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Perché è errato stracciarsi le vesti per la mossa di Johnson su Parlamento e Brexit

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I Parlamenti sono il luogo della discussione, del confronto, al cui esito si deve infine decidere sul merito delle questioni. Riprendere un dibattito dimostratosi fin qui inconcludente, per chiedere ancora un rinvio della data del Recesso, questo sì che sarebbe stato un tradimento della volontà popolare espressa con il Referendum. L’analisi di Guido Salerno Aletta

 

La Gran Bretagna sta per superare finalmente la profonda crisi istituzionale che si trascina dal 2014, quando l’appartenenza alla Ue fu messa in discussione dall’allora premier David Cameron: la questione della Brexit ha dilaniato i partiti, ha diviso il corpo elettorale. Rischia ancora di spezzare l’unità del Paese, non solo per via di una nuova frattura tra il Nord e il Sud dell’Irlanda, ma per il rinfocolarsi delle tensioni autonomistiche, in Scozia e nel Galles.

Ieri il gabinetto presieduto da Boris Johnson ha chiesto alla Regina Elisabetta II di sospendere il parlamento britannico. Richiesta che Sua Maestà ha accolto. La nuova Sessione si aprirà così il 14 ottobre, spostando a quella data il Discorso di Elisabetta II che ne sancirà l’avvio. Così resteranno solo due settimane per discutere nuovamente della Brexit.

La mossa di Johnson è stata accolta da molti come un vero e proprio oltraggio alla democrazia. A contestarla duramente, come se si trattasse di una forma di bavaglio al Parlamento, non ci sono stati solo i moltissimi parlamentari favorevoli al Remain. Si sono aggiunti anche lo Speaker della Camera, John Bercow, e lo stesso Arcivescovo di Westminster. Anche l’ex premier Theresa May, d’altra parte, aveva cercato di mettere alle strette i membri del Parlamento, sottoponendo loro, inutilmente e per ben tre volte, il testo dell’Accordo di Recesso dall’Ue che aveva dapprima concordato con il capo negoziatore della Ue, Michel Barnier, e che era stato quindi accettato dal Consiglio dei ministri dell’Ue.

L’unica conseguenza di questi ripetuti dinieghi del Parlamento è stata la richiesta britannica, accettata di buon grado dall’Ue, di differire il termine per la Brexit. Johnson non ha mai fatto mistero della propria preferenza per la Brexit, un obiettivo che intende conseguire comunque entro il prossimo 31 ottobre, anche senza un Accordo.

Nonostante Bruxelles gli avesse ribadito il diniego, già opposto alla May, a una riapertura delle trattative, Johnson si è recato in visita dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e dal presidente francese Emmanuel Macron strappando loro la possibilità di proporre entro un mese un’alternativa, anche «creativa», all’indigeribile backstop tra le due parti dell’Irlanda che è previsto dall’Accordo.

È una sorta di limbo: se per un verso evita l’introduzione di frontiere fisiche, per l’altro mantiene di fatto e indefinitivamente la Gran Bretagna all’interno del Mercato europeo. Ne uscirà davvero solo quando il tema della frontiera fisica sarà stato risolto: probabilmente mai. Null’altro trapela dal n.10 di Downing Street, se non un’azzardatissima ipotesi di proporre la unificazione dal punto di vista doganale della Repubblica di Irlanda alla Gran Bretagna.

Sembra poco probabile che Johnson voglia lasciare trascorrere inutilmente il mese di tempo concessogli da Germania e Francia per proporre una soluzione diversa. Ma, anche se così fosse, sarebbe controproducente una ripresa dei lavori a Westminster senza un chiaro oggetto all’ordine del giorno. Lo sfiducino pure, Johnson, se ne hanno i numeri, alla riapertura dei lavori.

I Parlamenti sono il luogo della discussione, del confronto, al cui esito si deve infine decidere sul merito delle questioni. Riprendere un dibattito dimostratosi fin qui inconcludente, per chiedere ancora un rinvio della data del Recesso, questo sì che sarebbe stato un tradimento della volontà popolare espressa con il Referendum.

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