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Perché ci sarà emergenza di medici specialistici in Lombardia

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sanità digitale

Il Taccuino meneghino di Walter Galbusera

Un’altra preoccupante emergenza: sempre meno medici specialisti in Lombardia. Le responsabilità del Governo e i ritardi della Regione.

L’italica incapacità di programmare e di prevenire eventi catastrofici non si manifesta solo su terremoti, incendi, crolli, ma anche nel rinviare l’assunzione di decisioni che pongono poi di fronte a situazioni drammatiche e difficilmente risolvibili, come quella della mancanza di medici e infermieri negli ospedali pubblici in Lombardia. L’allarme è stato lanciato dall’assessore Regionale Giulio Gallera, ed è aggravato in Lombardia da gravi deficienze di organico provocato da un livello di spesa per il personale dipendente dal Servizio Nazionale inferiore di circa il 5% rispetto alla media nazionale, per non parlare di Regioni come l’Umbria, dove il differenziale arriva a quasi 10 punti.

Cosa sta accadendo? Da quest’anno in Lombardia una media di 2000 medici ospedalieri andranno in pensione ma saranno disponibili a sostituirli soltanto un migliaio di giovani professionisti (se ci saranno i soldi per assumerli). E, se le cose non cambieranno rapidamente, si delinea una gravissima crisi di mancanza di specialisti in una sanità che da sempre viene apprezzata (e frequentata da tutta Italia) per la sua eccellenza.

Per questo è assolutamente urgente incrementare in misura adeguata i contratti di formazione nelle scuole di specializzazione riconosciuti dal ministero della Pubblica Istruzione e dell’Università, a cui i laureati in medicina sono tenuti ad iscriversi per acquisire in cinque anni la specializzazione. Il Ministero ne ha riconosciuti 1040 a cui si sono aggiunte, nell’anno 2018-19, 55 borse di studio finanziate in proprio dalla Regione. Ma per garantire il ricambio generazionale ne mancano un altro migliaio.

Il contributo statale non è neppure di quelli da far girare la testa: per garantire le specializzazioni le facoltà di Medicina ricevono per i primi due anni 1652 euro al mese, 1710 negli ultimi tre. Paradossalmente le nostre Università formano medici preparati che in buon numero, nell’impossibilità di specializzarsi o per effetto dei vincoli alle assunzioni, trovano lavoro solo all’estero, soprattutto nei paesi europei, a spese del contribuente italiano. Rimane il fatto che negli ospedali l’insufficienza degli organici mette a rischio la qualità del servizio.

D’altra parte un aumento della spesa per il personale di pochi punti percentuali richiederebbe alle finanze proprie della Regione Lombardia uno sforzo finanziario insostenibile. Per contro, il “contratto di Governo” tra Lega e 5Stelle in materia di sanità sembra molto esplicito al riguardo e considera “indispensabile assumere il personale medico e sanitario necessario” in considerazione del fatto che “il problema dei tempi di attesa susseguente anche alla diffusa carenza di medici specialisti,infermieri e personale sanitario”.Secondo il documento sottoscritto da Matteo Salvini e da Luigi Di Maio “i posti per la formazione specialistica dei medici dovrebbero essere determinati dalle reali necessità assistenziali e tenendo conto anche dei pensionamenti, assicurando quindi un’armonizzazione tra posti nei corsi di laurea e posti nel corso di specializzazione.

La realtà è che quest’armonizzazione non c’è, e i posti per la formazione specialistica sono di fatto determinati da due fattori: la capacità delle scuole universitarie di accogliere medici in formazione e il finanziamento delle borse di studio da parte del MIUR. Dunque, se da un lato potrà essere necessario aumentare il numero dei laureati in medicina, anche rivedendo il numero chiuso, dall’altro sarà necessario aumentare le borse di studio per gli specializzandi. Bisogna consentire più diffusamente che il medico neolaureato abbia accesso alla struttura sanitaria per conseguire le abilità teoriche e tecnico-pratiche necessarie allo svolgimento della specializzazione medica prescelta. L’analisi è corretta ma a questo punto bisognerebbe passare dalle parole ai fatti. Il Capo del Governo dovrebbe avviare, con le inevitabili gradualità, la realizzazione del suo programma. L’emergenza oggi è lombarda ma in realtà si sta mettendo a rischio il futuro degli ospedali pubblici nel nostro paese. In Lombardia ci si aspetterebbe una levata di scudi non solo dell’assessore e dell’intera giunta, ma anche dei consiglieri di opposizione, a partire dai 5 Stelle e dal PD.

Accanto alla battaglia politica con il Governo centrale, proprio la Lombardia, senza percorrere la strada dei tagli puri e semplici, potrebbe scegliere autonomamente di razionalizzare da subito il sistema ospedaliero, attenuando quantomeno le criticità di organico e garantendo continuità e qualità del servizio. Il che significa, con buona pace dei localismi fomentati spesso da una classe politica incapace di costruire il futuro, predisporre un piano di riconversione di piccoli ospedali da strutture per acuti a centri per le patologie croniche, soprattutto per gli anziani, per le patologie di guardia medica e per evitare che i cittadini intasino i pronto soccorso degli ospedali che debbono trattare gli acuti. Per fare un esempio e senza voler “importare” modelli, sarebbe utile riflettere sulla realtà del servizio sanitario in Gran Bretagna che con 63 milioni di abitanti ha 387 ospedali mentre l’Italia, con 60 milioni, ne ha 1400.

Allo stato sono una ventina le strutture in Lombardia che potrebbero essere riconvertite. Da questo punto di vista la Lombardia è in ritardo rispetto ad altre Regioni limitrofe che hanno già avviato un riordino del sistema ospedaliero. Erogare un servizio di qualità in centri ospedalieri in grado di curare pazienti che manifestano forme acute di malattia deve essere il risultato di un serio progetto di riordino che non chiude nulla, aumenta l’offerta di servizi per patologie croniche e consente alle “vere” strutture ospedaliere di disporre di organici adeguati per garantire qualità ed efficienza delle prestazioni. Nella “fiduciosa attesa” che il “contratto di Governo” sulla sanità produca i suoi effetti, il riordino della rete potrebbe essere realizzato per utilizzare al meglio le risorse. La trattativa con il Governo Conte sull’autonomia regionale, già avviata con il Governo Gentiloni, non porterà un fiume di danaro aggiuntivo nelle casse regionali, ma solo un trasferimento di competenze. Le criticità esistenti consiglierebbero le istituzioni lombarde di prendere decisioni tempestive e coraggiose coinvolgendo in un confronto costruttivo tutte le forze politiche e sociali. Pari responsabilità toccano anche alle opposizioni, PD e 5Stelle, che in Lombardia potrebbero uscire da una condizione di oggettiva minorità sfidando la maggioranza proprio sull’attuazione del “contratto” di governo su un tema così importante come quello dell’efficienza della rete ospedaliera pubblica.

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