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Perché il governo Draghi conviene a tutti

Il governo Draghi oggi conviene a tutti, nessuno escluso. Innanzitutto, Draghi lascerà un Paese in condizioni migliori, su ogni piano, e i politici lo sanno, al di là della loro stucchevole propaganda. Il commento di Vitalba Azzollini per Phastidio.net

 

Piano piano le resistenze dei partiti nei riguardi di Mario Draghi paiono – più o meno opportunisticamente – sciogliersi come neve al sole. Come può immaginarsi il percorso del Presidente del Consiglio incaricato?

Sergio Mattarella ha parlato di un Governo di alto profilo, estraneo a logiche politiche. L’intento del Presidente della Repubblica è stato quello di chiedere ai partiti di fare un passo indietro, a favore del “whatever it takes” per mettere in sicurezza il Paese, indirizzando verso un esecutivo che voli alto, come si suol dire.

Un esecutivo che – al di là degli interessi partitici, cioè “di parte” – faccia ciò che serve, cioè porti fuori il Paese dalla pandemia e lo avvii alla crescita.

Sotto quest’ultimo profilo, non occorre inventare obiettivi. Basta individuarne alcuni tra quelli elencati nelle Raccomandazioni specifiche per l’Italia adottate, su proposta delle Commissione, dal Consiglio dell’UE nel luglio 2019 e 2020; nella Relazione per paese relativa all’Italia (Country Report), presentata dalla Commissione UE a febbraio 2020; nelle linee guida della Commissione UE entro le quali devono muoversi gli Stati membri nella stesura dei piani nazionali all’interno del programma Next Generation Eu.

Gli esponenti dei partiti, invece, sembrano andare alle consultazioni con la più ampia apertura verso Draghi, ma senza rinunciare proprio a quegli interessi “di parte” che stavolta, volendo usare un gioco di parole, dovevano mettere da parte. Interessi di mera politica, cioè di propaganda. “Politica” è stata una parola ricorrente nelle dichiarazioni ufficiali all’uscita dalle consultazioni, e forse quella più ricorrente anche nel discorso davanti al banchetto fatto da Conte, vale a dire colui il quale aveva voluto centinaia di “tecnici” in task force quando era al Governo.

Insomma i leader, mentre a parole affermano di non porre condizioni, già alla prima tornata di consultazioni manifestano al Presidente incaricato i temi della propria agenda, le proprie “battaglie identitarie”, che nella sostanza altro non sono che condizioni: quelle che poi saranno vantate presso gli elettori.

Per non parlare di quanto qualcuno di essi forse non ha ancora detto a Draghi: l’insofferenza, che può diventare vero e proprio veto, a governare con questo o quel partito.

Va dato atto a Italia Viva di non aver messo alcun paletto, dichiarando il proprio appoggio incondizionato a Mario Draghi.

Non può non notarsi come i temi a causa dei quali erano avvenute le dimissioni di ministre e sottosegretario – il Mes in primis – siano spariti dal discorso di chi li aveva posti come imperativi.

Non era questione di nomi – avevano detto – ma di quei temi: evidentemente, è bastato un nome per superarli.

Chi scrive reputa che Draghi abbia già chiaro cosa serva fare e non necessiti dei suggerimenti che emergono dalle consultazioni, come invece chi va da lui sembra (o finge di) ritenere. L’abilità è far sì che in singoli punti del “programma” del nuovo Governo i leader dei partiti riconoscano alcuni dei propri punti, e su quelli vi sia convergenza. A ciascuno il suo. Ed è ciò che pare stia accadendo.

L’uscita di Salvini dal primo giro dlele consultazioni lo ha reso palese. Il leghista ha espresso piena sintonia con Draghi su esigenze di crescita, sviluppo, taglio alla burocrazia e similari. Come se su queste istanze vi fosse qualcuno in Italia e nel mondo che dissente. Temi quali flat tax, immigrazione, pugni sul tavolo in Europa non sono emersi.

Riemergeranno poi, alla bisogna, a seconda della convenienza. Al momento, tuttavia, per formare il Governo a Draghi basta trovare punti di incontro. Solo in questo modo gli è possibile addensare i consensi di soggetti politici che sono su posizioni opposte. Se poi i leader si intesteranno quei punti come propria vittoria, cioè come marchio del partito, non sarà importante. L’importante è portare a casa il risultato. Draghi non è in competizione con loro.

E se, invece, il Presidente del Consiglio incaricato non riuscirà a superare le condizioni fissate dai politici, che emergeranno in maniera più consistente nella seconda tornata delle consultazioni, quanto meno in termini di “poltrone”, o addirittura di veti, come detto? Cioè se egli non otterrà un’adesione quanto più ampia, come richiesto da Mattarella?

È probabile che Draghi metta sul tavolo un Governo “prendere o lasciare”. Mentre tutti gli avranno posto vincoli di vario tipo, lui porrà solo questo. Oggi così come nel prosieguo del Governo, ove si formasse. Draghi non è interessato a “salire in politica” (cit. Mario Monti), e non solo perché sa che dopo Palazzo Chigi c’è il Quirinale.

Draghi è stato chiamato a traghettare l’Italia fuori dalla crisi sanitaria ed economica, sa che avrà a disposizione solo un anno e probabilmente ha accettato questo incarico-ponte solo perché la situazione è davvero grave. L’ex banchiere centrale oggi ha un compito preciso, e non avrà intenzione di lavorare con politici capricciosi, pronti a fare gli usuali teatrini: non potrebbe svolgere con efficacia il mandato di Mattarella.

Draghi non ha bisogno di mediazioni a ogni costo. “Prendere o lasciare”: questa è la condizione che metterà a chi mette condizioni a lui.

E quale sarà la reazione dei politici a un eventuale Governo “prendere o lasciare”? Sono tre i profili da sottolineare per ipotizzare la risposta.

Il Governo Draghi oggi conviene a tutti, nessuno escluso. Innanzitutto, Draghi lascerà un Paese in condizioni migliori, su ogni piano, e i politici lo sanno, al di là della loro stucchevole propaganda.

Come detto, Draghi governerà al massimo per un anno, perché il suo destino è il Quirinale. E a quel punto i vari leader potranno riprendere le usuali sceneggiate, trovandosi un Paese che qualcuno ha avviato alla guarigione. Ci penseranno poi loro a causarne la ricaduta nella malattia, facile prevederlo.

In secondo luogo, nessuno vuole correre il rischio di passare per il soggetto che ostacola colui il quale è al momento indicato come salvatore della patria. E i cittadini vogliono essere salvati, dicono i sondaggi. Chi oggi mettesse i bastoni fra le ruote all’opera di Draghi potrebbe pagarne il prezzo in termini di consensi. Apporre il proprio marchio sul Governo della salvezza, anche solo non mettendosi di traverso, è interesse di tutti.

Infine, chi vorrebbe restare al di fuori del tavolo di un Governo ove si porranno le basi per l’investimento di un’ingente mole di soldi, quelli del Next Generation UE? Ma qui va fatta una precisazione. I politici stentano a capire che quei denari non servono loro a banchettare, ma devono essere usati in progetti valutabili ex ante e tali da produrre risultati verificabili in itinere ed ex post, altrimenti i rubinetti europei si chiuderanno. Questo è un tema che pare sfuggire a molti.

Perché i soldi arrivino non basta che Draghi scriva un bel programma: serve attuarlo, rispettando le tappe previste, per ricevere i fondi previsti a ogni scadenza. E quel programma andrà per lo più attuato quando Draghi non sarà più al Governo. Cioè dai politici di cui sopra, il cui punto di forza non è né la valutazione di impatto né il rispetto degli impegni, com’è ormai noto.

Una domanda, in conclusione. Il sollievo per l’incarico a Draghi è enorme. Ma come potrà mai imparare qualche lezione un Paese ove arriva sempre un uomo della provvidenza a evitare il precipizio?

(Estratto di un articolo pubblicato su phastidio.net)

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