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Perché la guerra in Ucraina non sta finendo

La fonte dell’aggressione russa è la convinzione che l’Occidente intenda infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia. Finché questa paura persiste, la guerra non finirà. L'analisi di Tatiana Stanovaya da Carnegie Politika tratta da Appunti.

Molti si aspettano che il 2026 sia un anno decisivo per la guerra in Ucraina. Con la Russia che avverte sempre più l’impatto delle sanzioni e l’infrastruttura energetica ucraina sull’orlo del collasso, mentre le scorte di armi e i finanziamenti si assottigliano, non sorprende che per la prima volta da molto tempo le parti siano tornate a un dialogo diretto e apparentemente sostanziale, prima ad Abu Dhabi e poi a Ginevra.

Un reale progresso verso la pace può sembrare possibile, ma le circostanze fanno sì che, invece di una pace sostenibile, ciascuna parte rischi di cadere in una trappola.

Per l’Ucraina, la priorità assoluta è costringere la Russia a cessare le ostilità. L’unica domanda sembra essere quale prezzo Kyiv sia disposta a pagare in termini di territorio e garanzie di sicurezza.

La posizione di Kyiv sulla questione territoriale è che essa debba essere determinata dalla linea del fronte al momento della fine delle ostilità.

La richiesta di Mosca che le truppe ucraine si ritirino dal Donbass prima che il Cremlino accetti di avviare negoziati per una pace pienamente strutturata è irrealistica — almeno nelle attuali condizioni politiche ucraine.

Ma la Russia ritiene sia solo questione di tempo prima di riuscire a prendere il Donbass con la forza, e dunque non vede motivo di scendere a compromessi su questa richiesta.

Il rischio principale per Kyiv è quindi di restare intrappolata in negoziati infiniti su un cessate il fuoco mentre Mosca continua a distruggere le infrastrutture ucraine.

Per simulare buona volontà, il Cremlino potrebbe accettare periodicamente brevi tregue. Ma una cessazione duratura delle ostilità è possibile solo se la Russia la accetta come parte di un accordo alle proprie condizioni, che includono la fine dell’assistenza militare occidentale all’Ucraina.

Anche la Russia, tuttavia, affronta la propria trappola.

Se Mosca riuscisse a costringere Kyiv ad avviare negoziati sostanziali su ciò che equivarrebbe essenzialmente a una capitolazione — una replica dei colloqui di Istanbul nei primi giorni della guerra — il Cremlino sarebbe costretto a scegliere quali condizioni di pace sia davvero disposto ad accettare.

Le richieste russe sono problematiche di per sé. La questione territoriale è importante per il Cremlino, ma la guerra ha un obiettivo più ambizioso: creare un’Ucraina interamente inserita nella sfera d’influenza russa e non percepita da Mosca come “anti-russa”.

Mosca intende raggiungere questo risultato imponendo una serie di restrizioni politiche a Kyiv, come il divieto del nazionalismo ucraino, la legittimazione delle forze filorusse nel Paese, la garanzia dello status della lingua russa e il ripristino dell’influenza della Chiesa ortodossa russa.

In altre parole, la Russia vuole costringere l’Ucraina a impegnarsi a diventare uno Stato “amico”.

Come garanzie di questa “amicizia”, il Cremlino chiede una drastica riduzione delle dimensioni dell’esercito ucraino, la fine della partnership con i Paesi della NATO e il divieto di dispiegare armi a lungo raggio o qualsiasi infrastruttura militare occidentale sul territorio ucraino.

I rischi nascosti

La Russia rischia di impantanarsi in discussioni lunghe e logoranti sulle proprie richieste politiche riguardanti l’Ucraina: richieste che restano del tutto inaccettabili per Kyiv.

E anche se a un certo punto le autorità ucraine fossero costrette a firmare un accordo del genere sotto pressione, esso probabilmente farebbe la stessa fine degli accordi di Minsk, volti a porre fine al conflitto nell’Ucraina orientale prima dell’invasione su larga scala della Russia: né le élite ucraine né la società sarebbero in grado di accettare una lealtà imposta.

Invece dell’attuazione, gli accordi verrebbero sabotati e inizierebbe una graduale deriva verso una nuova escalation. Il rischio di una ripresa delle ostilità resterebbe elevato, creando un’ulteriore trappola: questa volta per il mediatore, gli Stati Uniti.

Un accordo imposto potrebbe naturalmente essere firmato formalmente, consentendo al presidente americano di dichiarare trionfalmente di aver posto fine a un’altra guerra. Ma un simile accordo sarebbe estremamente instabile e potrebbe alla fine ritorcersi contro lo stesso Trump.

L’ultima trappola è quella che riguarda l’Europa. Le circostanze spingono le capitali europee a riprendere il dialogo con Mosca. Incontri e visite potrebbero diventare più frequenti, la retorica potrebbe ammorbidirsi. Ma la Russia cercherà un vero riavvicinamento solo se l’Europa sarà pronta a discutere questioni di sicurezza strategica.

Mosca probabilmente chiederà la fine del sostegno militare all’Ucraina.

L’amara verità è che l’Europa non è né pronta a combattere la Russia, né disposta a impegnarsi in quella che il Cremlino considera una discussione significativa sul futuro dell’architettura di sicurezza europea.

Di conseguenza, l’Europa resterà alla periferia del processo negoziale — come bersaglio indiretto della Russia, alle spalle di un’Ucraina sotto pressione.

In altre parole, c’è poco spazio per l’ottimismo. Per il Cremlino, la guerra è esistenziale. Non si tratta soltanto di conquistare città e villaggi, ma di uno scontro con l’Occidente che si svolge sul territorio ucraino. Le previsioni sull’imminente collasso dell’economia russa non sono prive di fondamento, ma mancano il punto centrale: per il Cremlino, porre fine alla guerra senza che gli interessi russi vengano presi in considerazione non sarebbe semplicemente una sconfitta, ma equivarrebbe a condannare la Russia alla rovina.

Finché Putin resterà al potere, la Russia non sarà paralizzata da proteste diffuse e nel bilancio resteranno almeno alcune risorse per finanziare gli armamenti, la guerra continuerà.

Il Cremlino non farà concessioni significative nemmeno di fronte a una crisi finanziaria ed economica prolungata.

Piuttosto, una simile crisi, se dovesse verificarsi, porterebbe prima a un cambiamento politico e solo successivamente a una revisione degli obiettivi di guerra da parte di una nuova leadership.

Questo significa che non ci sarà un accordo definitivo né ora né nel prossimo futuro. I negoziati potranno intensificarsi, un cessate il fuoco temporaneo è possibile e potrebbero perfino essere firmati dei documenti.

Ma, nel complesso, questa simulazione di negoziati può portare soltanto a una simulazione di cessate il fuoco e a una simulazione di accordo.

La principale fonte dell’aggressione russa è una profonda sfiducia nei confronti dell’Occidente e la ferma convinzione che esso intenda infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia. Finché questa paura persiste — ed è condivisa sia dalle élite sia dalla società nel suo complesso — la guerra non finirà.

(Estratto da Appunti, la newsletter di Stefano Feltri)

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