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Hong Kong

Perché il caso Hong Kong non impedirà un accordo Usa-Cina. L’analisi di Fugnoli

Hong Kong non sarà un serio ostacolo per i negoziati commerciali se i cinesi avranno l’accortezza di non usare la mano troppo pesante. L'analisi di Alessandro Fugnoli, capo strategist dei fondi Kairos

Il Congresso Usa ha approvato una risoluzione a sostegno di Hong Kong. C’è una parte di sincera solidarietà e c’è anche la voglia di mettere in difficoltà Trump nelle sue trattative con la Cina. Pechino ha reagito con molto fastidio, ma senza forzare. E non forza nemmeno il Congresso, a ben guardare, perché le sanzioni eventuali non sarebbero contro la Cina, ma solo contro il governo di Hong Kong.

Per Hong Kong, d’altra parte, si parla di una soluzione tibetana, un insieme di repressione non troppo sanguinosa e di ripopolamento graduale con cinesi Han della madrepatria. Soluzione non facile, dal momento che i problemi di Hong Kong non sono etnici, ma politici.

In pratica Hong Kong non sarà un serio ostacolo per i negoziati commerciali se i cinesi avranno l’accortezza di non usare la mano troppo pesante fino al raggiungimento dell’accordo sulla Fase Uno. Lo stesso senatore Rubio, un anticomunista da Guerra Fredda, accetta i negoziati e non si mette di traverso.

Per il resto l’accordo è pronto da mesi, è un minimo comune denominatore con qualche ambizione sulla carta ma, nell’attuazione pratica, verosimilmente modesto. Se non si è ancora arrivati alla firma è perché entrambe le parti hanno bisogno di non mostrare segni di debolezza per ragioni di politica interna. In particolare Trump, sotto impeachment, deve evitare di apparire arrendevole e di essere quello che baratta la propria sopravvivenza politica con un accordo al ribasso.

È per questo che i negoziati tra America e Cina raggiungono un compromesso (sempre lo stesso, quello di maggio) ma ritornano ogni volta al punto di partenza. I mercati lo stanno imparando e reagiscono sempre meno agli alti e bassi.

È come nelle saghe cinematografiche o televisive. Anche quando la serie finisce, si lascia sempre un appiglio per riprenderla più avanti, quando ce ne saranno le condizioni. America e Cina non possono mettersi d’accordo, se non su piccole cose, ma non possono nemmeno rompere.

I mercati approfittano degli ultimi intoppi (legati al mantenimento delle tariffe come garanzia per l’applicazione dell’accordo) per prendersi una pausa. C’era ipercomprato e il sentiment, dalle paure di agosto, era risalito fino a sfiorare l’euforia. Tutte le volte che si parla di meltup, di breaking out, di FOMO i mercati, invece di accelerare sul serio, si fermano e si ripuliscono.

Al netto delle trattative commerciali e di una fiammata di fine anno, questa fase interlocutoria si può prolungare per qualche settimana. Il ciclo economico globale sta mostrando segni di stabilizzazione convincenti, ma non ancora segni di riaccelerazione. Per questi occorrerà aspettare l’anno nuovo.

Nel frattempo i tassi e il Qe ci mantengono in una condizione artificiale ma confortevole. Quanto alla politica, il fatto che l’astuto e pragmatico Buttigieg stia superando nei consensi una Warren avvitata sul suo dottrinarismo lascia spazio alla possibilità di un secondo semestre 2020 meno agitato di quello che si cominciava a pensare.

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