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Non solo Huawei, tutti i riflessi della guerra Usa-Cina nel sud-est asiatico. Il caso Vietnam

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Huawei

L’approfondimento di Marco Orioles

 

Come procede la guerra di Donald Trump contro Huawei? L’offensiva della Casa Bianca contro il colosso cinese delle telecomunicazioni rappresenta un capitolo a parte di una più ampia storia, quella dello scontro a tutto campo tra Usa e Cina per l’egemonia planetaria sul piano economico, politico, militare e tecnologico.

Una guerra fredda 2.0 nella cui cornice si inserisce, per l’appunto, la sfida per il controllo delle reti nazionali 5G, di cui Huawei nutre la speranza di diventare il fornitore mondiale n. 1. Un disegno che la squadra di governo al servizio del tycoon newyorchese sta cercando di ostacolare in tutti i modi, esercitando formidabili pressioni sui governi di alleati e partner affinché impediscano ad Huawei di installare i propri routers e switchers in quelle reti mobili di quinta generazione che saranno il motore di una rivoluzione tecnologica talmente importante da sconsigliare di lasciarne la guida a un gruppo giudicato da Trump legato a un regime autoritario.

I tentativi di persuasione dell’amministrazione Trump non sono però andati quasi mai a buon fine. Persino alleati di ferro come la Gran Bretagna, anello fondamentale dei cosiddetti “Five Eyes”, hanno scartato l’opzione di un bando nudo e semplice ad Huawei, come avrebbero voluto in America. E nel resto dell’Europa, laddove gli Usa possono vantare la massima concentrazione di amici, si è imposta una linea di equilibrismo da parte di vari governi, italiano incluso, tra le ragioni della sicurezza nazionale perorate da Washington, che suggeriscono quanto meno prudenza, e quelle puramente industriali che sconsigliano di togliere dalla circolazione Huawei.

Se dunque l’impressione è che la guerra degli Usa ad Huawei sia in una sorta di stallo, la notizia battuta lunedì da Bloomberg segnala che i giochi sono ancora aperti. E la notizia che non si può sottovalutare è che in seno al blocco delle nazioni del Sud-Est Asiatico, dove Huawei si appresta a mettere in campo il 5G pressoché ovunque, dalla Thailandia, alle Filippine, alla Malesia, c’è un Paese che ha deciso di fare di testa propria. E di allinearsi a Washington contro Pechino.

Stiamo parlando del Vietnam, dove il CEO di Viettel, il principale carrier del Paese (controllato dal Ministero della Difesa) con 60 milioni di clienti su una popolazione di quasi 100 milioni, ha affidato a Bloomberg dichiarazioni che in America sanno di miele.

“Per il momento”, ha affermato Le Dang Dung, “non abbiamo intenzione di lavorare con Huawei” nell’ormai imminente lancio del 5G in Vietnam. Il perché è presto detto. “Ci sono stati rapporti”, ha spiegato il CEO con parole che sembrano dettate da Washington, “che dicono che usare Huawei non è sicuro. (…) Molti altri paesi, inclusi gli Usa, hanno trovato prove che dimostrano che usare Huawei non è sicuro per la rete nazionale. Dobbiamo dunque essere cauti (e perciò) la posizione di Viettel è che, alla luce di queste informazioni, imboccheremo la strada sicura. Abbiamo così scelto (per il nostro 5G) le europee Nokia ed Ericsonn”.

I 60 milioni di clienti Viettel avranno dunque la possibilità di connettersi coi propri dispositivi ad una rete di quinta generazione che impiegherà ad Hanoi le apparecchiature Ericsonn AB e a Ho Chi Minh City la tecnologia Nokia Oyj.  Il 5G Viettel farà inoltre a meno della tecnologia cinese anche per i chip, per i quali si farà affidamento all’americana Qualcomm e ad un altro fornitore Usa.

La decisione di Viettel non è l’unica grana vietnamita per Huawei. Bloomberg sottolinea come anche le compagnie minori faranno a meno delle sue attrezzature. MobiFone ha scelto infatti la strada della partnership con Samsung, mentre Vinaphone ha deciso di affidarsi a Nokia.

Lungi dall’essere irrazionale o legata a chissà quale tipo di sudditanza nei confronti dell’impero a stelle a strisce, la scelta di campo del Vietnam è il frutto di fattori da non sottvalutare. Ci sono, anzitutto, le relazioni complicate con un Paese come la Cina con cui, pur a fronte di un rapporto economico sempre più profondo, rimangono forti motivi di attrito.

Pesano, ad esempio, le dispute territoriali che in Vietnam, come in molte altre realtà di questa regione dove l’influenza cinese è sempre più palese oltre che ingombrante, hanno incrementato la diffidenza se non la paura nei confronti delle intenzioni della Repubblica Popolare. Sentimenti ben fotografati da un sondaggio del 2017 dell’istituto demoscopico Usa Pew, secondo il quale solo il 10% della popolazione in Vietnam nutre un’opinione favorevole della Cina.

Ma i timori nei confronti del Dragone sono solo un versante della spiegazione. Dove, all’altro lato, troviamo un elemento che contribuisce a gettare luce sui nuovi orientamenti del Vietnam: si tratta, come spiega a Bloomberg Carl Thayer, docente emerito all’Università del New South Wales , del “desiderio” di Hanoi “di incrementare i legami economici e di sicurezza con gli Usa”.

Se il punto è la sicurezza, escludere Huawei è il prezzo da pagare per non incorrere nelle ritorsioni che gli esponenti dell’amministrazione Trump hanno annunciato ai propri interlocutori nel mondo: installare le attrezzature cinesi nelle reti 5G avrebbe significato il venir meno, o almeno l’allentamento, della condivisione di informazioni di intelligence con gli Usa.

Se questa appare una ragione cogente, non lo è da meno la prospettiva di far compiere un salto di qualità alla relazione economica con l’America. E da questo punto di vista Hanoi sembra aver proprio tutta l’intenzione di cogliere al volo l’opportunità offerta da un governo, quello di Trump, che per regolare i conti con il rivale cinese sta contemplando l’opzione nucleare: tagliare fuori Pechino dalla supply chain globale sostituendola con Paesi più accomodanti.

Tra questi, appunto, c’è il Vietnam, diventato di fatto il candidato naturale a raccogliere i frutti del diktat che Trump ha emesso qualche giorno fa via Twitter, quando – tra lo sconcerto generale – ha “ordinato” alle aziende Usa di “cercare alternative alla Cina”.

Era stato il New York Times, in un articolo uscito qualche settimana fa, a sottolineare come “nessun paese al mondo abbia beneficiato più del Vietnam della guerra commerciale del presidente Trump con la Cina”. Gli ordini delle fabbriche vietnamite, evidenziava il quotidiano Usa, si sono moltiplicati da quando sono entrati in vigore i dazi trumpiani contro la Cina e numerosi rappresentanti della Corporate America hanno preso a spostare la propria produzione per schermarsi dai rincari doganali.

Chi si sta muovendo in questa direzione, comunque, non fa altro che battere la strada spianata da colossi come Samsung, atterrata in Vietnam più di dieci anni fa. Oggi per l’azienda sudcoreana il Vietnam rappresenta il cuore pulsante della propria produzione: circa la metà dei suoi dispositivi sono costruiti nel paese asiatico, dove le sussidiarie di Samsung impiegano circa 100 mila lavoratori e generano circa un terzo dei profitti globali della compagnia. Che questa presenza assuma importanza anche per il paese ospite lo dimostra un numero eloquente: le produzioni locali di Samsung nel 2019 hanno rappresentato un quarto del totale delle esportazioni del Vietnam.

E non c’è solo Samsung. In preda anch’essa alla sindrome da diversificazione, Apple ha preso a spostare le proprie produzioni dalla Cina verso il Vietnam (e l’India). Foxconn, il gigante dell’elettronica di Taiwan che assembla gli Iphone, ha reso noto lo scorso gennaio di aver acquistato terreni in Vietnam con la prospettiva di realizzarvi nuovi stabilimenti.  Anche Nintendo ha spostato qui parte della produzione delle proprie popolari console. L’ultima novità in questa sequenza l’ha raccontata qualche giorno fa la Nikkei Asian Review: quest’estate Google ha iniziato a convertire un vecchio stabilimento Nokia che si trova nella provincia settentrionale di Bac Ninh per produrvi i telefoni Pixel.

Il salto a polo globale delle produzioni hi-tech non è naturalmente scontato per un Paese che si è costruito una solida reputazione come campione delle produzioni a basso costo in settori come il tessile o le calzature (Nike e Adidas realizzano qui la metà delle loro sneakers). Ben conscio della sfida, il governo sta cercando di promuovere tale passaggio storico con forti investimenti in infrastrutture per migliorare la propria rete di strade e porti ed incrementare la produzione di energia elettrica. Rientra nella medesima strategia la scelta di stringere accordi con i governi di tutto il mondo, inclusa l’Ue, per abbattere il regime dei dazi.

Per il Vietnam però, nota il NYT, non sarà semplice “rimpiazzare dall’oggi al domani la Cina come hub manifatturiero”. Restano infatti alcuni ostacoli come i costi eccessivi dei terreni, il numero insufficiente di fabbriche e magazzini adeguatamente attrezzati, e la carenza di lavoratori specializzati e manager.

Fermi restando questi punti deboli, la possibilità che il Vietnam vinca la scommessa e spodesti l’ex opificio del mondo è presa seriamente in considerazione dal diretto interessato. Lo dimostra un commento apparso l’altro ieri sulle colonne dei Global Times, la voce in lingua inglese del regime comunista, a firma di Hu Weijia.

L’autore riconosce la concretezza e l’imminenza del pericolo ricordando come, nel primo quadrimestre del 2019, le esportazioni dal Vietnam agli Usa sono salite del 28,9% su base annua. Ciò detto, Hu si sente in dovere di precisare che per il Vietnam, che “ha una popolazione di appena 95 milioni di persone”, è semplicemente “impossibile costruire una catena industriale onnicomprensiva come quella che è stata realizzata in Cina”.

Ma non è solo una questione di forza lavoro. Un altro problema insormontabile per il Vietnam è rappresentato, a detta del Global Times, dal fatto che il paese “deve acquistare componenti e parti da altri paesi asiatici”, a dimostrazione che il suo comparto industriale “non è in grado di sopravvivere senza la supply chain asiatica” e, in particolare, senza “il supporto dei fornitori cinesi”.

A dimostrazione della bontà del suo ragionamento, Hu cita un solo dato: le importazioni del Vietnam dalla Cina sono cresciute su base annua del 12,3%. In queste condizioni, è la conclusione, è “impossibile tagliare i legami industriali, capitalistici e tecnologici tra la Cina e il Vietnam”.

Le lagnanze del Global Times dimostrano una volta di più quanto sia aperta la sfida tra chi, Pechino o Hanoi,  garantirà alle multinazionali a stelle e strisce il retroterra produttivo alle condizioni migliori. Condizioni che, nell’era di Donald Trump, comprendono anche la furia dell’impero americano animato dall’intenzione di piegare il Dragone e di raccogliere per strada il maggior numero di alleati disposti a fare altrettanto. Facendo a meno di Huawei, e aprendo le porte alle aziende Usa, il Vietnam sta dicendo a Trump che un alleato sicuro ce l’ha.

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