È come se vivessimo una nuova pandemia, ce ne occupassimo solo all’emersione dei focus di contagio e provassimo a contrastarla non cercando un vaccino, bensì disponendo misure di contrasto ai contatti. Potremmo descriverla così, la fibrillazione più emotiva che razionale con cui si dibatte di violenza e giovani, cioè di ragazzi che ne sono vittime e artefici (anche in questo secondo caso i minori restano comunque vittime).
Lo scenario appare similare a quello di Covid. Il droplet in questo caso passa per la comunicazione digitale, per i dispositivi connessi a reti e social network. Il facile sillogismo è che per risolvere o almeno ridurre la diffusione di questa violenza “pestilenziale” -che porta poco più che bambini ad accoltellare la professoressa, pianificare
L’adulto reagisce in modi standard: sgomento e orrore per l’accaduto, un cenno di autocritica generazionale, rinvio al cattivo esempio di un mondo sconvolto da conflitti feroci, ripetizione a mantra di parole chiave come ascolto e solitudine, affidamento a famiglia e scuola dei compiti di educazione con implicita accusa di non averli svolti adeguatamente, conseguente richiesta o concessione di risorse dedicate per assolverli, esperti che suffragano con qualche riferimento di letteratura scientifica o umanistica. Sfuma, in questo conformismo eziologico, diagnostico e terapeutico, persino la contrapposizione “d
Non si nega certo che l’evoluzione tecno-mediale sia tanto accelerata da rendere necessario normarla
Ci sono poi alcune ovvie condizioni demografiche, sociali e culturali di cui andrebbe tenuto conto. La prima è la progressiva rarità dei giovani, che determina tante lamentele e alcune proposte, per incentivare la genitorialità italiana o acquisire quella straniera. Ma senza interrogarsi sinceramente sulla riduzione dei figli da risorsa a problema, che coinvolge tutte le comunità umane, raggiunto un certo livello di benessere materiale, tant’è che si adotta anche di meno.
La seconda è lo smantellamento del sistema di regole che imponeva ai giovani i modelli adulti in modo verticale, attribuendo un potere impositivo oggi impraticabile a professori, genitori, preti, leggi, morali. Non abbiamo tenuto conto, nella rivoluzione degli ultimi decenni, che assieme a quelle regole specifiche scardinavamo le regole in assoluto, sostituendole con un sistema più comodo di confini soggettivi e aleatori tra obbligatorio, lecito e vietato. Ora ne constatiamo le controindicazioni.
La terza è che abbiamo giustamente espulso o marginalizzato le modalità di contrasto diretto che in passato fungevano da alfabetizzazione alla violenza, come il dileggio e l’aggressività, ma certe pulsioni esistono e in qualche modo vanno esorcizzate, altrimenti la loro periodica emersione in forma acuta è prevedibile. Detto ciò, non si stava affatto meglio quando accoglievamo, con quasi meno scandalo di oggi, giovani che si sparavano contro per ideologia, che assumevano sostanze psicotrope fino a morirne o rovinarsi irrimediabilmente, che si suicidavano per ragioni sentimentali in misura oggi impensabile.
Prendiamo in considerazione l’ipotesi che non si possa identificare sempre immediatam







