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Oms, la scalata della Cina e la controffensiva Usa

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Organizzazione mondiale della Sanità oms

Che cosa succede sulle agenzie Onu come l’Oms fra Usa e Cina? L’articolo di Marco Orioles

 

Lungi dal rappresentare solamente la volontà degli Usa di punire un’istituzione che non ha affrontato la crisi globale del Covid-19 all’altezza dei suoi requisiti, l’offensiva della Casa Bianca contro l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il suo direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus è solo l’ultimo capitolo dello scontro tra America e Cina per il potere globale.

Anche se l’Oms si fosse comportata correttamente l’emergenza, la poltrona di Tedros sarebbe stata destinata a ballare in ogni caso. La sua, infatti, è – come ricorda Agenzia Nova in un approfondimento che riprendiamo volentieri – una delle cinque agenzie delle Nazioni Unite che Pechino è riuscita a controllare piazzando dei propri uomini alla loro testa.

Oltre all’Oms, la Repubblica Popolare è riuscita ad esprimere i vertici della Fao, guidata oggi da Qu Dongyu dell’Unione internazionale per le telecomunicazioni (Itu), il cui segretario generale è Houlin Zhao, dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (Unido), al cui vertice siede Li Yong, e l’Organizzazione per l’aviazione civile internazionale (Icao), il cui attuale segretario generale risponde al nome di Fang Liu.

L’influenza dell’ex impero di mezzo sull’operato dell’Onu non si manifesta tuttavia solamente sotto la forma dei mandarini piazzati nella stanza dei bottoni delle sue maggiori agenzie.

Per Pechino, la via per l’egemonia passa attraverso l’erogazione di un fiume di denaro a beneficio del budget del Palazzo di Vetro, il 12% del quale arriva oggi da Oriente – con un quanto mai significativo doppiaggio di un altro stakeholder chiave come il Giappone, ossia un alleato di ferro degli Usa con il quale la ruggine è forte e antica.

I vantaggi che derivano da cotanta magnificenza non sono tangibili però solo in termini di prestigio internazionale acquisito. Assumono semmai la veste concretissima degli appannaggi, il più significativo dei quali è certamente il ruolo di sotto-segretario generale per gli Affari economici e sociali, che da tredici anni a questa parte parla cinese.

“Questo – scrive il sito specializzato “The Diplomat” – ha fornito al governo di Pechino l’opportunità di plasmare sui propri interessi i programmi di sviluppo delle Nazioni Unite”.

Ma non sono solo questi gli indicatori del successo ottenuto dalla strategia cinese di penetrazione e conquista. Agenzia Nova segnala il plauso e il sostegno ottenuto in ambienti Onu dal progetto bandiera dell’attuale presidente cinese: la Belt and Road Initiative (Bri) nota anche come “nuove vie della Seta”.

Un progetto che altrove è stato considerato in odore di imperialismo economico ha trovato invece un’accoglienza entusiasta al Dipartimento per gli affari economici e sociali (Desa), che lo annovera tra gli strumenti in grado di centrare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, al Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), per il quale la Bri potrà “moltiplicare l’impatto delle iniziative Onu contro la povertà infantile”, nonché al quartier generale dell’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr), dove guardano con estremo favore al miglioramento della connettività globale promosso sulla carta dalla Bri.

La questione sollevata dagli Usa non riguarda però tanto questo esercizio del potere da parte dei rivali, quanto i metodi spregiudicati usati per ottenerlo.

A tal proposito, Agenzia Nova evoca un articolo del Washington Post del mese scorso in cui si esemplificava l’approccio coloniale della Cina. Per assicurarsi l’investitura del suo candidato alla Fao, Pechino non solo avrebbe convinto il Camerun a ritirare quella del proprio diplomatico Medo Moungui cancellando con un tratto di penna il debito contratto dal paese africano nei suoi confronti, ma avrebbe minacciato Argentina, Brasile e Uruguay di tagliare le esportazioni qualora non avessero appoggiato il loro uomo.

Ma nulla manda su tutte le furie i trumpiani più della storia di Tedros. L’ascesa allo scranno più alto dell’Oms da parte del due volte ministro etiope è tutto fuorchè un mistero, se si considera che metà del debito del suo Paese è nelle mani della Cina e che questa, all’incirca un anno fa, ha accettato di rinegoziarne i termini.

Ma quello di Tedros è anche uno dei paesi africani dove l’impronta del Dragone e dei suoi peculiari animal spirits è sempre più visibile: sarebbero ben 400, secondo l’agenzia Xinhua, i progetti d’investimento cinesi già operativi in Etiopia per un controvalore di oltre 4 miliardi di dollari.

Non sorprende, dunque, che Addis Abeba abbia deciso di diventare uno dei partner chiave di quel progetto, la BRI, con cui Pechino punta ad intensificare la propria magnificenza (e i relativi ritorni economici e politici).

Ma le attenzioni della Cina per l’Etiopia non finiscono qui. Tra gli elementi degni di menzione, Agenzia Nova segnala l’annuncio fatto a gennaio dalla compagnia aerea statale Ethiopian Airlines – fra le poche, si sottolinea, ad aver mantenuto voli con la Cina durante l’emergenza Covid-19 – della prossima costruzione (con capitali interamente cinesi) di un mega aeroporto dalla capacità di 100 milioni di passeggeri, e il progetto di un nuovo centro da 80 milioni di dollari per i Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie.

Infine, ora che è stata risucchiata nella crisi sanitaria globale dal Coronavirus, anche l’Etiopia può approfittare della generosità cinese arrivata puntuale sotto la forma di un lotto contenente 1 milione di kit di test per il coronavirus, 5,4 milioni di mascherine facciali, 40 mila set di indumenti protettivi e 60 mila set di schermi protettivi per uso medico. Pagato interamente dalla Fondazione Jack Ma, il materiale è stato consegnato al premier Ahmed dietro l’impegno di gestirne la successiva distribuzione ad altri Paesi africani in difficoltà.

Queste informazioni non aiuteranno magari a illuminare tutti i perché della poderosa crescita del potere globale della Cina. Sono tuttavia sufficienti per comprendere come a Washington ritengano che la misura sia colma e che vada al più presto approntata la controffensiva.

La cronaca, a tal proposito, segnala già un punto a favore degli Usa, che il mese scorso sono riusciti a sventare l’ennesima scalata cinese facendo abortire la candidatura del cinese Wang Binying alla direzione generale dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (Wipo) e riuscendo a far eleggere in sua vece il candidato di Singapore Daren Tang.

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