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Perché i 5 Stelle di Conte sono superflui per il centrosinistra

Lega

Che cosa emerge dall’ultimo sondaggio della ghisleriana Euromedia Research

 

Alessandra Ghisleri, la sondaggista di cui Silvio Berlusconi si fida di più senza per questo comprometterne la credibilità sul versante opposto, si è tolta una bella soddisfazione: anche ai miei danni, diciamo così, avendole io non creduto quando in un salotto televisivo, qualche giorno prima dei ballottaggi del 17 ottobre, disse che le polemiche sui disordini di piazza misti di no pass e di “matrice” fascista dell’assalto alla sede nazionale della Cgil non avrebbero influito sui risultati elettorali. Che sarebbero rimasti condizionati dai fattori e problemi locali.

Infatti in un sondaggio effettuato il 20 ottobre dalla ghisleriana Euromedia Research sulle intenzioni di voto a livello nazionale – a ballottaggi, quindi belli, che consumati, con tutto il “trionfo” vantato dal segretario del Pd Enrico Letta e tutta la “sconfitta” ammessa dal centrodestra – i rapporti di forza fra i vari partiti e schieramenti risultano cambiati di molto poco rispetto al sondaggio del 14 settembre, poco più di un mese prima. Segno che il grande sommovimento avvertito a Roma, per esempio, con la riconquista del Campidoglio da parte del Pd si deve alla circostanza tutta romana, appunto, di un candidato sbagliato dal centrodestra. Che ha lasciato a casa un bel po’ di elettori nel primo turno e ancora di più nel secondo.

Se solo Giorgia Meloni avesse perdonato a Guido Bertolaso una sgarberia subita cinque anni prima, quando fu da lui invitata a fare “la madre” piuttosto che la candidata, e ne avesse quindi accettato la candidatura suggerita neppure tanto dietro le quinte da Berlusconi, o avesse lei stessa coraggiosamente deciso di tentare direttamente la rivincita, finita la sbornia grillina delle elezioni precedenti, la partita del Campidoglio si sarebbe probabilmente chiusa in ben altro modo, anche sul piano della partecipazione alle urne.

A livello nazionale la ricerca della Ghisleri ha confermato il Pd al 19,5 per cento delle intenzioni di voto, col guadagno di un misero 0,1 per cento rispetto al mese precedente, i Fratelli d’Italia della Meloni al 19.2, anch’essi con un misero 0,1 per cento in più; la Lega di Matteo Salvini al 17,8 per cento, con lo 0,9 in meno, che non è cosa da strapparsi i capelli; il Movimento 5 Stelle al 18,2 per cento, con l’1,1 per cento in più che si spera non venga scambiato da Giuseppe Conte per l’11 per cento eliminando la virgola; Forza Italia all’8,1, con un aumento esattamente pari alla perdita della Lega, cioè sotto il punto; l’Italia Viva di Matteo Renzi al 2 per cento, con lo 0,8 per cento in meno; la sinistra di Bersani inchiodata all’1,5 per cento, la sinistra già vendoliana all’1,4 per cento, con lo 0,4 per cento in meno, l’Azione di Carlo Calenda al 4,5 per cento, con lo 0,7 per cento in più procuratosi grazie all’exploit di Roma. Dove l’ex ministro ha battuto da solo tutte le altre liste prese singolarmente e sorpassato la ormai ex sindaca grillina Virginia Raggi. Tanto rumor per nulla, verrebbe voglia di dire di fronte a simili, modeste variazioni di carattere nazionale.

Se proviamo poi a sistemare in due poli opposti tutte le liste ad occhio e croce compatibili per quello che dicono, ma spesso non fanno, mettendo quindi a sinistra anche la +Europa della Bonino e lasciando fuori dai calcoli le formazioni di Renzi e di Calenda perché non ascrivibili al cosiddetto centrosinistra dopo il veto opposto da Conte, la “coalizione larga” perseguita dal Pd si ferma al 43,9 per cento, contro il 46,3 per cento del centrodestra. Risultano a questo punto determinanti proprio Renzi e Calenda, soprattutto il secondo. Chi glielo dice a Conte?

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