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Rileggendo Perché non possiamo non dirci “cristiani” di Benedetto Croce

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cristiani

Il saggio Perché non possiamo non dirci “cristiani” di Benedetto Croce riflette lo sconforto dell’allora vecchio filosofo di fronte al neopaganesimo nazista; motivo tragico che lo aveva indotto a riscoprire le radici cristiane della civiltà moderna a contrasto con la barbarie hitleriana. Il Bloc Notes di Michele Magno

Dopo Nizza, Vienna. Dopo una cattedrale, una sinagoga. Il terrorismo jihadista è tornato a colpire il cuore dell’Europa. C’è chi sostiene che non è “guerra di religione” perché teme, usando l’espressione, di finire col promuoverla. Sono in molti a pensarla così, e forse lo stesso Papa Francesco. Tommaso d’Aquino lo chiamerebbe “pium mendacium”, la buona menzogna. Ti faccio credere il falso, ma a fin di bene: scelta moralmente lecita, tra gli altri, per Dietrich Bonhöffer e Paul Feyerabend. Un’altra tradizione, che fa riferimento soprattutto ad Agostino e a Kant, ritiene invece che la menzogna sia sempre e in sé un male, anche quando lo scopo è nobile o altruistico. Infatti, essa viola quella richiesta e aspettativa di verità che è il requisito basilare di un’etica della comunicazione. Quella della valutazione della bugia è una controversia che attraversa tutta la storia della chiesa. Può quindi perfino accadere che un pontefice gesuita decida di avvalersi, per negare la natura religiosa del conflitto con l’islam, della dottrina di un frate domenicano. La verità è che, sul piano teologico, la distanza tra islam e cristianesimo risulta incolmabile. E questo complica maledettamente la questione del dialogo tra chi crede nella Bibbia e chi crede nel Corano.

In ogni caso, la storia della civiltà europea sarebbe stata impossibile senza il cristianesimo. Chi scrive, che pure si definisce un agnostico (nel senso precisato dal biologo inglese Thomas Huxley nel 1869), ne è convinto senza se e senza ma fin da quando, in gioventù, ebbe la ventura di leggere il celeberrimo Perché non possiamo non dirci “cristiani” di Benedetto Croce (1943). Il saggio, come mostrano i passi qui proposti, riflette lo sconforto dell’allora vecchio filosofo di fronte al neopaganesimo nazista; motivo tragico che lo aveva indotto a riscoprire le radici cristiane della civiltà moderna a contrasto con la barbarie hitleriana. Beninteso, il suo cristianesimo non è un miracolo della trascendenza ma un processo della storia, che “opera al centro della coscienza morale e quindi anima più di ogni altra l’etica della fraternità”. È per lui la rivoluzione che rimuove il politeismo pagano, eredita il lascito dell’impero romano, civilizza popoli e costumi barbari, si erge a protettrice dell’Europa contro l’Islam, illumina i secoli bui con il primato del potere spirituale sul potere armato. Ma con il procedere del processo storico, aggiunge don Benedetto, per un verso il rapporto fra la religione e la chiesa si irrigidisce in dogmi, sacramenti, gerarchie, discipline, tribunali, patrimoni; e per altro verso, poiché “il pensato non è mai terminato di pensare”, i valori morali del cristianesimo esulano dalla fede raccolta nei miti.

E poiché nella storia tutto ciò che avanza si trasforma, quei valori morali continuano in forme nuove: nel Rinascimento che  accantona l’ascetismo medievale; nella Riforma che reinterpreta il magistero di Paolo; nelle nuove risorse civili prodotte dal progresso delle scienze e del diritto; nell’Illuminismo che dissolve le superstizioni; fino agli idealisti e storicismi che fondano il concetto della realtà come storia, e ai filosofi del liberalismo come Kant. Tutti nella lista degli autori relegati all’Indice; e tutti eredi in qualche modo della rivoluzione cristiana e anticipatori della modernità, che ancora nel tardo Ottocento sarebbe stata oggetto dei vani anatemi del “Sillabo”. Ma di fronte alla barbarie che minacciava la morte della civiltà, Croce scelse di risalirne il corso fino alle fonti, affinché i figli della storia si riconoscessero figli del cristianesimo. Nonostante la commozione retorica con cui lo descrisse, il cristianesimo di Croce rimane quindi totalmente laico.

 

 

Perché non possiamo non dirci “cristiani”

di Benedetto Croce

Rivendicare a sé stessi il nome di cristiani non va di solito scevro da un certo sospetto di pia unzione e d’ipocrisia, perché più volte l’adorazione di quel nome è servita all’autocompiacenza e a coprire cose assai diverse dallo spirito cristiano, come si potrebbe comprovare con riferimenti che qui si tralasciano per non dar campo a giudizi e contestazioni distraenti dall’oggetto di questo discorso. Nel quale si vuole unicamente affermare, con l’appello alla storia, che noi non possiamo non riconoscerci e non dirci cristiani, e che questa denominazione è semplice osservanza della verità.

Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non maraviglia che sia apparso o possa apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo.

Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate. Tutte, non escluse quelle che la Grecia fece della poesia, dell’arte, della filosofia, della libertà politica, e Roma del diritto: per non parlare delle più remote della scrittura, della matematica, della scienza astronomica, della medicina, e di quanto altro si deve all’Oriente e all’Egitto. E le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni, in quanto non furono particolari e limitate al modo delle loro precedenti antiche, ma investirono tutto l’uomo, l’anima stessa dell’uomo, non si possono pensare senza la ri-voluzione cristiana, in relazione di dipendenza da lei, a cui spetta il primato perché l’impulso originario fu e perdura il suo.

La ragione di ciò è che la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e, conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all’umanità.

[…] Questo nuovo atteggiamento morale e questo nuovo concetto si presentarono in parte ravvolti in miti -regno di Dio, resurrezione dei morti, battesimo per prepararvisi, espiazione e redenzione che toglie i peccati dagli eletti al nuovo regno, grazia e predestinazione, e via dicendo;- passarono laboriosamente da miti più corpulenti ad altri più fini e trasparenti di verità; si intrigarono in pensieri non sempre portati ad armonia ed urtarono in contraddizioni innanzi a cui si soffermarono incerti e perplessi; ma non perciò non furono sostanzialmente quelli che abbiamo in breve enunciati e che ognuno sente risuonare dentro di sé quando pronunzia a se stesso il nome di “cristiano”.

[…] Anche naturale e necessario fu che il processo formativo della verità, che il cristianesimo aveva così straordinariamente intensificato e accelerato, si soffermasse a un certo punto, provvisoriamente, e che la rivoluzione cristiana avesse un respiro di riposo (respiro che in istoria può essere cronologicamente di secoli) e si desse un assetto stabile. E anche qui è stata accusata e lamentata, e ancor oggi si lamenta, la caduta dall’altezza in cui l’entusiasmo cristiano si moveva, e il fissamento, il praticizzamento, il politicizzamento del pensiero religioso, l’arresto del suo fluire, la solidificazione che è morte. Ma la polemica contro la formazione e l’esistenza della chiesa o delle chiese è tanto poco ragionevole quanto sarebbe quella contro le università e le altre scuole in cui la scienza, che è continua critica e autocritica, cessa di esser tale e vien fissata in catechismi e manuali e la si apprende bella e fatta, sia per valersene a fini pratici, sia, negli ingegni ben disposti, come materia da tener presente per i nuovi progressi scientifici da compiere o da tentare.

[…] Neppure sono valide le altre comuni accuse alla chiesa cristiana cattolica per la corruttela che dentro di sé lasciò penetrare e spesso in modo assai grave allargare; perché ogni istituto reca in sé il pericolo della corruttela, delle parti che usurpano la vita del tutto, dei motivi privati e utilitari che si sostituiscono a quelli morali, e ogni istituto soffre nel fatto queste vicende e di continuo si sforza di sorpassarle e di restituire le condizioni di sanità. Ciò accadde altresì, se pure in modo meno scandaloso o più meschino, nelle chiese che contro la loro primogenita cattolica, gridandone la corruttela, si levarono nelle varie confessioni evangeliche e protestanti.

La chiesa cristiana cattolica, com’è noto, anche nel corso del medio evo, giovandosi degli spiriti cristiani che spontanei rifiammeggiavano dentro o fuori dei suoi quadri, e contemperandoli al suo fine, si rinsanguò e si riformò tacitamente più volte; e quando, più tardi, per la corruttela dei suoi papi, del suo clero e dei suoi frati e per la cangiata condizione politica generale, che le aveva tolto il dominio da lei esercitato nel medio evo e spuntato le sue armi spirituali, e, infine, per il nuovo pensiero critico, filosofico e scientifico, che rendeva antiquata la sua scolastica, stette a rischio di perdersi, si riformò ancora una volta con prudenza e con politica, salvando di sé quanto prudenza e politica possono salvare, e continuando nell’opera sua, che riportò i trionfi migliori nelle terre di recente scoperte del Nuovo Mondo.

[…] Furono dunque, nonostante talune parvenze anticristiane, gli uomini dell’umanesimo e del Rinascimento, che intesero la virtù della poesia e dell’arte e della politica e della vita mondana, rivendicandone la piena umanità contro il sopranaturalismo e l’ascetismo medievali, e, per certi aspetti, in quanto ampliarono a significato universale le dottrine di Paolo, slegandole dai particolari riferimenti, dalle speranze e dalle aspettazioni del tempo di lui, gli uomini della Riforma;

furono i severi fondatori della scienza fisico-matematica della natura, coi ritrovati che suscitarono di mezzi nuovi alla umana civiltà; gli assertori della religione naturale e del diritto naturale e della tolleranza, prodromo delle ulteriori concezioni liberali; gl’illuministi della ragione trionfante, che riformarono la vita sociale e politica, sgombrando quanto restava del medievale feudalesimo e dei medievali privilegi del clero, e fugando fitte tenebre di superstizioni e di pregiudizi, e accendendo un nuovo ardore e un nuovo entusiasmo pel bene e pel vero e un rinnovato spirito cristiano e umanitario;

e, dietro ad essi, i pratici rivoluzionari che dalla Francia estesero la loro efficacia nell’Europa tutta; e poi i filosofi, che procurarono di dar forma critica e speculativa all’idea dello Spirito, dal cristianesimo sostituita all’antico oggettivismo, Vico e Kant e Fichte e Hegel, i quali, per diretto o per indiretto, inaugurarono la concezione della realtà come storia, concorrendo a superare il radicalismo degli enciclopedisti con l’idea dello svolgimento e l’astratto libertarismo dei giacobini con l’istituzionale liberalismo, e il loro astratto cosmopolitismo col rispettare e promuovere l’indipendenza e la libertà di tutte le varie e individuate civiltà dei popoli o, come furono chiamati, delle nazionalità: – questi, e tutti gli altri come essi, che la chiesa di Roma, sollecita (come non poteva non essere) di proteggere il suo istituto e l’assetto che aveva dato ai suoi dommi nel concilio di Trento, doveva di conseguenza sconoscere e perseguitare e, in ultimo, condannare con tutta quanta l’età moderna in un suo sillabo, senza per altro essere in grado di contrapporre alla scienza, alla cultura e alla civiltà moderna del laicato un’altra e sua propria e vigorosa scienza, cultura e civiltà.

E doveva e deve respingere con orrore, come blasfema, il nome che a quelli bene spetta di cristiani, di operai nella vigna del Signore, che hanno fatto fruttificare con le loro fatiche, coi loro sacrifici e col loro sangue la verità da Gesù primamente annunciata e dai primi pensatori cristiani bensì elaborata, ma non diversamente da ogni altra opera di pensiero, che è sempre un abbozzo a cui in perpetuo sono da aggiungere nuovi tocchi e nuove linee. Né può a niun patto piegarsi al concetto che vi siano cristiani fuori di ogni chiesa, non meno genuini di quelli che vi son dentro, e tanto più intensamente cristiani perché liberi. Ma noi, che scriviamo né per gradire né per sgradire agli uomini delle chiese e che comprendiamo, con l’ossequio dovuto alla verità, la logica della loro posizione intellettuale e morale e la legge del loro comportamento, dobbiamo confermare l’uso di quel nome che la storia ci dimostra legittimo e necessario.

Una ben significante riprova porge di questa storica interpretazione il fatto che la continua e violenta polemica antichiesastica, che percorre i secoli dell’età moderna, si è sempre arrestata e ha taciuto riverente al ricordo della persona di Gesù, sentendo che l’offesa a lui sarebbe stata offesa a sé medesima, alle ragioni del suo ideale, al cuore del suo cuore. Perfino qualche poeta, il quale, per la licenza che ai poeti si concede di atteggiare fantasticamente in simboli e metafore gli ideali e i controideali a seconda dei modi della loro passione, travide in Gesù -in Gesù che amò e volle la letizia- un negatore della gioia e un diffonditore di tristezza, finì col dare la palinodia del suo primo detto, come accadde al tedesco Goethe e all’italiano Carducci.

[…] Gli è che, sebbene tutta la storia passata confluisca in noi e della storia tutta noi siamo figli, l’etica e la religione antiche furono superate e risolute nell’idea cristiana della coscienza e della ispirazione morale, e nella nuova idea del Dio nel quale siamo, viviamo e ci muoviamo, e che non può essere né Zeus né Jahvè, e neppure (nonostante le adulazioni di cui ai nostri giorni si è voluto farlo oggetto) il Wotan germanico; e perciò, specificamente, noi, nella vita morale e nel pensiero, ci sentiamo direttamente figli del cristianesimo.

Nessuno può sapere se un’altra rivelazione e religione, pari o maggiore di questa che lo Hegel definiva la «religione assoluta», accadrà nell’uman genere, in un avvenire di cui non si vede ora il più picolo barlume; ma ben si vede che, nel nostro presente, punto non siamo fuori dai termini posti dal cristianesimo, e che noi, come i primi cristiani, ci travagliamo pur sempre nel comporre i sempre rinascenti ed aspri e feroci contrasti tra immanenza e trascendenza, tra la morale della coscienza e quella del comando e delle leggi, tra l’eticità e l’utilità, tra la libertà e l’autorità, tra il celeste e il terrestre che sono nell’uomo, e dal riuscire a comporli in questa o quella loro forma singola sorge in noi la gioia e la tranquillità interiore, e dalla consapevolezza di non poterli comporre mai a pieno ed esaurire, il sentimento virile del perpetuo combattente o del perpetuo lavoratore, al quale, e ai figli dei suoi figli, non verrà mai meno la materia del lavoro, cioè della vita. E serbare e riaccendere e alimentare il sentimento cristiano è il nostro sempre ricorrente bisogno, oggi più che non mai pungente e tormentoso tra dolore e speranza.

E il Dio cristiano è ancora il nostro, e le nostre affinate filosofie che chiamano lo Spirito, che sempre ci supererà, sempre è noi stessi; e, se noi non lo adoriamo più come mistero, è perché sappiamo che sempre esso sarà mistero all’occhio della logica astratta e intellettualistica, immeritatamente creduta e dignificata come «logica umana», ma che limpida verità esso è all’occhio della logica concreta, che potrà ben dirsi «divina», intendendola nel senso cristiano come quella alla quale l’uomo di continuo si eleva, e che, di continuo congiungendolo a Dio, lo fa veramente uomo.

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