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Perché dico “bravo Renzi”

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Il discorso di Renzi non è piaciuto nei luoghi più oscuri della politica politicante ma ha rappresentato una ventata nuova in un mondo reso esangue dagli eccessi di opportunismo. L’opinione di Gianfranco Polillo

 

Quello di Renzi e degli altri esponenti di Italia Viva, come ha commentato Nicola Zingaretti, è stato, veramente, “un atto gravissimo contro l’Italia”? Confessiamo che un simile giudizio non c’è l’aspettavamo. Come non ci aspettavamo il peana di Dario Franceschini a favore di Giuseppe Conte. Quasi un canto lirico d’amore in onore degli Dei, come nell’antica Grecia.

Nessuna sorpresa: nella tradizione del Pd esiste da sempre la categoria della sovranità limitata. Riferita agli uomini, oltre che agli Stati. Nel caso del segretario del Pd, siamo, però, di fronte ad un disappunto che lascia intravedere una sorta di frustrazione. Questa volta, verrebbe da dire, non gli è riuscito.

Quando l’altro Matteo decise di staccare la spina al Governo Conte – raccontano le cronache – prima di farlo chiese allo stesso Zingaretti: se la prospettiva delle elezioni anticipate fosse fuori dai radar del Pd. L’incoraggiamento ad operare fu immediato. E così Salvini si mosse sulla scia concordata, puntando su prossime elezioni, salvo poi rimanere con il cerino in mano. Schema che questa volta non ha funzionato. Perché Matteo Renzi, che pure operava in sintonia con lo stesso Pd, nella critica al Presidente del consiglio, è andato oltre quella sorta di mandato, che, seppure implicitamente, gli era stato conferito.

Non che Renzi operasse per conto della Ditta. Al contrario benché fosse stato uno degli artefici della nascita del nuovo Governo, i rapporti con l’ex “avvocato del popolo”, assurto all’improvviso al ruolo di leader, si erano rapidamente guastati. Da qui un freddo che si era progressivamente trasformato in gelo, fino a quel “J’accuse” della conferenza stampa, che dava il là all’apertura della crisi. “Abbiamo voluto questo Governo – si legge nella lettera fatta recapitare dai dimissionari al Presidente del consiglio – convinti che fosse necessario per evitare la deriva verso i “pieni poteri” che un importante esponente del precedente Esecutivo aveva richiesto per sé stesso. Anche oggi non vogliamo renderci complici di delegittimare il metodo democratico ritenendolo secondario rispetto all’ emergenza. Al contrario pensiamo che la democrazia debba essere difesa integralmente soprattutto nei momenti di massima crisi, non solo nei momenti di tranquillità. Ci ha dunque assai meravigliato e rammaricato vedere come Lei Presidente, in particolare negli ultimi mesi, abbia ignorato i segnali di preoccupazione che Le abbiamo trasmesso quanto al rispetto delle Istituzioni e delle procedure che ne costituiscono la garanzia”.

Per poi continuare: “Potremmo a lungo argomentare su moltissime cose che ci hanno lasciati perplessi e che non abbiamo mai mancato di sottolineare: le modalità con le quali si è normalmente gestito il procedimento legislativo, le mancate convocazioni del pre­ Consiglio, l’ abitudine di governare con decreti legge trasformati in emendamenti ad altri decreti legge, l’utilizzo ridondante dello strumento del DPCM, l’eccesso di dirette a reti unificate durante la pandemia, l’utilizzo dei propri canali social personali rilanciati dalla televisione di Stato, la scelta di non assegnare l’Autorità delegata ai servizi segreti, la trasformazione in show del ritorno a casa di nostri connazionali rapiti in Libia quando è noto che le modalità di rilascio richiederebbero il più rigoroso silenzio delle istituzioni (e men che mai le geolocalizzazioni dal telefonino dei bunker segreti), l’assegnazione costante alla stessa figura commissariale di tutti i principali centri di spesa legati alla pandemia e, in ultimo in ordine cronologico, la timidezza con cui si sono condannati i disordini di Washington e il loro mandante”.

Giudizio più che duro, rivolto a mettere in luce i limiti di una politica, tendenzialmente sospinta verso una deriva, non tanto autoritaria. Anche per questo ci vuole la necessaria professionalità. Quanto verso una sua sostanziale inconsistenza. Segnata da un accentramento di potere sempre più fine a sé stesso. L’Italia che non riesce nemmeno ad essere come la Cina, con quella reazione dura contro la pandemia. Ma si perde nei meandri di una burocrazia inconsistente e nella retorica delle buone intenzioni. Basta vedere la mole dei decreti attuativi delle disposizioni emanate che giacciono nei cassetti ministeriali o la sofferenza sociale che i ritardi governativi sta alimentando.

Matteo Renzi, nella sua conferenza stampa, non si era risparmiato nell’elencare tutte le possibili contraddizioni. In difesa di quella democrazia parlamentare, che i 5 stelle, di cui Conte vorrebbe, in qualche modo conquistare la leadership, avevano più volte deriso e vilipeso. Ed in nome di quell’etica della responsabilità, che le troppe inutili furbizie della Presidenza del consiglio avevano, da tempo, offeso. Un discorso che evidentemente non è piaciuto nei luoghi più oscuri della politica politicante. Ma che ha rappresentato una ventata nuova in un mondo reso esangue dagli eccessi di opportunismo. Dai trasformismi, un po’ vigliacchi di una stagione infinita che ha quasi completamente distrutto il Paese.

È troppo presto per vedere se da quella scelta potrà segnare, in prospettiva, l’inizio di una nuova stagione, che archivi definitivamente gli antichi veleni della nostra storia nazionale. Quello scontro permanente e fuori tempo tra due culture – destra e sinistra – destinate alla reciproca delegittimazione. Operazione funzionale al mantenimento, all’interno delle rispettive chiese, di un potere oscuro: sempre più lontano dai reali interessi del Paese. Lo si vedrà nel tempo. Ma quel che è certo è che quella eventuale rinascita, se mai ci sarà, non potrà che nascerà da un trauma. In un contesto, come l’attuale, segnato da grandi cambiamenti. Che lasciano intravedere l’avvio di un nuovo ciclo. Preoccupante, certo. Ma contro il quale sarebbe velleitario pensare di resistere.

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