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Perché i Paesi dell’Europa centro-orientale non si cinesizzano

Cina Myanmar

L’ultima edizione della piattaforma “17+1”, nata nel 2012 per espandere la cooperazione economica tra la Repubblica popolare cinese e un rilevante numero gruppo di Paesi dell’Europa centro-orientale, pare aver subito una battuta di arresto. L’analisi di Giuseppe Gagliano

 

L’ultima edizione della piattaforma “17+1”, nata nel 2012 per espandere la cooperazione economica tra la Repubblica popolare cinese e un rilevante numero gruppo di paesi dell’Europa centro-orientale, pare aver subito una battuta di arresto.

Tenutasi lo scorso 9 febbraio, ben sei paesi dell’Europa orientale — e cioè Lituania, Lettonia, Estonia, Slovenia, Romania e Bulgaria — hanno inviato non primi ministri o capi di Stato ma soltanto rappresentanti a livello ministeriale. Il ridimensionamento tutt’altro che marginale posto in essere da questi paesi può essere solo apparentemente posto in relazione con la diffusione della pandemia globale.

Come ricorderemo, quest’iniziativa era sorta nel 2012 con la formula 16 + 1 diventata poi 17 + 1 con la presenza della Grecia ed era sorta con forti e significative aspettative da parte dell’Europa centro orientale che auspicava investimenti rilevanti in vitali infrastrutture per dare linfa vita a settori economici che erano divenuti ormai marginali ed obsoleti.

A tale proposito basti pensare alla infrastruttura portuale del Pireo, in Grecia, che è divenuto ben presto un vero e proprio hub di grande rilevanza per la logistica cinese in Europa ma pensiamo anche ai rilevanti investimenti cinesi attuati nel settore energetico come l’ammodernamento della centrale di Kostolac, in Serbia, o quello attuato nelle infrastruttura stradali come l’autostrada Bar-Boljare in Montenegro.

Tuttavia importanti investimenti o sono venuti meno o hanno subito un rallentamento significativo.

Pensiamo, a titolo di esempio, all’ammodernamento dell’infrastruttura ferroviaria Belgrado-Budapest oppure all’investimento relativo alla centrale nucleare rumena di Cernavoda. Tuttavia, ciò non deve destare una particolare sorpresa se si pensa che la Cina ha investito solo 10 miliardi verso l’area coperta dalla forma 17 + 1 mentre ne ha investiti 126 nel vecchio continente.

Questo evidente divario economico è stato ammesso, seppur implicitamente, dal presidente cinese che proprio nell’ultima edizione ha promesso che la Cina raddoppierà nei prossimi cinque anni le importazioni cinesi di prodotti alimentari dall’Europa centro-orientale.

Ma nello stesso tempo l’incontro del 9 febbraio è stata anche l’occasione per sottolineare come i paesi dell’area centro-orientale possano avere un accesso facilitato ai vaccini anti-Covid sviluppati dall’industria cinese, sottolineatura questa fondamentale perché sta a dimostrare l’importanza che il Dragone attribuisce all’uso del soft power.

Ma cosa ha determinato allora la volontà di ridimensionare la presenza di alcuni paesi dell’area centro-orientale al vertice del 9 febbraio?

Certamente una delle cause è da individuarsi nella contrapposizione tra Stati Uniti e Cina: per molti paesi dell’area centro-orientale è più importante la sicurezza in ambito in ambito militare che viene garantita dalla presenza della Nato che la crescita economica. Non è un caso infatti l’adesione dei paesi centro-orientali alla “Clean Network Initiative”, promossa da Washington per contenere la proiezione di potenza cinese in relazione al 5G cinese.

Una seconda causa è molto probabilmente legata all’Ue la quale ha sempre assunto in modo comprensibile un atteggiamento di diffidenza attribuendo a quest’iniziativa la volontà da parte della Cina di indebolire la coesione politica ed economica dell’Unione europea per porre in essere il suo ambizioso progetto della Nuova Via della seta.

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