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Perché il Congo-Brazzaville continua a rieleggere lo stesso Presidente

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L’articolo di Enrico Martial sulla rielezione di Denis Sassou Nguesso a presidente del Congo-Brazzaville (dove avanza la Cina). Fatti, commenti e scenari

 

Per tenerne memoria, bisogna annotare la rielezione plebiscitaria alle presidenziali della Repubblica del Congo del 21 marzo, prive di osservatori esterni, di Denis Sassou Nguesso, 77 anni, con l’88,57% dei voti, secondo i risultati resi noti il 23 marzo.

Il nuovo mandato quinquennale si aggiunge ai suoi 36 anni alla guida del Paese (ex-colonia francese, detto anche Congo-Brazzaville), che confina con la più estesa Repubblica democratica del Congo (ex-colonia belga), così come le due capitali rispettive, Brazzaville e Kinshasa.

Il principale candidato di opposizione, Guy-Brice Parfait Kolelas, ha ottenuto il 7,8% dei voti, ma è risultato positivo al Covid il venerdì ed è morto il giorno del voto, la domenica pomeriggio. Il Congo-Brazzaville è da anni oggetto di attenzione da parte delle organizzazioni internazionali, sia per i problemi economici sia per la situazione politica.

Dal punto di vista economico, il Paese è largamente dipendente dalle esportazioni di petrolio, di cui non beneficiano né il sistema pubblico né la popolazione. Il debito pubblico subisce successive ristrutturazioni che lo riconducono intorno all’85% del Pil, prima di risalire inesorabilmente oltre il 110%. Ampie fasce della popolazione sono in povertà, solo il 52% degli abitanti accede a fonti idriche di qualità sufficiente. È in corso una valutazione, in cui partecipa il Vaticano, per rimediare all’assenza di acqua in almeno un quarto delle strutture sanitarie. Altri interventi sulle infrastrutture o servizi sono realizzati da operatori esterni, come Total ed Eni, attive sull’estrazione petrolifera insieme alla compagnia di Stato, la Société nationale des pétroles du Congo (SNPC).

A Eni si devono, oltre a vari progetti – per esempio per una trentina di pozzi per l’acqua per circa 20mila abitanti – anche due centrali elettriche, di cui una (80% dello Stato e 20% Eni) con 484 MW – grazie alla terza turbina avviata a febbraio – contribuisce a circa il 60% della produzione di elettricità in un Paese in cui il 30% della popolazione non ne ha accesso, (ma era il 55% nel 2011), con forti scarti tra zone urbane e rurali.

Le accuse di corruzione durano da anni e hanno comportato tra l’altro sequestri di beni alla famiglia del Presidente Denis Sassou Nguesso in Francia (inchiesta “bien mal acquis” sin dal 2009), e in ultimo, il 15 marzo scorso, una richiesta di patteggiamento per i responsabili della stessa Eni, per 11,8 milioni di euro, per un’accusa di corruzione internazionale che è stata trattata in tempi analoghi a quella sulla Nigeria, per la quale vi è stata assoluzione in primo grado il 18 marzo.

Nel Paese si sta inoltre assistendo a una continua penetrazione economica cinese, che in ultimo ha acquisito il 13 marzo le concessioni per tre miniere di ferro con un potenziale di 1mld di tonnellate, tra le proteste dei precedenti concessionari australiani. Pur importando i minatori da casa (come avviene anche altrove, ad esempio a Bor, in Serbia), la Cina ha promesso 10 mld di dollari di investimenti e una ferrovia fino alla costa atlantica, vicino a Pointe-Noire.

Dal punto di vista politico, il risultato elettorale segna una continuità, anche nella percezione occidentale di un’Africa che non cambia: segnata da regimi vessatori, autoritari e corrotti, in combutta con grandi interessi economici esterni, mai uscita dalla decolonizzazione, in preda a gravi povertà e malattie endemiche da cui non si riesce a liberare. Rispetto a Paesi più dinamici, il Congo-Brazzaville contribuisce allo stereotipo malgrado qualche tentativo di ammodernarsi e malgrado i cambiamenti in corso: dall’affermarsi cinese alle nuove crisi derivanti dallo sviluppo demografico, dagli impatti climatici, dalle instabilità locali, come nel Sahel.

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