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Noterelle postelettorali

Giorgia

Salvini è stato degradato da capitano a sergente; Berlusconi è immortale; Giorgia non dice più “Yo soy”, ma comincia a dire “I am”. E Letta… Il Bloc Notes di Michele Magno

 

Dopo il 25 settembre, si può concludere quanto segue:

Salvini è stato degradato da capitano a sergente; Berlusconi è immortale; Giorgia non dice più “Yo soy”, ma comincia a dire “I am”; Calenda e Renzi stanno già pensando al quarto polo; Letta per la seconda volta non sta sereno; Conte ha capito che quella meridionale è una questione complessa che richiede soluzioni semplici; Fratoianni e Bonelli non vedono l’ora di votare no a qualunque cosa; Paragone, Rizzo e de Magistris giocano a tresette col morto (citare il suo nome non sarebbe elegante).

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Nel 1822 Gioacchino Rossini rende visita a Beethoven nella sua casa di Vienna, famosa per essere un tugurio dal soffitto sfondato e col pitale sempre sul pianoforte. Dopo uno scambio di opinioni sulle tendenze musicali dell’epoca, il genio di Bonn lo congeda invitandolo a comporre in futuro solo opere buffe perché gli italiani non erano fatti per l’opera seria. Anche se sette anni più tardi il genio di Pesaro lo avrebbe clamorosamente smentito con il “Guglielmo Tell”, un capolavoro del teatro romantico, l’aneddoto è significativo. Infatti, attesta la circolazione nell’élite culturale dell’impero asburgico di un’idea polemica del nostro carattere nazionale, sordo alle profondità del dramma.

Dopo la sconfitta di Hitler, nel “Doctor Faustus” (1947) Thomas Mann riprende questa rappresentazione dell’anima prosaica e “spensierata” dei discendenti di Enea e la contrappone a quella del popolo tedesco, impavido nel percorrere fino in fondo il suo destino catastrofico. Cesare Garboli nei suoi “Ricordi tristi e civili” (2001) ha smontato in un paio di paginette magistrali la mitologia del teutonico descritta, in termini ora dionisiaci ora nibelungici, dal grande romanziere di Lubecca. Tuttavia, non c’è dubbio che così ci hanno visto, e ancora ci vedono, gli innumerevoli viaggiatori scesi dal nord per godersi il mare e il sole che tanto ci invidiano: politicamente cinici ma deboli, sentimentali, festevoli; inclini a recitare, cantare, ridere.

Insomma, come il paese di Machiavelli per chi ha studiato, di Pulcinella per gli illetterati. Questo paese, che ha subito la tragedia del regime mussoliniano, oggi è ai piedi di una signora per la quale il fascismo è come una polvere, come la forfora che si spazza via dall’abito prima di una passeggiata. Giorgia Meloni, le va riconosciuto, ha condotto una campagna elettorale molto efficace, che ha fatto leva sull’atavico istinto gregario di quella maggioranza degli italiani che si vanta di fottersene del passato. Pure la politica senza la storia, osservava Alessandro Manzoni, è come un cieco senza una guida che gli indichi la via. Mala tempora currunt, sed peiora parantur.

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In Italia c’è un clima da anni Trenta e sta per prendere il potere una figlioccia di Mussolini? Non esageriamo, e non facciamo favori a “Yo soy Giorgia”. La verità è che, quando crisi economico-sociale e discredito della classe politica vanno di pari passo, nasce l’invocazione dell’uomo (nel nostro caso, della donna) forte. E i suoi seguaci sono inclini a giustificare qualche “strappo alle regole”, purché serva a difendere il popolo dai nemici interni ed esterni, restituendo al paese ordine, sicurezza, sovranità.

“Un uomo forte come Richelieu/ci porterebbe tutti quanti in porto”, è la filastrocca che veniva cantata nelle bettole parigine alla vigilia del colpo di stato del Brumaio (dicembre) 1799. A quel primo modello di stampo napoleonico si sarebbero poi ispirati molti protagonisti dei vari totalitarismi fioriti nel Novecento. Tuttavia, qualsiasi sottile distinzione si voglia fare in materia di totalitarismo, il contrasto con la liberaldemocrazia rimane irriducibile. Ma è un contrasto che da noi non sembra infiammare i cuori di molti elettori.

Certo, la storia del nostro regime parlamentare è costellata di “capi” che hanno riscosso l’ammirazione e la devozione dei loro concittadini. Ma il capo è democratico, come ha osservato Giuseppe Galasso (“Liberalismo e democrazia”, 2013), solo se inscrive se stesso e la propria azione nella logica e nelle forme della democrazia, non se inscrive la logica e le forme della democrazia in quelle della propria azione e dei propri fini. In ultima analisi, l’uomo (o la donna) forte è un mito che riflette sempre una condizione di disagio dei ceti popolari. Ad essa si può reagire, parafrasando il titolo di un celebre libro di Albert O. Hirschmann (“Lealtà, defezione, protesta”, 1982), denunciandone i rischi o disinteressandone.

C’è però anche una terza possibilità: il “mi adeguo”, per codardia o per convenienza. Esso è la massima espressione di lealtà verso il vincitore di turno, la vera alternativa sia alla defezione che alla protesta. Del resto, dopo i liberali per Salvini sono subito spuntati come funghi i liberali per Meloni. Ma chiunque progetti di conquistare il palazzo del potere è bene che se lo ricordi: per la sua ubicazione sui colli di Roma, notoriamente dal clima temperato, non sarà mai un Palazzo d’Inverno.

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Breve racconto allegorico della diciottesima legislatura:

“Mi viene incontro un anziano generico, che da anni, in questa rinascita storico-biblico-mitologica della nostra cinematografia, passa da un film all’altro senza nemmeno cambiarsi il trucco. È un saggio a Tebe, un arconte ad Atene, un consigliere alla corte dei faraoni, un sacerdote a Babilonia. A Creta è un guardiano del labirinto, nell’Olimpo è Saturno, in Galilea un apostolo. Mi chiede un piccolo prestito. -Non stai lavorando?, gli domando. Allarga le braccia, desolato: -Dovrei fare un senatore, ma a settembre!” (Ennio Flaiano, “La solitudine del satiro”).

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