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Tutte le contraddizioni dell’Spd di Scholz (in testa ai sondaggi in Germania)

Governo Semaforo

Campagna elettorale in Germania: i sondaggi con la sorpresa Spd che ha superato i Verdi e raggiunto Cdu-Csu, le due anime dei socialdemocratici e il ruolo dell’Fdp. L’articolo di Pierluigi Mennitti

 

Nell’ultima settimana si sono consolidati i dati demoscopici che potrebbero determinare un esito clamoroso della campagna elettorale tedesca e determinare per la Germania e per l’Europa un quadro politico inatteso appena un mese fa. La rimonta del candidato socialdemocratico Olaf Scholz è completa, il suo consenso nei confronti degli avversari è ulteriormente cresciuto ma, quel che più conta nel sistema proporzionale tedesco, la sua popolarità ha trascinato l’Spd dal terzo al primo posto, seppur ancora in coabitazione con l’Unione guidata da Armin Laschet.

L’ultimo sondaggio dell’istituto Forsa, pubblicato sull’edizione domenicale della Bild, ha confermato la tendenza innescatasi all’indomani dell’alluvione che ha devastato la Germania renana: l’Spd ha superato d’un colpo i Verdi e ha raggiunto l’Unione in cima al gradimento degli elettori con il 22%, conquistando due punti percentuali rispetto alla rilevazione precedente. Importanti le variazioni rispetto al sondaggio del 14 agosto: Spd +2, Unione -3, Verdi -1. Gli ecologisti sono scivolati al 17% e occupano ora la terza posizione. Seguono a non molta distanza i liberali dell’Fpd al 13% (+1), che si avviano a essere l’ago della bilancia dei futuri equilibri di governo e i nazionalisti di Afd al 12% (+1). Chiude la sinistra della Linke, invariata al 7%.

Per quel che riguarda la competizione fra i tre candidati, una vera e propria gara del gambero, da cui emergerà il protagonista del dopo Merkel, i numeri sono ancora più netti, anche se vanno presi con molta prudenza dal momento che gli elettori tedeschi non eleggono direttamente il cancelliere. Rispetto a una settimana fa Olaf Scholz ha guadagnato 5 punti, raggiungendo un consenso del 34%, la verde Annalena Baerbock è inchiodata al 13 e il cristiano-democratico Armin Laschet è scivolato di 3 punti al 12%, ultimo posto.

Nell’Unione è allarme rosso, anche perché il tempo per cambiare il cavallo in corsa non c’è più e a nulla vale il rimpianto per l’alternativa perduta di Markus Söder, il presidente della Baviera che godeva di consensi maggiori. Per il politologo Jürgen Falter, intervistato dalla radio statale Deutschlandfunk, “Laschet può anche essere sottovalutato dai sondaggisti, ma i numeri attuali sono così preoccupanti da non poter più escludere che l’Unione finisca all’opposizione”. Ancora un mese fa l’Unione godeva di quasi 15 punti di vantaggio sull’Spd: qui non si tratta più di singoli elettori in fuga, il problema – aggiunge l’esperto – è che “Laschet non porta alcun valore aggiunto in campagna elettorale e gli elettori rimpiangono una guida ferma e chiari punti programmatici”. Ora ci si chiede se il candidato del partito guidato per anni da Angela Merkel riuscirà a invertire la tendenza e a riguadagnare consenso nei prossimi duelli televisivi.

A 5 settimane dal voto del 24 settembre, uno dei più importanti per la Germania di questo inizio secolo, è dunque riuscito a Olaf Scholz il miracolo rimettere se stesso e il suo partito in corsa per la cancelleria. Ma la situazione è talmente fluida e volubile che tutto può ancora accadere. È vero che molti elettori (molti più del solito a causa della pandemia) stanno votando in questi giorni per posta, presumibilmente riflettendo gli attuali sondaggi, ma la maggior parte di essi sceglierà chi votare solo all’ultimo momento, una tendenza consolidatasi negli ultimi anni come conseguenza dell’indebolimento del voto di appartenenza.

Nella stampa che si interroga quali ostacoli potrà ora incontrare nella sua corsa un politico esperto e razionale come Olaf Scholz, l’autorevole Neue Zürcher Zeitung (Nzz) ha forse trovato la risposta giusta: il suo stesso partito. Il quotidiano svizzero, uno dei più autorevoli giornali di lingua tedesca di orientamento conservatore, ammonisce: Scholz non è l’Spd di oggi. E un po’ è vero. Se il ministro delle Finanze interpreta una visione moderata e istituzionale della socialdemocrazia, nella scia di quell’ala governativa che nell’era pre Merkel aveva espresso Gerhard Schröder, la dirigenza del partito è invece tutta spostata a sinistra.

Con Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken alla presidenza e il giovane Kevin Kühnert alle loro spalle, l’Spd aveva scelto di rispondere alla sua crisi indossando un vestito più battagliero e massimalista, nella convinzione di aver perduto voti a seguito dei compromessi fatti nella lunga stagione di governo (con esclusione del quadriennio 2009-2013, l’Spd è al governo dal 1998). Troppe concessioni alla moda neoliberista negli anni di Schröder (l’Agenda 2010), troppi cedimenti ad Angela Merkel nei governi di Grosse Koalition, con l’aggravante di aver appaltato alla cancelliera riforme sociali tradizionali dell’Spd: questa era la valutazione di Walter-Borian ed Esker, due Forrest Gump delle retrovie, emersi nell’ultimo congresso come espressione di ribellione contro l’élite del partito, incarnata proprio da Olaf Scholz.

L’orizzonte della “nuova” Spd era quello di una rigenerazione ideologica nella tranquilla baia dell’opposizione. Ora si ritrova catapultata in prima linea da un esponente che piace anche agli industriali come Scholz. “Per quanto il candidato sia moderato e borghese, con il personale dirigenziale alle sue spalle entrerebbe al governo un’agenda economica basata sulla redistribuzione e sulla rieducazione”, attacca la Nzz, “le ambizioni della sinistra Spd non combaciano affatto con l’immagine bonaria dell’anseatico Scholz”. Può essere il tallone d’Achille del nuovo front-man della campagna elettorale. È comunque la traccia polemica su cui si è già buttato Armin Laschet, che ha rilanciato lo slogan del “pericolo rosso”: un futuro governo in cui l’Spd imbarchi non solo i Verdi ma anche la Linke, anti-atlantista ed estranea al “cerchio magico” tedesco dell’economia sociale di mercato. Ma Scholz ha in testa un’altra alleanza, più moderata e “borghese”, con i Verdi e i liberali dell’Fdp.

L’opera di seduzione verso il leader Fdp Christian Lindner è iniziata da tempo, proprio sui temi economici e fiscali cari ai liberali, e ora poggia su ipotesi numeriche concrete. Tra allarmi sul pericolo rosso e suggestioni social-liberali si muoverà il pendolo della campagna elettorale nei prossimi giorni, con buona pace delle tematiche ambientaliste e delle ambizioni dei Verdi. Ma tutto può improvvisamente cambiare nella competizione dei dieci piccoli indiani che si contenderanno i destini della più grande economia europea nel dopo Merkel.

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