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Perché Egitto, Emirati e Arabia spingono Haftar alla linea dura in Libia. L’analisi di Gagliano

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Libia haftar

L’analisi di Giuseppe Gagliano sulle ultime mosse di Haftar in Libia sostenuto da Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita

Partiamo dai fatti. La scelta compiuta da Haftar e cioè il rifiuto, allo stato attuale almeno, di firmare l’accordo con Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan e le condizioni poste da Haftar – permettere l’ingresso delle sue forze militari a Tripoli, il ritiro immediato di tutti i mercenari inviati dalla Turchia in Libia ed esclusione di Ankara dal monitoraggio del cessate il fuoco – possono essere dettate da alcune motivazioni politiche fra le quali certamente un ruolo importante è giocato dalle finalità politiche che Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti intendono tramite Haftar attuare in Libia.

I rilevanti investimenti sotto il profilo militare che queste nazioni hanno fatto verrebbero certamente vanificati se la spartizione della Libia non dovesse arrecare vantaggi consistenti alla varie anime salafite e radicali sostenute da Egitto, Arabia Saudita e EAU sia sul piano geopolitico che religioso in funzione anche di contenimento nei confronti della Fratellanza Musulmana, sostenuta da Turchia e Qatar.

Non dimentichiamo, a tale proposito, che dalla cacciata dell’ex presidente egiziano Mohamed Morsi, avvenuta il 3 luglio 2013, al-Sisi ha posto in essere una ampia e sistematica repressione contro la Fratellanza Musulmana, dichiarata organizzazione terrorista nel dicembre 2013.

In questo scenario è ipotizzabile prevedere da un lato l’accelerazione delle operazioni militari da parte della Turchia – come indicato dallo stesso Erdogan  – e dall’altra parte il fallimento della prevista Conferenza di Berlino prevista per il 19 gennaio che, nell’ipotesi migliore, non farà altro che legittimare quanto sancito dalla logica delle armi.

Per quanto riguarda l’Europa questa ha dimostrato tutta la sua irrilevanza – sia per le profonde divisioni sia per l’assenza di una politica estera condivisa – tanto quanto l’Onu a dimostrazione che una politica di proiezione di potenza – quale quella turca, russa e di Haftar – avrà sempre il sopravvento sulle giaculatorie come hanno insegnato Tucidide e Machiavelli.

Per quanto riguarda l’Italia, il nostro Paese non è stato semplicemente emarginato ma, più realisticamente, tolto di mezzo dallo scacchiere libico come si fa con una mosca fastidiosa. La politica estera implica una logica che ha poco a che fare con quella degli studi legali.

D’altronde che il nostro Paese ignorasse il suo interesse nazionale era facilmente desumibile dalla nostra partecipazione all’intervento militare del 2011 che portò alla morte di Gheddafi cioè di colui che ha svolto un ruolo essenziale nella stabilità politica ed economica libica nonostante fosse stato sempre oggetto di odio profondo non solo da parte degli Usa – per avere promosso il terrorismo internazionale – ma anche da parte della Francia di Giscard D’Estaing.

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