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Perché i servizi dei Servizi Segreti non saranno più segreti

Segreti

Il corsivo di Teo Dalavecuras

 

Come ci ricordano a buon diritto gli esperti, anche tra alleati si è sempre fatto ricorso allo spionaggio. Le spie le usano con pari entusiasmo tutti i regimi, dall’estremo teorico della democrazia “perfetta” a quello non meno teorico della dittatura integrale, sicché lo scandalo suscitato dalle ultimissime rivelazioni sul sistematico spionaggio Usa ai danni di alleati occidentali è fuori luogo.

Si potrebbe anche ricordare Echelon, dei primi anni 60 del secolo scorso, un’enorme infrastruttura di monitoraggio a tappeto di tutte le comunicazioni via cavo e via etere, avviato dall’alleanza anglosassone di “Five Eyes” (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda”), del quale un’indagine del Parlamento europeo una quarantina d’anni dopo “scoprì” l’esistenza senza rinunciare, con smisurato sprezzo del ridicolo, a scandalizzarsene. Oppure, sempre negli anni 60 del ‘900, la vicenda di Francis Gary Powers, il pilota di aerei-spia (gli U-2) progettati per riprendere immagini di obiettivi strategici da alta quota abbattuto, dopo 27 missioni coronate dal successo, da un missile sovietico e scambiato poi, dopo lunghe trattative, con una spia sovietica, storia che ha ispirato un film avvincente (Il ponte delle spie, protagonista Tom Hanks). Diamo atto, per pignoleria, che in questo caso non era spionaggio tra alleati ma tra nemici mortali. Non erano nemici però, ma potevano essere anche amici per la pelle, le vittime del sistema Crypto AG, una società svizzera oculatamente collocata nel paradiso fiscale del Cantone Zugo e occultamente controllata da Cia e dai servizi segreti della Germania federale, leader mondiale nel settore dei dispositivi di cifratura delle telecomunicazioni che esportava in moltissimi paesi del mondo (si sa, la Svizzera è un paese neutrale), conservando però a beneficio dei suoi due azionisti le chiavi per decifrare i codici e “auscultare” le comunicazioni: per decenni nel pieno della guerra fredda e un po’ anche dopo.

Che ogni tanto, quasi mai per caso, fatti di spionaggio emergano e facciano rumore, magari addirittura “scandalo”, è nell’ordine naturale delle cose. I meno giovani, diciamo così, ricordano ancora lo “scandalo Profumo”, dal nome di un ministro della difesa di Sua Maestà con un debole per il gentil sesso (tipica espressione degli anni 60 e precedenti), caduto nella rete di Christine Keeler, assai avvenente modella e show girl che, per la sfortuna del povero ministro fungeva da porta girevole tra la preda di turno e un ufficiale di Marina sovietico meno interessato alle performance sessuali di Christine che alle informazioni riservate raccolte tra le lenzuola.

Ci sarà, però, un punto critico che, una volta superato, trasforma l’arte dello spionaggio in qualcosa di diverso. Benché nulla a questo mondo sia a tenuta perfettamente stagna, ci si aspetterebbe che il lavoro delle spie si svolga, se non sempre, almeno prevalentemente al riparo dagli sguardi indiscreti, ma si ha l’impressione che ormai non il segreto, ma nemmeno un minimo di riserbo protegga la talora meritoria opera delle spie. La storia di Angela Merkel spiata dagli americani sembrava di averla sentita già negli anni scorsi, o mi confondo? Che ne è, a proposito, di quell’altro ufficiale di Marina, italiano stavolta, che secondo i titoloni strillati qualche mese fa vendeva, per quattro soldi, segreti o similsegreti a un impiegato dell’ambasciata di Russia?

Di questo passo rischia di estinguersi la fonte di una delle ultime risorse che ci ha sinora permesso di sopravvivere nel mondo on/off dell’età digitale, il romanzo di spionaggio: perché forse ai missionari del digitale non glielo hanno spiegato (o più probabilmente lo sanno fin troppo bene), ma la principale differenza tra l’animale-uomo e gli altri animali è il segreto (nel senso che gli altri animali non hanno segreti), come spiegano gli psicologi ma assai meglio di loro la Bibbia (“Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture”).

Il dilagante tracimare dei segreti dello spionaggio potrebbe finire per trasformare quello che un tempo era un sistema di “tubazioni” relativamente ordinato in una sorta – absit iniuria verbis – di discarica a cielo aperto. Non finiremo mai di lodare il silenzio della signora Merkel e siamo arrivati al punto di provare gratitudine per l’autocensura dei media, intenti a scrivere vergogna!, spiarsi tra alleati!, senza degnare di una sillaba il fatto che quella che teneva il sacco alla spia Usa era la Danimarca, socio a pari titolo della Germania in quella cosa imbarazzante che sta diventando l’Unione europea.

C’è il timore, però, che ormai nemmeno l’omertà basti più. Perché il futuro, nel mondo dal quale il segreto è ormai bandito, il mondo dove viviamo noi provinciali dell’impero americano, ci riserva qualcosa di molto peggio delle discariche a cielo aperto (con le quali peraltro l’umanità ha convissuto e prosperato per millenni). Ci riserva la materializzazione di una delle più sinistre invenzioni dell’Illuminismo, il Panopticon del liberale Jeremy Bentham, un carcere a struttura radiocentrica nel quale un solo occhio poteva controllare tutti i prigionieri.

Anche l’antico e nobile mestiere della spia è condannato (quanto meno nelle province dell’impero) a scomparire perché non ci sarà più nessun segreto da custodire né da violare ma solo sistemi di controllo “in tempo reale” da perfezionare, estendere, generalizzare e gestire con eserciti di formichine digitali.

Shoshana Zuboff ha scritto un libro di 600 pagine (Il capitalismo della sorveglianza) per spiegarci quel che ci sta succedendo, ma tutti hanno preferito consumarsi la vista sulle mille e più pagine a ripetizione del sedicente marxista Thomas Piketty e sgolarsi in dibattiti sulle disuguaglianze (va detto che è anche colpa sua, di Zuboff: che c’entra il capitalismo con la civiltà della sorveglianza e dell’accaparramento verso la quale siamo avviati?, ci vorrebbe un minimo di originalità nei titoli, invece di questa fissazione per l’ectoplasma del capitalismo; e anche nelle agende personali degli intellettuali, non è possibile che si continui a inseguire il modello di successo di Karl Marx e di Max Weber, cent’anni dopo la morte del più giovane dei due).

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