertici militari inglesi sanno benissimo che le armi nucleari non possono più risolvere un conflitto, in quanto la loro capacità distruttiva fa sì che la vittoria abbia un prezzo inadeguato al vantaggio politico. La possibilità che un impiego anche limitato di armi nucleari (a livello tattico o dimostrativo, non necessariamente ”operativo” e tantomeno strategico) dia origine a una reazione a catena non controllata ha finito per negare un ruolo nel quadro di una guerra combattuta (warfighting) alle armi nucleari, che non possono essere quindi strumento di strategia militare, assumendo una valenza strategica solo al servizio della ”deterrenza”.

È chiaro quindi che Londra ambisce ad assumere un ruolo da protagonista nel clima di deterioramento dell’attuale quadro geopolitico caratterizzato dalle tensioni tra USA, Russia e Cina, senza l’intento di voler dominare in un conflitto militare, ma piuttosto per contribuire a dissuadere Pechino, negando i suoi obiettivi militari. Una strategia che non impedisce al Regno Unito la possibilità di continuare a fare affari con la Cina per garantirsi una forte ripresa industriale ed economica, indispensabile per preservare gli interessi della nazione.

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