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Noterelle in libertà: il welfare dei cinesi, l’onestà politica, la depressione (una malattia democratica)

Onestà Politica

Il Bloc Notes di Michele Magno

La notizia è di qualche tempo fa, ma è pur sempre degna di menzione. Il presidente di Foxconn, azienda leader della componentistica cinese, ha inserito nel contratto di lavoro una clausola che vieta ai dipendenti di suicidarsi. Sono ormai, troppi, infatti, gli operai che si tolgono la vita nella città-fabbrica di Longhua. Tuttavia, le maestranze in crisi esistenziale per i ritmi produttivi massacranti possono avvalersi dell’assistenza spirituale fornita da monaci buddisti e dell’assistenza clinica fornita da psichiatri attivi giorno e notte. Poi dicono che i cinesi non hanno un welfare europeo, che li protegga dalla culla alla tomba.

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Uno dei geniali paradossi logico-metafisici che possiamo leggere nei libri di Alice di Lewis Carroll è quello del Messaggero, che entra in carcere senza essere giudicato per un reato che commetterà solo dopo e grazie alla sentenza del giudice. Una star della magistratura italiana, oggi in pensione, ha sostenuto che non esistono innocenti, ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca. In fondo, il paradosso del Messaggero è una paradossale conferma di questa paradossale affermazione (si scherza, ovviamente).

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Non è priva di qualche consistenza la tesi secondo cui la società italiana galleggia con un piede dentro le regole e con un piede fuori. Lo stesso vale per i suoi poteri più o meno forti. Il problema è che se lo prende sempre in quel posto solo chi ha tutti e due i piedi nelle regole. Ne consegue che è indotto razionalmente ad aggirarle, come insegna il celebre dilemma del prigioniero. Non per caso vantiamo un’evasione fiscale da record.

Certo, solo un filosofo come Kant poteva pretendere che si dicesse sempre la verità, anche a costo della vita propria o altrui. Ai comuni mortali e agli stessi uomini politici ciò non è concesso. Una democrazia forte, però, ha comunque bisogno di un ragionevole rapporto di fiducia reciproca tra i cittadini, e tra i cittadini e lo Stato. Ha qundi bisogno non dico di bandire, ma almeno di arginare e tenere sotto controllo le pratiche della simulazione, della frode, della menzogna. Del resto, diversamente da quanto pensava Bernard de Mandeville nel poemetto satirico La favola delle api (1714), che nell’alveare nazionale i vizi privati si trasformino in pubbliche virtù resta ancora tutto da dimostrare.

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In una memorabile pagina sull’onestà politica, Benedetto Croce narra le peripezie di Charles James Fox. È il grande statista inglese, vissuto nalla seconda metà del diciottesimo secolo, a cui si deve il trattato che nel 1783 riconobbe l’indipendenza delle colonie americane. Dedito alla crapula e alle dissolutezze, una volta arrivato al potere cerca di diventare un uomo probo e morigerato. Sennonché, quando sente infiacchirsi la sua vena oratoria e la sua energia lottatrice, per ritrovare quelle forze torna immediatamente alle vecchie abitudini.

Si può deplorare — commenta Croce — una così infelice costituzione fisiologica e psicologica, che per agire aveva bisogno di discutibili eccitanti. Tuttavia, aggiunge, Fox giovò certamente al suo paese, sebbene “i padri di famiglia con pari prudenza gli avrebbero dovuto negare le loro figliuole in ispose”. Ma è pur vero — conclude il filosofo — che “questa disarmonia tra vita propriamente politica e la restante vita pratica non può spingersi tropp’oltre, perché, se non altro, la cattiva reputazione prodotta dalla seconda, rioperando sulla prima, le frappone ostacoli […] o l’ipocrisia morale degli avversari può valersene da arma avvelenata” (Etica e politica).  Lascio al lettore il divertimento di trovare nella storia altri esempi, lontani e vicini, di governanti ai quali si addice il discorso di don Benedetto.

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Indro Montanelli diceva che la depressione è una malattia democratica, perché colpisce tutti. Smontava così la leggenda metropolitana, ancora assai diffusa in ambienti tra il bohémien e il nevrotico, secondo cui per essere artisti è necessario essere depressi. Una cattiva letteratura ha contribuito a coltivare questo equivoco. Da qui nasce il mito della depressione come tratto distintivo delle élite culturali e dei ceti borghesi più elevati, mentre gli odierni studi epidemiologici dimostrano che essa colpisce tutte le classi sociali. In tale confusione se ne è persa di vista l’essenza stessa.

Come ha scritto il neurologo Paolo Berruti, la depressione è una sofferenza angosciosa e profonda di cui non si immagina la fine, un fitto labirinto di cui il malato non vede né cerca l’uscita. Mentre lo schizofrenico non ha consapevolezza della malattia, il depresso cronico non ha fiducia nella terapia. Nulla può cambiare. Niente può aiutare. La depressione vera, osserva Berruti con un’immagine efficace, è come un mare senza luci, senza orizzonti, senza spiagge (psicofarmaci e psicoterapia non sempre fanno miracoli). Quella speranza che oggi fortunatamente sorride persino a chi è affetto da un tumore, al depresso è negata. È dunque evidente che “in presenza di vera depressione non esiste nessuna possibilità creativo-artistica”.

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