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Perché Conte si è innamorato dello stato di emergenza? 7 ipotesi

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Perché Giuseppe Conte ha insistito per la proroga dello stato di emergenza? L’approfondimento di Daniele Capezzone per il quotidiano La Verità

Perché Giuseppe Conte ha insistito per la proroga dello stato di emergenza?

La Verità ha individuato – sentendo diverse campane, alcune favorevoli e altre politicamente ostili a Conte – 7 conseguenze possibili di questa scelta, delle quali almeno 5 assai preoccupanti.

La prima giustificazione è tutto sommato accettabile. Lo stato d’emergenza è il presupposto tecnico per l’adozione di alcune misure amministrative che dovessero rendersi necessarie, e probabilmente non destinate a essere contestate, quando fossero assunte: ad esempio limitare l’accesso di cittadini provenienti da paesi a rischio.

La seconda possibilità che lo stato d’emergenza consente è valorizzata in modo speciale dai sostenitori di Conte. Con questo ombrello giuridico – sottolineano – si predispone uno strumentario tecnico immediatamente a disposizione di Regioni ed enti locali qualora fosse necessaria l’istituzione di zone rosse e limitazioni territoriali circoscritte, evitando i fraintendimenti della prima ondata.

Con il terzo motivo entriamo invece in un’area di forte preoccupazione. Lo stato d’emergenza consente infatti non solo l’adozione di zone rosse limitate, ma permette al governo di decidere un nuovo lockdown generalizzato. E’ evidente che un’arma di questo tipo darebbe il colpo di grazia definitivo a un’economia già boccheggiante.

La quarta carta a disposizione di Conte ci riporta al tema degli acquisti della Pubblica Amministrazione. Ma in gioco c’è molto più di quanto si racconta, altro che mascherine o banchi per le scuole. Il tema è generalizzare il regime commissariale gestito da Domenico Arcuri, e – di fatto – spostare strutturalmente la cabina di regia degli acquisti pubblici più vicino a Palazzo Chigi e più lontano dal Mef e dalla Consip. L’irritazione dalle parti di via XX Settembre è già enorme, e le tecnostrutture legate a doppio filo al Pd non sono affatto contente di questa deriva.

Il quinto elemento ha a che fare con altre scelte dirigiste del governo. Lo stato d’emergenza è infatti il presupposto per interventi economici che piacciono molto a Palazzo Chigi e all’ala più sinistra della sua coalizione: protrarre lo smartworking, aumentare ancora il divario oggettivo a danno dei lavoratori autonomi e del privato, esposti a rischi economici sempre più gravi dai quali invece i dipendenti pubblici saranno largamente tutelati.

Il sesto motivo che ha portato Conte a questa scelta è puramente politico: imporre a settembre una campagna elettorale per le regionali anomala, a bassa intensità e a basso grado di coinvolgimento fisico popolare. Un modo per depotenziare la consultazione, e – ci si illude a Palazzo Chigi – per mettere la sordina a eventuali risultati negativi per i giallorossi.

Il settimo e ultimo elemento è forse il più inquietante in assoluto: lo stato d’emergenza come giustificazione per un giro di vite sul piano dell’ordine pubblico, rispetto alla possibilità di manifestare. Conte sa bene che la crisi economica può portare a disordini sociali, e c’è da temere che qualcuno gli abbia sussurrato all’orecchio l’opportunità di una gestione all’insegna dei divieti. Grave errore: le pentole a pressione possono anche scoppiare.

(estratto di un articolo pubblicato sul quotidiano La Verità)

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