Dopo la clamorosa bocciatura a scrutinio segreto nell’aula della Camera sul tema del ripristino almeno parziale delle preferenze nella legge elettorale, tentato dalla maggioranza, la situazione non solo del governo ma anche delle opposizioni festanti, è grave ma non seria, come sempre più spesso accade dai tempi di Ennio Flaiano.
La maggioranza, di certo, ha fatto autorete, per giunta col piede metaforico della premier Giorgia Meloni, il cui voto è quello mancato al cosiddetto quorum, avendo lei preferito l’assenza alla presenza. Ma vedere le opposizioni esultare, entusiaste di avere contribuito al salvataggio di un sistema elettorale semplicemente odioso, in cui l’elettore non può scegliersi il parlamentare destinato a rappresentarlo, non è stato e non è uno spettacolo decente, a dir poco. Una politica che si perde nei vicoli delle manovre, degli agguati e dei dispetti perde credibilità nel suo complesso, a vantaggio di nessuna delle parti o squadre in campo.
Detto e scritto questo, senza farsi trascinare nelle solite polemiche sulla crisi di governo reclamata dalle opposizioni per una sfiducia che non c’è stata, non essendo stata messa dal governo, che pure poteva farlo per sottrarsi al voto a scrutinio segreto e alla trentina di cosiddetti “franchi tiratori” in agguato, attribuibili a forzisti e leghisti; detto e scritto questo, ripeto, sono curioso di vedere a quali risultati porterà “la riflessione” annunciata o impostasi dalla Meloni in persona. Che non è riuscita a sottrarsi all’’esplosione materiale della sua maggioranza sulle preferenze dopo averla più volte evitata sulla politica estera e di difesa fra i sospiri di sollievo, credo, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che in caso di crisi su questo versante sarebbe davanti a questa alternativa: o le elezioni anticipate o la scomposizione del bipolarismo, ricorrendo o a un nuovo governo della Meloni con la segretaria però del Pd Elly Schlein o un governo di Giuseppe Conte con Roberto Vannacci, entrambi convinti che la Russia di Putin non sia una minaccia e che il riarmo europeo sia una rapina.
Riflessione per riflessione, in attesa delle valutazioni della Meloni, spero autocritiche anche per il contributo personale dato all’incidente, chiamiamolo, del suo 14 luglio, se ne dovrebbe pretendere e aspettare anche dal cosiddetto campo largo dell’alternativa, quando protagonisti, attori e comparse avranno finito di ballare, bere e sudare.




