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Perché è salutare il tandem Mattarella-Draghi

Calenda

Mentre la corsa per la conquista del Quirinale entra nel vivo, l’impressione prevalente è che sia difficile prescindere dal duo Draghi-Mattarella. L’opinione di Gianfranco Polillo

 

Non per desiderio, ma per semplice realismo. Mentre la corsa per la conquista del Quirinale entra nel vivo, l’impressione prevalente è che sia difficile prescindere dal duo Draghi-Mattarella. E, in effetti, i rumors si concentrano su queste due eminenti figure dello schieramento politico italiano. Anche se attribuire a Mario Draghi la patente del politico è quanto mai arduo e difficile. Meglio parlare di lui come quello che realmente è stato: una riserva della Repubblica, chiamato a svolgere compiti d’emergenza, quando altri avevano fallito, come nel caso di Giuseppe Conte, oppure quando si trattava di nominare a posti di responsabilità, come la Banca d’Italia o la Bce, persone con un curriculum ineccepibile.

Comunque sia, la ripresa italiana, dopo anni ed anni di triboli, checché ne dica il Fatto di Travaglio, una sorta di ultimo giapponese a rivendicare meriti del passato, si deve a loro. Si dirà: ma cosa hanno fatto di speciale? Nulla, si può tranquillamente rispondere. Ma è bastata la loro presenza per svegliare animals sopiti: ridare la voglia di tentare, spingere le imprese a cimentarsi nuovamente con le asprezze dei mercati e le famiglie ad uscire dal torpore, ricominciando a spendere. E gli indici si sono subito impennati. Forte crescita del Pil: ai massimi sui mercati internazionali. Disoccupazione che progressivamente diminuisce. Inattivi, un male cronico della società italiana, che si rimettono in cerca di un’occupazione.

Ci sarebbe stato comunque? Forse sì, ma non è detto. Il merito del presidente del Consiglio – l’ha continuamente ripetuto nel corso delle varie conferenze stampe – è stato quello di decidere, senza strafare. Le sue proposte hanno sempre avuto un fondamento oggettivo. Numeri o pareri forniti dai Comitati tecnici, come nel caso della lotta alla pandemia. Su questa base si è discusso. Partendo anche da posizioni divergenti, com’era naturale che avvenisse. Specie se si considera l’ampiezza inusitata della coalizione che sorregge il Governo. Ma alla fine si è sempre giunti ad un punto di caduta, che non era semplice mediazione. La decisione finale doveva comunque mantenere un “senso, un significato”. Altro che “chiacchiere e distintivo”! Ma la riprova che in politica, come nel vivere civile, “uno non vale mai uno”. Perché conta la personalità, il carisma, la forza che ciascuno di noi è in grado di trasmettere.

Sono regole generali, che giustificano ampiamente anche l’amalgama Draghi-Mattarella. Ma che in Italia hanno una pregnanza maggiore. La pandemia è stato ciò che gli economisti chiamano uno “shock esogeno”. Una sorta di maledizione che ha colpito dall’esterno tutti i Paesi. E che quindi è destinata a mettere in luce, nella reazione conseguente, i punti di forza e di debolezza di ciascun Paese. Da questo punto di vista, l’Italia ha tutte le carte in regola. Basti pensare ai riconoscimenti ricevuti: da Angela Merkel, a Emmanuel Macron, o quelli, a denti stretti, dello stesso Economist. Non era minimamente scontato. Specie se si considerano le caratteristiche del nostro Paese: più “sovietico” che “liberale”. Era stato Enrico Berlinguer a dire, seppure molti anni fa, che in Italia erano presenti “elementi di socialismo”. Che nessuno si è preso la briga di contenere.

Del resto basta guardarsi intorno per misurare la fatica che si deve fare per ottenere cose che all’estero sono di una facilità estrema. L’eccesso di normativa, il moltiplicarsi dei passaggi burocratici, il trionfo del codicillo sulla voglia di fare, lo stato pietoso delle nostre città, a partire da una Roma, ancora oggi avvolta nell’immondizia. Insomma quel lungo elenco che turba il sonno di ognuno di noi. Inutile dire che la testa principale dell’idra – quella immortale – è rappresentata da una pubblica amministrazione che, nonostante gli sforzi, non è mai riuscita a stare al passo. Sebbene, anche in questo campo, vi siano delle eccellenze, che tuttavia non alterano il quadro d’insieme.

Se si hanno a mente questi elementi si può comprendere quanto sia stato duro lottare contro la pandemia, come del resto si è visto durante il Conte due, e come sia stato difficile ottenere i più recenti risultati. Se l’emergenza non è dilagata, rischiando di imporre al Paese danni incalcolabili, questo si deve a tre elementi: l’unità nazionale che si è realizzata intorno al Governo, il prestigio personale del suo leader, la sponda del Quirinale, come nume tutelare di questo complicato equilibrio. Da questo complesso di cose è scaturita quell’energia che ha consentito al Paese quel colpo di reni che, nello spazio di un battibaleno, lo ha portato dalle ultime posizioni delle classifiche internazionali ai primi posti, suscitando l’ammirazione di cui si diceva in precedenza. Uno schema che, forse, ha esaurito la sua forza propulsiva?

Ne dubitiamo, stando almeno alle previsioni sullo sviluppo del virus, destinato addirittura a divenire ancor più virulento nelle prossime settimane. Senza contare poi che nessuno è in grado di assicurare che quella che abbiamo appena conosciuta sia la sua ultima variante. E non, come nei video giochi, solo un modulo di passaggio verso mostri ancora più coriacei. Elementi che dimostrano quanto ancora sia lunga ed incerta la strada per giungere ad una nuova normalità. Ed è questa incertezza che rende difficili soluzioni innovative nell’equilibrio politico ed istituzionale del Paese. Come quella del costituirsi e del formarsi di una maggioranza in grado di procedere secondo i ritmi e le modalità previste dalle normali regole costituzionali. A rendere meno probabile quel disegno contribuisce, del resto, lo stesso sviluppo della pandemia, che impedirà a molti grandi elettori di partecipare al rito laico della scelta del nuovo Presidente della repubblica.

Sommando i vari elementi, la soluzione che sembra essere più a portata di mano è quella della conferma dell’attuale tandem, ad opera della stessa maggioranza che sorregge il Governo Draghi. Sarà così? Mai, come in questi casi, la realtà rischia di essere più avanti di qualsiasi immaginazione. E quindi è bene stare vedere. Non dimenticando tuttavia quel che accade intorno a noi. Ieri gli spread sui titoli italiani hanno chiuso a 139,9 punti base. Peggio di noi, solo la Repubblica Ceca e l’Ungheria, mentre quelli sui titoli spagnoli erano meno della metà: pari a 69,4 punti base. Un dato che sembra contraddire le cose buone che si dicono sull’Italia di Draghi. Di cui si dovrebbe tener conto, ricordando che i mercati saranno pure senza cuore, ma proprio per questo, in grado di colpire chi guarda loro con semplice supponenza. O ancor peggio, cerca di esorcizzarli, nel nome del sovranismo.

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