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Come e perché Papa Francesco picchia sulla cancel culture

Cancel Culture

Significative, innovative e dirompenti le parole di Papa Francesco sulla cancel culture. Il corsivo di Andrea Mainardi

 

 

Delle 3965 parole pronunciate da Papa Francesco alle feluche rappresentanti in Vaticano 183 Stati, in aggiunta a Unione Europea e Ordine di Malta, le più significative, innovative e dirompenti sono di un giudizio netto sulla cancel culture. Parole mai udite prima e che se non fossero così recepite in maniera rapida – come in Europa – aprirebbero intriganti capitoli alternativi sulla pretesa narrazione di un pontificato ben più complesso dei pretesi appiattimenti delle due opposte fazioni in cui lo si pretende restringere.

In quello che è il secondo, pari merito discorso più atteso dell’anno, ovvero gli auguri al Corpo diplomatico per il nuovo anno, da leggere in non rigorosa ma neppure distratta sinossi con quello alla Curia romana precedente il Natale, Francesco ha dettato:

In nome della protezione delle diversità, si finisce per cancellare il senso di ogni identità, con il rischio di far tacere le posizioni che difendono un’idea rispettosa ed equilibrata delle varie sensibilità. Si va elaborando un pensiero unico – pericoloso – costretto a rinnegare la storia, o peggio ancora a riscriverla in base a categorie contemporanee, mentre ogni situazione storica va interpretata secondo l’ermeneutica dell’epoca, non l’ermeneutica di oggi.

Premette Bergoglio:

Come ho avuto modo di affermare in altre occasioni, ritengo che si tratti di una forma di colonizzazione ideologica, che non lascia spazio alla libertà di espressione e che oggi assume sempre più la forma di quella cancel culture, che invade tanti ambiti e istituzioni pubbliche.

Distrattamente la si potrebbe rubricare solo ai non infrequenti giudizi su gender e dintorni. Ma Francesco va letto con attenzione, specie quando si rivolge alla politica; sia di Curia o Civile.

Quel paragrafo, cucito dentro un giudizio non benevolo sullo scricchiolio della diplomazia multilaterale, copre e informa quelli più volte espressi su immigrazione e pandemia e vaccini e abusi – temi puntualmente toccati e a fondo lunedì, a fianco di uno sguardo sulle situazioni in corso nel mappamondo.

Premette il ragionamento:

Il deficit di efficacia di molte organizzazioni internazionali è anche dovuto alla diversa visione, tra i vari membri, degli scopi che esse si dovrebbero prefiggere. Non di rado il baricentro d’interesse si è spostato su tematiche per loro natura divisive e non strettamente attinenti allo scopo dell’organizzazione, con l’esito di agende sempre più dettate da un pensiero che rinnega i fondamenti naturali dell’umanità e le radici culturali che costituiscono l’identità di molti popoli.

Ovvero:

In nome della protezione delle diversità, si finisce per cancellare il senso di ogni identità.

Questa la chiave.

Un antibergogliano in servizio permanente effettivo avrebbe ben più di un motivo di rimproverare a Francesco i suoi poco prima rammentati sposalizi dialettici a favore dei vaccini anti-Covid. Come dare torto: nonostante Galileo e molto altro, la Chiesa ancora benedice quella o l’altra ipotesi scientifica; spesso scommettendo sul paradigma vincente, non meno errando. Basterebbe un ripasso di un Thomas Khun e delle sue strutture delle rivoluzioni scientifiche per incamminarsi verso un prudenziale non possumus e starsene nei recinti aperti dell’annuncio evangelico e magisteriale della nascita morte e resurrezione. Ma fa troppo tomistico a certi delicati palati tradizionalisti l’aquinate della Summa ben noto a Bergoglio che l’actus fidei credentis non terminatur ad enuntiabile sed ad rem. Insomma: il credere non finisce col sapere la dottrina ma col cambiarti la vita. Altrimenti serve a nulla (perdoneranno i padri domenicani bolognesi la nostra liberissima traduzione).

In italica narrazione del resto tutto si è inoculato su quel punto: riducendo il discorso al mondo di ieri, alle beghe tra Chigi e Quirinale, tra conferenze stampa inuenti del premier. Strizzando un’allocuzione di quello che è sì primate d’Italia, ma che da Roma in su e giù si dimentica sia pure – a dispetto del diniego ad utilizzarne la sigla pp nella firma – il pastor pastoris, che a tutto il mondo parlava.

Di identità e differenza.

Da riprendere:

In nome della protezione delle diversità, si finisce per cancellare il senso di ogni identità, con il rischio di far tacere le posizioni che difendono un’idea rispettosa ed equilibrata delle varie sensibilità.

Difatti il punto è stato molto colto dagli anglosassoni progressisti e tradizionalisti più che dagli europei concentrati sui già stranoti giudizi pontificali su immigrazione e vaccini.

Analitici asintomatici; ma tutti contagiati dai continentali. Specie negli Usa dove ancora si fanno i conti a un anno dall’assalto a Capitol Hill; dove si descrive una Conferenza episcopale irritata dall’argentino Jorge Mario. Vero ma anche no.

Difatti da lì con acutezza per primi si rileva il contestuale – del giorno annunciato – veloce pensionamento del ciellino vescovo di Reggio Emilia, Massimo Camisasca – dimissionario per i canonici 75 anni solo da poche settimane e immantinente giubilato. Al suo posto il numero due della Congregazione della fede, Giacomo Morandi, elevato per sovrappiù al titolo di arcivescovo ad personam. Dove la notizia secondo i gazzettieri allievi di Popper starebbe nella rimozione di Morandi dal Sant’Uffizio per eccessiva rigidità contro la gender culture e nozze gay. Come dire, alludono: vedi, il Papa se la piglia con la colonizzazione ideologica – ovvero anche il gender, ma nel pratico allontana da Roma chi la contesta.

Francesco, che di precipitati del carattere ne ha in curriculum, e di cui più volte si è scusato pubblicamente, il 10 gennaio ha però aperto orizzonti differenti a progressisti e tradizionalisti. Non citandolo ha invitato a riprendere Emmanuel Lévinas. A fare i conti con la nauseante – lui la definisce pericolosa – uniformità del pensiero unico.

Ideologia che sommessa è emersa a suon di selfie con i decollamenti delle statue di Colombo; è passata con quelle degli schiavisti europei, finendo nei salottini sdruciti del Grande fratello o dei talk più fighetti dove si impiega 10 giorni a dire che il branco di piazza Duomo a Milano era fatto di giovani arabi. Come se a identificare qualcuno per razza e religione fosse discriminatorio, come pretende la deontologia giornalistica – tra l’altro e non da ieri – e non fosse semplice elemento di cronaca. Come se dare del romagnolo all’altro che in quel caso è assassino sporcasse i cappelletti. (Sì, ci sono stati anche romagnoli assassini e, Dio non voglia, ce ne saranno ancora. Come ce ne saranno di milanesi, e arabi, e cristiani e musulmani). Ma meglio tacere, timore di offendere. Cancellando.

Come le saltabellanti varianti Covid, che l’alfabeto greco lo devono nominare associato al virus solo dopo analisi geo-politica prima del battesimo che trascura lettere a lor giudizio immuni, per violare una innocente omicron da vocabolario; ma ormai molto contagiosa a parere di un comitato linguistico uniformante che alla omicron del Rocci non ha domandato permesso di essere associata alla colonna infame. Salvando le altre. Col rischio di terminarlo sto vocabolario, e prima dell’epilogo della pandemia. Per non ingenerare presunti giudizi da untore a quello o quel popolo. E pace se Montserrat Caballé dal suo superbo scranno se la ride dei piagnucolii su body shaming e politically correctness. E dei prevedibili tweet contro il tale in tv che dice frocio, cicciona, e testa da biliardo… e che azzo bruciamo tutti i film fino a pochi anni fa, dove a uscirne male erano più spesso i brianzoli patacca.

Si sta buttando palla dove Francesco non voleva con quel suo giudizio invece cosi curato, così necessario:

In nome della protezione delle diversità, si finisce per cancellare il senso di ogni identità, con il rischio di far tacere le posizioni che difendono un’idea rispettosa ed equilibrata delle varie sensibilità.

Palla che si tenta di ricondurre in campo, almeno ricordando il carteggio del cardinale Giacomo Biffi con la carmelitana Emanuela Ghini. Così diversi, il porporato e la claustrale. ma si può essere amici da posizioni diverse:

“L’importante è che continuiamo a volerci bene, a dialogare con franchezza senza plagiarci vicendevolmente; e senza prepotenze”.

Senza plagiarci vicendevolmente”. Franchezza non scontata nella geografia ecclesiastica. E non solo in quella, tra elmetti di destra e di sinistra. Non c’è ecclesiasticismo, nota un papabile come Matteo Zuppi, presentando il volume postumo del suo predecessore Biffi sulla cattedra di Bologna. Sinodalità. Parresia. Chiarezza. Non fare mancare il proprio punto di vista, persino di difenderlo.

Oltre è andato Francesco:

In nome della protezione delle diversità, si finisce per cancellare il senso di ogni identità, con il rischio di far tacere le posizioni che difendono un’idea rispettosa ed equilibrata delle varie sensibilità. Si va elaborando un pensiero unico – pericoloso – costretto a rinnegare la storia, o peggio ancora a riscriverla in base a categorie contemporanee, mentre ogni situazione storica va interpretata secondo l’ermeneutica dell’epoca, non l’ermeneutica di oggi.

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