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Perché è folle pensare che una nuova legge elettorale sia salvifica

Campagna Elettorale

Tornano le elucubrazioni sull’urgenza di una nuova legge. E’ sufficiente solo una riforma del genere? L’intervento di Raffaele Lauro, segretario generale di Unimpresa

 

Mentre il premier Draghi sembra intenzionato, costretto dalle emergenze, a mettere il turbo all’attività di governo — pena il fallimento dei quattro obiettivi principali (pandemia, Pnrr, riforme strutturali e ripresa economico-sociale), da conseguire a medio termine e, comunque, prima delle elezioni politiche del 2023 — si è riacceso, come un’improvvisa fiammata, il dibattito, tra esponenti politici e politologi, sulla riforma della legge elettorale. La bozza, soprannominata impropriamente Germanicum (proporzionale, con soglia di sbarramento al 5%, che porterebbe alla fine del bipolarismo, altro che sistema tedesco!) e arenata negli ultimi due anni tra le sabbie mobili parlamentari, avrebbe il fine di archiviare il tanto vilipeso Rosatellum (un maggioritario misto al proporzionale!), tuttora in vigore. Si conferma, comunque, dai primi interventi, che ciascuna parte politica voglia optare per il sistema elettorale che, al momento, più gli conviene elettoralmente, incurante delle argomentazioni sostenute in passato a favore dell’opposto sistema.

Disinvolti giri di valzer, quindi, tra i promotori, dal 1994, del sistema maggioritario, in quanto attribuivano proprio al sistema proporzionale la crisi dei partiti, il correntismo, i finanziamenti illeciti, la corruzione e la fine della prima repubblica, ritornati, oggi, ad essere fautori del proporzionale, in quanto, a loro dire, garantirebbe la libertà di scelta degli elettori (salvo, poi, tradirla dopo le elezioni!). Tra i neo-proporzionalisti, naturalmente, si agitano anche i nostalgici di un nuovo centro, agognato come perno di qualsiasi futura alleanza post-elettorale. Altri ex-proporzionalisti invocano, al contrario, un maggioritario, ancora più incisivo, per consolidare il bipolarismo e favorire le alleanze pre-elettorali, con programmi contrapposti da sottoporre al giudizio del corpo elettorale, al fine di garantire l’alternanza dei blocchi al governo del paese. Una baraonda di proposte, ciascuna pro domo (elettorale) sua!

Dal canto loro, invece, i politologi si affannano a sottolineare, inascoltati, che, tra i due poli ormai ideologizzati, esistono anche sistemi elettorali intermedi, con molte variabili: ad esempio, un sistema proporzionale, con un soglia di sbarramento più bassa del 5%, non risolverebbe, ma aggraverebbe la frammentazione partitica e la balcanizzazione parlamentare, specie in presenza di una rappresentanza, drasticamente ridotta a soli 600 parlamentari.

La conclusione su questo esordio di dibattito sulla riforma della legge elettorale: permane l’illusione che la crisi di rappresentanza della politica, nonché dell’identità e del radicamento sociale dei partiti, a maggior ragione nell’era della cultura digitale, si possa risolvere tramite una riforma miracolistica della legge elettorale, magari ancora più pasticciata e frutto di ulteriori compromessi della presente. Del dibattito attuale non resterà, in futuro, nessuna traccia, perché sarà difficile, se non impossibile, in questa residua parte della legislatura, varare una qualsiasi riforma, a causa dei giochi di interdizione e degli interessi elettorali contrapposti. La crisi della nostra democrazia parlamentare potrà essere risolta, auspicabilmente nella prossima legislatura, con una riforma costituzionale organica, comprensiva anche di una complementare legge elettorale, che, nel rispetto dei principi della carta del 1948, ne ridisegni l’equilibrio tra i poteri, nell’ottica di una governabilità più idonea a fronteggiare le complesse sfide della contemporaneità.

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