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Perché è sfumato l’accordo tra Stati Uniti e Iran dopo 21 ore di negoziati

I colloqui di Islamabad tra Stati Uniti e Iran si sono conclusi senza accordo a causa di divergenze insanabili sul programma nucleare, sul controllo dello Stretto di Hormuz e sul rilascio di beni congelati, lasciando incerto il futuro del fragile cessate il fuoco.

 

I colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran, conclusi domenica mattina a Islamabad, non hanno portato a un accordo per porre fine alla guerra iniziata il 28 febbraio.

Dopo 21 ore di negoziati intensi, mediati dal Pakistan, le due delegazioni si sono separate senza raggiungere un’intesa, lasciando in sospeso il fragile cessate il fuoco di due settimane.

Il vicepresidente Usa JD Vance ha accusato l’Iran di non aver accettato le condizioni americane, in particolare sul programma nucleare, mentre Teheran ha puntato il dito sulle “eccessive” richieste statunitensi.

Come scrive il New York Times l’incontro – al più alto livello dai tempi della Rivoluzione Islamica del 1979 – ha comunque rotto un tabù diplomatico, pur senza superare le profonde divergenze su Stretto di Hormuz, programma nucleare, beni congelati e conflitti regionali.

Il Pakistan ha invitato entrambe le parti a rispettare la tregua, mentre il destino delle ostilità resta incerto.

IL LUOGO E LA DURATA DEI NEGOZIATI

I colloqui si sono svolti nella capitale pakistana Islamabad, all’Hotel Serena. La città è stata messa in sicurezza con migliaia di paramilitari e soldati per garantire la protezione delle delegazioni.

I negoziati sono iniziati sabato e si sono protratti per 21 ore consecutive, concludendosi all’alba di domenica.

Come riporta Reuters, l’atmosfera è stata altalenante, con momenti di tensione e fasi più distese, e le sessioni si sono allungate per tutta la notte.

L’incontro è stato mediato dal Pakistan, che ha svolto un ruolo centrale nel favorire il cessate il fuoco provvisorio annunciato il martedì precedente.

LE DELEGAZIONI PRESENTI

La delegazione statunitense era guidata dal vicepresidente JD Vance, che ha mantenuto contatti frequenti con il presidente Trump, arrivando a parlargli fino a una dozzina di volte, secondo quanto riferito da Reuters e Associated Press.

Al suo fianco figuravano l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, oltre ad Andrew Baker, viceconsigliere per la sicurezza nazionale, e Michael Vance, consigliere speciale per gli affari asiatici, come riportato da Time.

Vance ha sottolineato di aver condotto i colloqui “in buona fede” e di aver consultato costantemente anche il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario al Tesoro Scott Bessent e l’ammiraglio Brad Cooper del Centcom.

La delegazione iraniana, composta da circa 70 funzionari tra diplomatici, militari ed esperti economici, era guidata dal presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf e includeva il ministro degli Esteri Abbas Araqchi e il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei.

Come riferisce il New York Times, Qalibaf – ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie – ha stretto la mano a Vance in un gesto che segna un momento storico.

LE LINEE ROSSE DEGLI STATI UNITI

Le linee rosse americane, ribadite da Vance in conferenza stampa, ruotavano principalmente attorno al programma nucleare iraniano.

“Abbiamo bisogno di un impegno chiaro e affermativo che l’Iran non cerchi un’arma nucleare e non acquisisca gli strumenti per ottenerla rapidamente”, ha dichiarato Vance, definendolo “l’obiettivo centrale del presidente Trump” come indicato da NPR.

Gli Stati Uniti chiedevano inoltre la riapertura immediata e completa dello Stretto di Hormuz al traffico marittimo internazionale e forti limitazioni alle capacità militari e nucleari iraniane, contenute nella loro proposta di 15 punti.

Trump aveva minimizzato l’importanza di un accordo, affermando che gli Stati Uniti avevano già vinto la guerra e che le operazioni di sgombero del Golfo erano già in corso con l’invio di cacciatorpediniere, come riportato da Time.

LE LINEE ROSSE DELL’IRAN

L’Iran ha presentato una proposta in 10 punti, insistendo su condizioni ritenute irrinunciabili.

Come riferiscono il New York Times e Reuters, Teheran chiedeva il mantenimento del controllo o almeno il diritto di imporre pedaggi sullo Stretto di Hormuz, il rilascio di beni congelati all’estero per un valore di circa 27 miliardi di dollari, il pagamento di riparazioni di guerra per i danni subiti e la cessazione completa delle ostilità nella regione, inclusa la fine degli attacchi israeliani contro Hezbollah in Libano.

L’Iran ha inoltre ribadito il diritto a un programma nucleare pacifico e ha rifiutato di cedere la propria leva strategica sullo Stretto. Il portavoce Baqaei ha sottolineato che Teheran non avrebbe accettato concessioni unilaterali.

LE RAGIONI DEL MANCATO ACCORDO

I principali ostacoli sono stati tre, secondo due funzionari iraniani citati dal New York Times: la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz, il destino di circa 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito e il mancato rilascio dei beni congelati.

Gli Stati Uniti hanno rifiutato sia le riparazioni sia lo sblocco degli asset; l’Iran ha respinto la consegna o la vendita del suo stock di uranio.

Secondo il Nyt, “quando due squadre serie si siedono al tavolo, deve trattarsi di un accordo win-win”, ma le posizioni sono rimaste lontane.

L’Iran ha parlato di “eccessive” richieste americane e di un’atmosfera “piena di sfiducia e sospetto” come riportato da Tasnim News Agency citata dalla CNN.

Gli Stati Uniti hanno accusato Teheran di non aver fornito un “impegno affermativo” sul nucleare. Come rilevato da Reuters, entrambe le parti hanno trovato un’intesa su alcuni punti minori, ma le divergenze sul nucleare, sullo Stretto e sul Libano hanno impedito di raggiungere un accordo complessivo.

LE REAZIONI E IL RUOLO DEL PAKISTAN

Vance ha definito il mancato accordo “una cattiva notizia per l’Iran molto più che per gli Stati Uniti” e ha lasciato sul tavolo una “proposta finale e migliore” come sottolineato da Reuters e Associated Press.

Il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha invitato entrambe le parti a mantenere il cessate il fuoco e ha annunciato che Islamabad faciliterà nuovi dialoghi.

Come riferisce il New York Times, l’Iran ha ribadito che “la diplomazia non finisce mai, pur affermando tramite le sue agenzie statali di non avere fretta e di non prevedere un nuovo round immediato.

Il Pakistan ha svolto un ruolo di mediazione cruciale, con il premier Shehbaz Sharif e il capo dell’esercito Asim Munir citati positivamente da entrambe le delegazioni.

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