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Perché il Pd soffre l’attivismo di Salvini

di

Rutte

Si nota qualche contraddizioni di troppo nelle ultime sortite del Pd di Enrico Letta. Il commento di Gianfranco Polillo

 

Non è facile capire la posizione di Enrico Letta, il segretario del Pd, quando chiede a Mario Draghi di “dare una nuova missione alla maggioranza”, quasi il preannuncio dell’apertura di una crisi. Salvo poi aggiungere: “Ci fidiamo di lui”. Ma “deve essere chiaro e netto e chiedere ai partiti che lo sostengono di essere tutti sul pezzo”. Affermazioni in cui non si può fare a meno di notare il susseguirsi di una serie di contraddizioni.

Il Governo Draghi è in carica dal 13 febbraio. Da allora non sono trascorsi nemmeno i cento giorni che caratterizzano, in genere, la luna di miele di qualsiasi governo, e già si chiede una svolta, un cambiamento. L’attuale maggioranza – è sempre Letta che parla – “non può limitarsi a stare insieme solo per inviare il Pnrr a Bruxelles e per i vaccini”. Per la verità obiettivi tutt’altro che di poco conto.

La trattativa per l’attuazione del Recovery Plan non sarà né facile né semplice, considerato lo scarto esistente tra la performance della burocrazia europea e quella italiana. Il rischio è che molti di quei fondi, se non vi sarà la necessaria accelerazione tecnico-amministrativa, rimarranno sulla carta, per essere destinati, come avvenuto in passato, a Paesi più lesti di noi nell’approfittare del buon vento europeo. Concentrarsi sul “pezzo”, come dice Letta, significa, innanzitutto, portare a casa quel risultato.

Quanto ai vaccini, invece, non è stato semplice raggiungere gli attuali livelli di organizzazione. Basti pensare all’esperienza Conte, con il supporto di Domenico Arcuri. Tra l’altro, solo qualche settimana fa, si temeva di non farcela, mentre i dati epidemiologici sembravano prefigurare nuovi disastri. Il recupero è stato degno di nota. Ma il pericolo non è ancora scomparso, per cui è necessario non abbassare la guardia e, di conseguenza, riporre grande attenzione alle cose ancora da fare. Se non altro a causa dell’imprevedibilità di un virus dagli aspetti mutanti, come in un film dell’orrore.

Questo per quanto riguarda il merito. Ma c’è di più. L’impressione è che si tenti di contravvenire all’investitura presidenziale di questo Governo, e spingere Mario Draghi direttamente nell’agone politico. Sollecitando un suo intervento per “normalizzare” il comportamento della Lega. Che decida dove stare – aveva tuonato nei giorni passati Giuseppe Provenzano, vice segretario del Pd – non potendo più sopportare l’attivismo di Matteo Salvini sui temi delle aperture delle attività e del porre termine al coprifuoco. Sollecitazioni, per la verità, che non avevano prodotto più di tanto, essendo il premier consapevole della necessità di procedere con i piedi di piombo.

Ed allora perché mostrarsi insofferenti con la Lega e il suo schema di “partito di lotta e di governo”? Che non è un ossimoro inventato da Salvini, ma il prodotto delle più antica tradizione del Pci. Addirittura teorizzato da Enrico Berlinguer, ai tempi della “solidarietà nazionale” del governo Andreotti. Vecchio vizio della sinistra quello di recriminare: finché sono loro a gestire, tutto va bene. Ma se un avversario si azzarda ad imitarne le mosse, ecco allora l’anatema. Di tutte le giustificazioni fornite in passato si fa solo un gran fascio e lo si butta nel rogo dell’indignazione.

A chi eccepiva, negli anni ‘70, rilevando l’ambiguità del Pci – parte della maggioranza parlamentare, ma anche critico nei confronti del governo – si rispondeva con l’esegesi dell’articolo 49 della Costituzione, che disciplina l’attività dei partiti politici. Che restano uno strumento ponte tra le istituzioni e l’elettorato. Di conseguenza la loro attività non deve necessariamente coincidere con il perimetro del governo. Al contrario può, ed a volte deve, avere un orizzonte più ampio. Questa almeno fu la giustificazione di tanti anni fa. Vale ancora o va cancellata dai libri di storia, solo perché non avvantaggia più gli stessi soggetti?

Se quindi le ragioni per invocare una svolta sembrano deboli, il problema è ricercare le motivazioni più vere di quella richiesta. Il Pd soffre l’attivismo di Salvini, per la sua sintonia profonda con strati molto vasti dell’elettorato. Era stato così nelle sue parole d’ordine contro l’immigrazione clandestina. Lo schema non è mutato nel rispondere alle sfide poste dalla pandemia. In questo caso, poi, è addirittura più semplice: basta infatti un pizzico d’ottimismo e giocare un po’ d’anticipo, immaginando ciò che il Premier, nella sua autonoma determinazione, alla fine sarà deciso a fare. Uno schema di gioco, quindi, fortemente competitivo ed in grado di innervosire i propri avversari politici. Il che spiega, almeno in parte, l’insofferenza dimostrata.

C’è infatti anche un’altra ragione. L’idea del connubio con i 5 stelle si dimostra sempre più complicato. Da un lato la crisi non risolta del Movimento. L’attendismo di Giuseppe Conte. Lo scontro legale plurimo sia con Davide Casaleggio che con i ribelli, a suo tempo radiati. Poi le vicende familiari di Beppe Grillo. Un quadro sempre più complicato ed a tinte fosche. Non sorprendono quindi le divergenze sulla scelta dei candidati alle amministrative. Possono sembrare incidenti di percorso ed invece sono spie di una fragilità più profonda. I 5 stelle sono nati sull’onda della contestazione al vecchio establishment. Possono legarsi indissolubilmente con quella forza politica che, più di altre, quell’establishment ha rappresentato ed ancora, per molti versi, rappresenta? È il rovello che sfiora la mente di molti, inquinando le acque della quotidianità.

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