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Perché Erdogan e Putin fanno imbestialire Trump

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Obiettivi ed effetti della visita del presidente turco Erdogan in Russia. L’approfondimento di Marco Orioles

 

La scorsa settimana c’è la visita fatta in Russia dal presidente turco Erdogan che, come possiamo vedere dal tweet partito dall’account in lingua inglese del Cremlino, è stato l’ospite d’onore di Vladimir Putin all’inaugurazione dell’International Aviation and Space Salon MAKS-2019.

Che ci fosse la volontà, da parte del padrone di casa, di mostrare al mondo i crescenti legami nutriti con la massima carica di un Paese che fa parte della Nato, e di fargli anche qualche proposta destinata a suscitare l’ira di Washington, lo ha dimostrato l’attenta regia mediatica dell’evento.

Si prenda, ad esempio, il gelato offerto dallo Zar al collega. Un gesto fatto a favore di innumerevoli fotografi e telecamere che hanno potuto documentare l’idilliaco momento fino al momento in cui lo Zar ha allungato alla gelataia una banconota da 5 mila rubli (equivalente di circa 60 euro), sentendosi rispondere che le mancava il resto. Per i curiosi, la risposta di Putin alla gelataia è stata di consegnare la somma più tardi al Ministero dell’Aviazione.

Se dobbiamo prestare fede a The Sun, nel siparietto consumatosi a margine di MAKS-2019 ci sarebbe addirittura lo zampino dei servizi segreti russi. Secondo il quotidiano britannico, la bionda che ha servito il gelato ai due capi di Stato sarebbe infatti un agente segreto, prontamente battezzato “Cornetto” dalla redazione del Sun.

La mossa di public relations naturalmente non era fine a se stessa, ma si inseriva all’interno di una più vasta operazione che ha avuto il suo momento clou quando la coppia presidenziale, fiancheggiata dai rispettivi ministri della Difesa, ha ispezionato – sempre davanti ad una folta schiera di reporter e fotografi – la cabina del gioiellino dell’aviazione russa in mostra a MAKS-2019: il caccia di quinta generazione SU-57.

L’SU-57 non è l’unica creazione dell’industria della Difesa russa che Erdogan ha potuto ammirare da vicino in compagnia dell’amico Putin. Le cronache segnalano il passaggio del presidente turco davanti al caccia Su-35, a vari elicotteri e ad un aereo anfibio.

Il senso di tutto ciò è stato rivelato dallo stesso Putin quando, accanto al suo collega, ha non solo esaltato “le capacità tecniche dell’ultimissima generazione delle forze aeree russe”, ma rimarcato che esse “apriranno nuove opportunità per una benefica mutua cooperazione”.

“La Turchia”, ha ribadito all’air show il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, “è un nostro stretto partner, è il nostro alleato”. Un alleato al quale il presidente russo – come rivela la conversazione con Erdogan trascritta nel sito web del Cremlino –  ha deciso non solo di mostrare “una serie di vari prodotti, sia militari che civili” che “dimostrano le capacità russe nell’aerospazio”, ma soprattutto di prospettare “una varietà di opportunità di cooperazione”.

“Nella mia opinione”, ha spiegato a Erdogan il presidente russo, i modelli visionati a MAKS-2019 “hanno attirato molto l’attenzione dei nostri partner turchi e non solo dal punto di vista di (eventuali) acquisti, ma anche da quello di una produzione congiunta”. Parole che, chiosa Reuters, lasciano intravedere all’orizzonte la proposta di una cooperazione, tutta da scrivere, nella produzione tanto dei jet Su-35, quanto degli Su-57.

Che il destinatario della profferta fosse non solo lusingato, ma anche pronto a prenderla in seria considerazione, lo ha dimostrato le dichiarazione rilasciate dallo stesso Erdogan al suo ritorno in patria.  La Turchia, ha spiegato il presidente con parole raccolte dalle agenzie, considera ottima cosa acquistare e possibilmente produrre congiuntamente gli Su-35 e gli Su-57. I quali, ha precisato, rappresentano delle valide alternative agli aerei made in Usa.

Nel duetto aereo Putin-Erdogan c’è insomma un terzo incomodo: sono quegli americani che quest’estate hanno estromesso la Turchia dal programma degli F-35 come ritorsione per la decisione di Ankara di acquistare da Mosca il sistema di difesa anti-aerea S-400 che Usa e Nato ritengono incompatibile con il possesso simultaneo del caccia multiruolo prodotto dalla Lockheed Martin.

Ed è proprio per questo che, nello stesso servizio in cui Erdogan accenna agli aerei russi come alternative a quelli Usa, Reuters riferisce che il presidente turco ha intenzione di parlarne con Donald Trump a margine dell’Assemblea Generale Onu che si terrà alla fine del mese a New York. A quel punto, ha spiegato il Sultano, “(s)e gli Stati Uniti manterranno la loro attuale posizione sugli F-35”, le conseguenze, se ne deduce, saranno inesorabili.

Peccato che, dalle parti di Washington, la pazienza nei confronti dell’irascibile e camaleontico alleato turco sia ridotta al lumicino. Proprio nei giorni dell’Air Show russo,  l’ira americana è andata anzi alle stelle a causa della notizia della consegna, presso la base dell’aviazione turca di Mürted , della seconda tranche di componenti degli S-400 (la prima batteria era arrivata in Turchia tra il 12 e il 15 luglio).

Sono bastate poche ore perché da oltreoceano fosse diramato il pensiero in proposito dell’amministrazione Trump. La prima a parlare è stata la sottosegretaria alla Difesa Ellen Lord, che ha sottolineato come la Turchia sarà definitivamente espulsa dal programma F-35 “di qui ad un anno”.

Le immagini di Putin e Erdogan pappa e ciccia a MAKS-2019 davanti agli ultimi ritrovati dell’industria della Difesa russa hanno anche spinto la Commissione Esteri della Camera Usa a chiedere a Trump via Twitter di smetterla di temporeggiare e mettere finalmente sotto sanzioni la Turchia:

Dal Pentagono, invece, sono partiti in simultanea un messaggio di inflessibilità e una timida e ovviamente condizionata apertura. “Con la mia controparte turca”, ha spiegato il Segretario alla Difesa Mark Esper, “sono stato molto chiaro sia nelle mie dichiarazioni pubbliche che in privato: o gli F-35 o l’S-400”.

Quando un giornalista gli ha chiesto se ci fosse qualche speranza di una riammissione turca nel programma JSF, Esper ha aggiunto che “prima che noi possiamo prendere in considerazione questo loro (d)evono, lo ripeto ancora una volta, sbarazzarsi del programma S-400”. Per Esper non basta, come qualcuno ha suggerito in queste settimane, che la Turchia mantenga disattivo il sistema russo:. Il sistema deve sparire del tutto dai confini del paese.

Per capire come andrà a finire questa saga bisognerà attendere, dunque, l’apertura della nuova Assemblea Generale Onu e il colloquio che si ritaglieranno due dei tre protagonisti, ossia – oltre ad Erdogan – quel Donald Trump che l’ultima volta, al G20 di Osaka, non sembrò particolarmente smanioso di scagliare tuoni e fulmini sul collega turco.

L’amministrazione Trump, d’altra parte, è perfettamente consapevole che la relazione tra la Russia e la Turchia, che tanto inchiostro hanno fatto versare ad analisti e commentatori pronti a pronosticare la fine di sessant’anni di alleanza tra Washington e Ankara, non è proprio tutta rose e fiori.

Al contrario, se prestiamo ascolto ad altre campane, il viaggio russo di Erdogan aveva a che fare, più che con la prospettiva di partnership militari-industriali, con una bella gatta da pelare per il presidente turco: la nuova offensiva che il regime siriano di Bashar al-Assad ha lanciato, con il pieno sostegno dell’aviazione di Mosca, contro la provincia ribelle di Idlib, violando una tregua di cui erano garanti gli stessi Erdogan e Putin.

Dalle parti di Idlib, si sono registrati negli ultimi giorni due episodi che ad Ankara hanno fatto suonare più di un campanello d’allarme: l’attacco siriano ad obiettivi molto vicini ad uno dei dodici punti di osservazione istituiti dalla Turchia nella zona, e un raid condotto da aerei siriani o russi che ha preso di mira un convoglio militare turco. Incidenti che hanno spinto il Ministero della Difesa turco ad emettere una dura nota di condanna con la quale si spiegava che tutto ciò va contro “gli accordi esistenti e la cooperazione e il dialogo con la Russia”.

Visto sotto questa luce, il passaggio in Russia di Erdogan assume ben altro significato. Come scrive la Foundation for Defense of Democracies, think-tank Usa molto vicino alla Casa Bianca, “per diversi giorni Putin si era rifiutato di rispondere al telefono ad Erdogan, fino a che il Cremlino ha informato Ankara che il presidente russo poteva incontrare la sua controparte turca all’air show MAKS. Così, la priorità numero uno di Erdogan in questo suo viaggio frettoloso a Mosca era impedire che altri avamposti e truppe turchi a Idlib subissero lo stesso destino” di quelli finiti sotto le bombe russe e siriane pochi giorni prima.

In Siria, va ricordato, Erdogan si gioca molta parte della sua reputazione. Dopo essersi imposto come attore chiave nella lunga crisi che attanaglia il paese confinante, ma anche come garante – insieme a Putin –  della tregua nell’ultima ridotta dei ribelli, il presidente turco non può accettare il colpo di mano di Assad che ora, con il prezioso contributo degli strike russi, si è lanciato all’assalto del territorio che ancora si oppone al suo disegno di riconquista globale.

Tra l’altro, il prossimo 16 settembre Erdogan accoglierà ad Ankara lo stesso Putin e il presidente iraniano Hassan Rouhani per fare il punto sul dossier siriano e sulla situazione a Idlib. E l’ultima cosa che il presidente turco vuole è che il summit certifichi la sua umiliazione. Di qui, dunque, il tentativo last minute di abbordare Putin e convincerlo a riportare a terra i suoi aerei e la calma a Idlib.

L’argomento ha ovviamente fatto capolino nella conferenza stampa che Erdogan e Putin hanno tenuto insieme dopo la visita all’air show. Il leader turco ne ha approfittato per definire inaccettabile che l’esercito siriano (con la partecipazione di Mosca) stia “facendo piovere morte sui civili dall’aria e da terra con il pretesto di combattere il terrorismo”.

Lo Zar gli ha risposto dicendosi disponibile a fare “passi aggiuntivi congiunti” per “normalizzare” la situazione ad Idlib, reiterando però la propria storica posizione che suona, di fatto, come un niet: Mosca non vuole che quella zona sia un “rifugio sicuro” per i “terroristi”.

Il risultato è che, già il giorno dopo, le agenzie di stampa battevano la notizia di nuovi bombardamenti a Idlib, scatenando l’irrisione del direttore del programma di studi turchi al Washington Institute for Near Est Policy:

Tutto sommato, il titolo dell’articolo della Foundation for Defense of Democracies sembra calzare a pennello: “Putin Plays Erdogan Like a Fiddle”.

 

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