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Perché Emirati Arabi e Qatar si fronteggiano in Libia. L’analisi di Cinzia Bianco

di

Onu Libia Italia

Conversazione di Start con Cinzia Bianco, research fellow dell’European Council on Foreign Relations ed esperta del Golfo Persico, sulla Libia e sulla competizione fra Emirati Arabi Uniti e Qatar

Non è passata nemmeno una settimana dalla Conferenza di Berlino sulla Libia che già, sotto certi punti di vista, possiamo decretarne il fallimento.

Se infatti uno degli obiettivi prioritari della pur importante iniziativa diplomatica promossa da Germania e Unione Europea era far tacere le armi nell’ex colonia, le cronache di queste ore dicono che in Libia la guerra è tornata ad infuriare come se non più di prima.

Ci sono ottime ragioni anzi per considerare la situazione sull’orlo del precipizio. Tra queste, non va assolutamente trascurato il monito del capo dell’agenzia petrolifera libica, Mustafa Sanalla, che in un’intervista al Financial Times di pochi giorni fa ha segnalato come il blocco dei terminal petroliferi dell’est ordinato dal generale Haftar proprio mentre a Berlino si trattava la pace rischi di far crollare la produzione dei pozzi libici ad appena 72 mila barili al giorno.

Dinanzi a questi scenari cupi, l’unica cosa che che resta da fare è capire se e dove sia esattamente l’errore di calcolo commesso dagli europei la settimana scorsa. Si tratta, in altre parole, di rendersi conto se la strategia diplomatica messa a punto in extremis dalla cancelliera Merkel e dai suoi partner del Vecchio Continente per trovare un punto di caduta tra gli interessi delle parti che in Libia sono frontalmente contrapposte non abbia delle falle a monte.

In questa intervista a Start Magazine Cinzia Bianco, research fellow dell’European Council on Foreign Relations ed esperta della geopolitica dei Paesi del Golfo Persico, individua anzitutto il grande limite, ma sarebbe meglio parlare di doppio limite, dell’approccio europeo al caos libico: siamo arrivati troppo tardi, e poi non ci siamo ancora resi conto di dove sia effettivamente la chiave del rebus, che è – come sottolinea l’analista – saldamente nelle mani dei player regionali come Emirati Arabi Uniti, Turchia e Qatar. Attori che, più che a un compromesso tra interessi divergenti e dunque assai difficili da ricomporre, puntano semmai alla vittoria militare e alla disfatta del campo avversario.

È quindi solo entrando nel merito di questa irriducibile contrapposizione, individuando i vari fattori in gioco e l’importanza che essi rivestono per i differenti attori, che possiamo renderci conto del perché quella libica è una partita complessa e destinata, purtroppo, a procurare a noi europei ancora più di qualche grattacapo.

Tra l’altro, come chiarisce Bianco, è proprio l’Italia il Paese che in Libia rischia grosso, insieme ai suoi rilevanti interessi energetici e al ruolo dell’Eni che le ultime mosse di Haftar . che sta mettendo mano, uno dopo l’altro, su pozzi e giacimenti, esercitando un ricatto che ha fatto infuriare anche gli Usa – fanno vacillare.

Cinzia Bianco, cominciamo con una valutazione della Conferenza di Berlino.

La Conferenza ha avuto un grande merito, che è stato quello di mettere insieme tutti gli attori esterni, soprattutto regionali, che in Libia fanno il bello e il cattivo tempo. Per cui l’Europa finalmente, dopo tanti anni, si è resa conto che tali player regionali – dalla Turchia, al Qatar, agli Emirati Arabi Uniti – sono ormai la chiave della crisi libica. È stata ottima cosa, pertanto, riunirli tutti insieme sotto un cappello europeo tentando di esercitare una leva europea su attori che, fino ad oggi, sono stati liberi di scorrazzare in Libia mentre la stessa Europa era disattenta. Questo però, al tempo stesso, è anche il punto debole della Conferenza di Berlino. La Germania infatti, così come altri Paesi europei tra cui il nostro, sembrano non essersi resi conto – o, se lo hanno fatto, lo hanno fatto troppo tardi – che sono proprio i player regionali, e non quelli globali come Usa e Russia, gli interlocutori da coinvolgere per sbrogliare il nodo libico. Per cui potrebbe essere davvero troppo tardi per l’Europa riuscire ad esercitare la propria influenza su player che sono ormai ben posizionati sul terreno.

Se è ai player regionali che occorre guardare per capire quel che sta succedendo in Libia, chi sta attizzando il fuoco della guerra? Gli Emirati Arabi Uniti.

Gli Emirati sono assolutamente e indubbiamente il primo e più importante sostenitore del generale Haftar. Sono gli unici che gli forniscono veramente le armi e le fanno pure arrivare in Libia. Se uno vuole capire perché continuino a fornire armi ad Haftar nonostante formalmente abbiano firmato il cessate il fuoco, bisogna capire un punto fondamentale che temo sfugga del tutto all’Europa. Infatti, l’idea che tanto piace all’Europa che conflitti come quello libico non possano essere vinti manu militari, ossia che sia necessaria una soluzione politica, non è per nulla condivisa dai player regionali come gli Emirati.  Del resto, per questi attori vincere non ha lo stesso significato che ha per noi. Per noi europei, vincere in Libia significa controllare tutto il territorio in maniera stabile. Per il campo di Haftar, dunque anche per gli Emirati, vincere significa invece garantire i propri interessi. E gli interessi degli Emirati in Libia sono di vario di tipo.

Qual è il più importante?

Ci sono anzitutto questioni di tipo geopolitico. Per gli Emirati si tratta, nella fattispecie, di indebolire la propria controparte geopolitica, che è rappresentata da tutta la costellazione che viene ricondotta al movimento dei Fratelli Musulmani.  Dunque, quanto ai Paesi che ne sono i leader riconosciuti, alla Turchia da un lato – che è individuata in questo momento come il principale rivale – e, dall’altro lato, al Qatar, anche se quest’ultimo, sebbene rimanga il principale finanziatore di Ankara, si è molto defilato negli ultimi tempi dalla scena geopolitica. Questo dunque è il primo obiettivo degli Emirati, ma naturalmente non l’unico.

Quali sono gli altri?

Quello sicuramente più importante ha a che fare con le coste libiche e ciò che esse rappresentano, con la loro dotazione di porti e infrastrutture portuali, per gli interessi strategici a lungo temine degli Emirati. Stiamo infatti parlando di un Paese che ha sviluppato una strategia portuale e marittima di lungo periodo – che, per inciso, si va ad intersecare con quella sviluppata parallelamente dalla Cina – che, se tutto dovesse andare secondo i calcoli, li renderà per i decenni a venire i player fondamentali in tutta la regione mediorientale ed africana.

Torniamo al ruolo del Qatar. Come si sta muovendo?

Del Qatar bisogna anzitutto dire che era in prima fila in Libia già nel 2011 quando si trattava di rimuovere Gheddafi. Ed è rimasto coinvolto anche nei due anni successivi per dare man forte, in termini soprattutto di sostegno logistico e militare, a tutto il campo occidentale, ossia a quella filiera di milizie che oggi sostiene il capo del governo di Tripoli Fayez al-Sarraj. Nel 2013 però, per ragioni sostanzialmente interne legate alla successione del precedente emiro, le priorità qatarine sono cambiate. Inoltre, a questo si è andata a sovrapporsi la prima crisi scoppiata all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che è stata una grave crisi diplomatica, con tanto di ritiro degli ambasciatori, che ha coinvolto soprattutto Arabia Saudita ed Emirati da un lato e Qatar dall’altro. Una crisi cui Doha ha reagito facendo sostanzialmente quello che si pretendeva da essa, ossia ritirarsi dalla scena libica. Un ritiro che si è consolidato ulteriormente in occasione della seconda e ancora più grave crisi intra-GCC scoppiata nel 2017.

E come ha risposto alla crisi?

Il Qatar ha risposto stringendo ancora di più i rapporti con la Turchia, che è diventata per Doha un alleato non più momentaneo, bensì strategico. Ecco pertanto che quando il presidente turco Erdogan ha deciso che la Libia era una sua priorità, il Qatar a sua volta ha deciso di ritornare in Libia, saldamente al fianco del suo alleato turco anche se con un ruolo meno prominente rispetto a prima. Detto in altri termini, il Qatar in questo momento sta sostenendo finanziariamente e politicamente le scelte di Erdogan.

Quanto pesa la partita del petrolio e del gas libici nei calcoli delle potenze che si stanno scontrando in quel Paese?

Qui mi tocca esordire con un caveat: quella libica non è affatto una guerra per l’energia, sebbene questo sia senz’altro uno dei motivi per cui si sta combattendo. Questa è una narrativa estremamente semplicistica, che non a caso va molto di moda in Occidente, dove si tende a pensare che la cosa più importante siano le risorse, le ricchezze. In realtà, molti dei conflitti attualmente in corso in Medio Oriente sono soprattutto di tipo geopolitico. La parte economica, tra l’altro, conta relativamente poco per attori come Emirati e Qatar, che avendo già le loro risorse non possono essere considerati predatori energetici.

E l’Italia? Quali sono i nostri interessi nazionali?

Noi italiani e l’Eni in particolare dovremmo essere molto preoccupati per la strategia di pressione scelta da Haftar in questo momento. Il controllo militare che il generale sta tentando di esercitare sul petrolio libico si spiega infatti chiaramente con la volontà di applicare una pressione politica sui propri avversari, per indurli alla resa o a piegarsi alla sua agenda. E non è affatto escluso che l’agenda di Haftar, qualora dovesse effettivamente prevalere, possa procurare danni proprio a noi e alla nostra compagnia energetica nazionale.

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