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Nessun paese ha forze di polizia inquadrate nelle forze armate. Ma un’eccezione c’è

di

polizia

Il Bloc Notes di Michele Magno

Nel 2000, con i Decreti Legislativi n.297, “Norme in materia di riordino dell’Arma dei Carabinieri”, e n.298, “Riordino del reclutamento, dello stato giuridico e dell’avanzamento degli Ufficiali dei Carabinieri”, l’Arma dei Carabinieri era stata elevata al rango di Forza armata, con collocazione autonoma nell’ambito del Ministero della Difesa, accanto all’Esercito (del quale prima faceva parte come “prima Arma”), alla Marina e all’Aeronautica.

Successivamente, il Decreto Legislativo n.66 del 2010, “Codice dell’Ordinamento Militare”, confermandone la collocazione autonoma nell’ambito del Ministero della Difesa con il rango di Forza armata, ne ha tracciato l’attuale fisionomia organizzativa. Più recentemente, il Decreto Legislativo n.177 del 2016, “Disposizioni in materia di razionalizzazione delle funzioni di polizia e assorbimento del Corpo forestale dello Stato”, ha istituito l’organizzazione per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare. In sostanza, con i provvedimenti del 2000 e del 2010 sono state consolidate in atti normativi le funzioni storicamente svolte dall’Arma (difesa, polizia di sicurezza, polizia giudiziaria, protezione civile).

“La vita del carabiniere non è affatto facile. Come se non bastassero i problemi e i traumi connessi ai rischi della professione, i carabinieri cercano di crearsene degli altri con la competizione con le altre forze dell’ordine, con la ricerca di nuovi incarichi di prestigio e settori in cui esercitare la propria autorità […]; e in una frenetica lotta interna, fratricida, per gli avanzamenti di carriera […]. La corsa alla carriera è accelerata dal sistema degli encomi, che induce i carabinieri di ogni grado a prendere iniziative e rischi non sempre necessari soltanto per accumulare meriti.

Inoltre, sempre per la carriera, tendono a coltivare fin dai primi di servizio relazioni ritenute utili all’avanzamento e alla concessione di encomi quasi sempre meritati, ma spesso esagerati nella frequenza o nella motivazione grazie all’appartenenza a una cordata di favoritismi o a un’affinità familiare, associativa e politica. A questo scopo, anche ai più alti livelli di grado, sono mantenute posizioni di assistenza e segreteria presso cariche politiche. Oltre alla diffusione dei carabinieri per i compiti di istituto, c’è quella realizzata con le cariche elettive in parlamento o negli enti locali o con il passaggio alla carriera prefettizia o la nomina a commissari straordinari.

Non esiste carabiniere che voglia andare serenamente in pensione. La convinzione che il loro status sia permanente (gli alamari cuciti sulla pelle) e che l’esercizio del potere dell’Arma sia un loro dovere perpetuo, li induce a brigare (e compromettersi) per ottenere incarichi anche dopo il servizio. E anche nei casi di una brillante carriera l’ansia da prepensionamento, colpisce i carabinieri […] una decina d’anni prima: in quel periodo cominciano già a prepararsi il futuro con amicizie e affiliazioni che garantiscano un incarico alla Corte dei Conti, al Consiglio di Stato, al Quirinale, alla presidenza di una qualsiasi società o azienda del carrozzone pubblico o del sottobosco privato.

Quelli che non possono aspirare a tanto, e che per vari motivi lasciano il servizio attivo, usano le opportunità incontrate durante il servizio per assumere compiti più gratificanti presso enti di ricerca, comunità, consorzi, cooperative e in ambiti amministrativi locali. Sono spesso consiglieri politici, addetti alla sicurezza di enti parastatali e privati, di industrie e organizzazioni commerciali. Sono investigatori privati, consulenti giudiziari e periti legali, collaboratori dei curatori fallimentari, giudici di pace ecc.Transitano nelle posizioni a status civile degli organismi Nato e comunitari; e ufficiali e marescialli dei carabinieri si trovano nei consigli d’amministrazione di grandi e piccole società pubbliche o private.

In ogni paese del mondo una tale diffusione da parte di una ‘categoria’ qualsiasi, ma soprattutto militare, costituirebbe un rischio per la stabilità e l’equilibrio dei poteri. In Italia è considerata una garanzia” (Fabio Mini, “I guardiani del potere”, il Mulino, 2014, pp. 178-179. Generale di corpo d’armata dell’esercito italiano, l’autore è stato capo di Stato maggiore del comando Nato del Sud Europa e comandante della missione internazionale in Kosovo)

Il potere dello stato ha storicamente creato i suoi guardiani. Talvolta, essi si sono identificati con lo stato o addirittura si sono sentiti superiori allo stato. È stato così per i pretoriani, i giannizzeri, le milizie e tutti i corpi che, a partire dagli eunuchi imperiali, hanno posto se stessi come stato. E hanno fatto tutti una brutta fine.

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Intervistato dal Corriere della Sera, Goffredo Bettini (considerato, a torto o a ragione, lo stratega del Pd) ha detto che questo non è il momento della piccola ma della grande politica, quella che sa progettare e scommettere sul futuro. Ottimo. Nel presente, tuttavia, mi accontenterei della media politica, quella simboleggiata dalla ricostruzione a tempi di record del ponte di Genova (bellissimo, peraltro). Quella media politica che dovrebbe cogliere queste ore difficili come una irripetibile occasione per liberare imprese e mercati da una burocrazia invadente che soffoca la loro vita. Quella media politica, inoltre, capace di assicurare tempestivamente ai lavoratori la Cig, e alle aziende le somme necessarie per la ripresa dell’attività. Quella media politica, ancora, in grado di  sbloccare i cantieri e di far finalmente rinascere le zone terremotare che versano ancora in un indecente stato comatoso. Quella media politica, infine, che impone alle pubbliche amministrazioni di onorare i propri debiti con i privati. Mi fermo qui. Ho volato basso, lo so. Ma, in attesa di fare i conti domani con un “capitalismo cieco e disumano” [Bettini], cerchiamo di non deludere oggi le speranze degli italiani che lavorano e producono.

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Antivaccinisti e complottisti, sovranisti e “pappalardi” di ogni specie sono tornati alla ribalta. Al di là dei suoi aspetti folkloristici, illustri firme di grandi giornali invitano a non prendere sottogamba il fenomeno, sintomo del malessere sociale che cova sotto le ceneri dell’epidemia. Io non solo non lo sottovaluto, ma lo temo molto. Perché, come diceva Friedrich Schiller, “contro la stupidità gli stessi Dei combattono invano”. Ne era convinto anche lo storico Carlo M. Cipolla, che sul suo potere distruttivo ha scritto quarant’anni fa un geniale e memorabile saggetto. Che un paese — egli sostiene — sia in ascesa o in declino, che si consideri l’età classica, medievale, moderna o contemporanea, ogni società ha la sua inevitabile percentuale di idioti.

Ma quando le persone ragionevoli scelgono di associarsi con loro, magari pensando di poterli così meglio controllare, è allora che i danni possono diventare incalcolabili. Infatti, lo stupido non sa di essere stupido. Ciò contribuisce potentemente a dare maggior forza ed efficacia alla sua azione devastatrice. Del resto, lo stupido — ricorda Cipolla — non è inibito da quel sentimento che gli anglosassoni chiamano “self-consciousness” (autocoscienza). Può quindi in ogni momento scatafasciare i tuoi piani senza rimorso e senza motivo. Stupidamente, appunto. Anche per questo un governo di unità nazionale, che ogni tanto viene invocato da qualche anima pia, nell’Italia dei nostalgici del Papeete e dei forconi redivivi resta il sogno di una notte di mezza estate.

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“Se una grande parte degli elettori figura sul libro paga dello Stato […] Se i membri del parlamento non si considerano più mandatari dei contribuenti ma rappresentanti di coloro che ricevono salari, stipendi, sussidi e altri benefici presi dalla risorse pubbliche, la democrazia è spacciata” (Ludwig von Mises).

Ogni riferimento all’affaire Autostrade (senza dimenticare l’affaire Alitalia) non è puramente casuale.

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Nella cultura classica il nero è associato ai giorni funesti, alla morte, agli inferi. Nella tradizione giudaico-cristiana il demonio, principe delle tenebre, si personifica nell’etiope che, per la sua “nigredo”, supera anche l’egizio, storico nemico del popolo eletto. Come “niger puer” si presenta il diavolo ad Antonio e a Gregorio Magno, nera è la valle dell’inferno dantesco. Nella “Chanson de Roland” un saraceno, dal significativo nome di Abisso, è “nero come la pece fusa”. Speriamo che i Black Lives Matter de’ noantri lo ignorino. Sarebbero capaci, infatti, di mettere al rogo la Bibbia e i testi delle antiche letterature romanze.

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