Mondo

Perché il messaggio di Conte sullo stato di emergenza non mi ha convinto

di

Casellati Papetee

Il messaggio di Conte sullo stato di emergenza prorogato è suonato purtroppo come quello di un Paese perdente, depresso, ripiegato su se stesso che però non corrisponde al Paese reale

Un po’ banalmente da ex “ragazza di campagna” ieri sera, uscendo dal Senato, dopo le motivazioni del premier Giuseppe Conte per una proroga dello stato di emergenza, “però senza emergenza” , come gli ha rimpallato Matteo Salvini preceduto da Gianmarco Centinaio e, del resto, gli rimpallano gli stessi dati scientifici della realtà (attraverso illustri esperti nonché costituzionalisti come Sabino Cassese), mi sono detta come avrebbero fatto dalle mie parti: “Tocchiamoci” le cosiddette parti del corpo. Come – per citare l’ironico e caustico Daniele Capezzone – avrebbero detto, non solo nelle campagne umbre, ma anche in quelle tra Cambridge ed Oxford.

Sì, tocchiamoci. Perché, pur avendo attentamente ascoltato il professor Conte, che è anche un giurista, non ho potuto che concludere che il suo mi è parso il messaggio di un Paese perdente, che non infonde razionali ottimismo e fiducia. E quindi, tra mille spiegazioni tecnicistiche, il succo del messaggio che il premier invia al Paese e al mondo, sicuramente non in modo volontario, o almeno così si spera, è che il virus avrebbe altissima probabilità di tornare. Il tutto però non suffragato dai necessari dati e informazioni sul futuro. E quindi teniamoci attrezzati.

Tocchiamoci, avranno pensato o fatto i tanti, tantissimi piccoli, medi imprenditori ossatura dell’economia del Paese nel settore del turismo e non solo. Perché insieme con lo stato di emergenza si proroga anche lo smart working, il lavoro da casa, quello che ha già a Roma centro, a due passi dai Palazzi della politica, desertificato vie, lasciandole alla mercé di chiunque, fatto chiudere forse per sempre bar che funzionavano da piccole mense.

Il premier ha detto anche a un certo punto che quasi tutti gli stati di emergenza sono stati prorogati. Sì, ma quali? Quelli circoscritti nelle aree dei terremoti, uno dei fenomeni in quanto tali più imprevedibili, stati di emergenza necessari per le successive ricostruzioni? Perché mescolare tutto in una indistinta necessità di emergenza cosi? Forse non era questo il messaggio di positività, fiducia, speranza di cui gli italiani, piegati da mesi di lockdown, avevano bisogno.

La carta del “tocchiamoci” che qui, attenti, il peggio può arrivare sempre (certo anche se una mattina uno prende un aereo e quello gli casca, certo, anche se uno esce di casa e gli cade una tegola in testa), non era la carta politica forse che l’Italia attendeva di giocarsi. A maggior ragione di fronte a certi occhiuti “aiuti” europei. Rispetto ai quali il mainstream ha evocato persino il Piano Marshall, di fronte al quale però ci fu un Paese forte, reattivo, sicuro di sé, a cominciare dalla sua classe dirigente, che fece l ‘A1 e corse più della Ferrari per farcela. No, non era quello il Paese del “tocchiamoci” che “ricordati, devi morire”, tanto per citare la celebre scena con Troisi e il frate trappista in “Non ci resta che piangere”.

No, il messaggio che viene da questo governo al Senato, in un sera di mezza estate, suona come quello di non prendere un aereo domattina che, guardate, potrebbe cascare. Il premier, dopo le vibrate proteste dell’opposizione, ha cercato di calibrare, specificare che il suo non era allarmismo. Ma il messaggio che ne è venuto al netto è suonato purtroppo come quello di un Paese perdente, depresso, ripiegato su se stesso che però non corrisponde al Paese reale, alle sue drammatiche esigenze di farcela per non morire, ma non di Covid, di fame, stavolta. Mentre nel resto della Ue l’emergenza si è conclusa.

Il messaggio suona come tutto politico e autoreferenziale di una maggioranza, che, ormai anche sul piano plastico, appare sempre più scatenata, anche sull’onda dell’offensiva giudiziaria contro la Lombardia e il suo presidente Attilio Fontana, come un “tutti contro Salvini” . Il quale ieri sera ha telefonato a il Capo dello Stato. E in aula, alle consuete interruzioni e sberleffi della maggioranza che ormai accompagnano sempre i suoi discorsi, ha lanciato il guanto di sfida: “Noi rappresentiamo la maggioranza degli italiani, se non volete sentirmi, uscite dall’aula”. Licia Ronzulli, vicepresidente del gruppo di Fi (che ha anche lanciato una stoccata a Italia Viva di Matteo Renzi per la sua “attenzione alle nomine interne delle presidenze di Commissioni” ), la capogruppo azzurra Annamaria Bernini, il vicepresidente del Senato, di Fd’I Ignazio La Russa, hanno accusato il governo di usare la proroga dell’emergenza per tutelare “la sua tenuta” più che le sorti del Paese. Giorgia Meloni durissima:”Deriva liberticida”.

Non è stato un gran giorno per chi, ammesso che ci abbia creduto davvero, sperava di ricucire un dialogo tra le forze opposte del Paese. Il fossato si è allargato sempre di più. Lo stesso Pier Ferdinando Casini alla buvette del Senato con una battuta informale e ironica ha ammesso lo stallo paradossale di questo governo: “Sembra quasi più difficile farlo cadere che mandarlo avanti…”. Un commento non esattamente entusiasta dall’interno della stessa maggioranza del governo Conte/2.

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