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Premierato

I vescovi contro il premierato? Ohibò

Che cosa ha detto il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), sul premierato e che cosa hanno scritto i quotidiani. I Graffi di Damato

È diventato nel solito, forzato racconto giornalistico e politico un “altolà” del cardinale Matteo Zuppi, nella conferenza stampa conclusiva dell’assemblea episcopale italiana, l’annuncio, l’ammissione – chiamatela come volete – di “qualche vescovo” che aveva espresso “preoccupazione” nel parlare della riforma costituzionale all’esame del Parlamento sull’elezione diretta del capo del governo. “Qualche vescovo” – ripeto – è diventato la Conferenza nel suo complesso, e lo stesso cardinale.

Il porporato si è invece limitato a chiedere, auspicare, consigliare, avvertire, raccomandare – anche qui come volete – “molta attenzione” a intervenire sugli “equilibri” contemplati o derivati dalla Costituzione in vigore dal 1948. Peraltro già cambiata, come nel caso dell’articolo 68 sulle immunità parlamentari, cambiato sotto la spinta delle indagini del 1992 sul finanziamento illegale dei partiti e risoltosi in quello che Giorgio Napolitano da presidente della Repubblica definì “un forte squilibrio” a scapito della politica e a vantaggio del potere o ordine giudiziario.

Il cardinale Zuppi conosce bene gli inconvenienti dei conflitti, che non sono solo quelli militari di cui si occupa su incarico del Papa a proposito dell’Ucraina invasa dalla Russia di Putin, ma anche quelli duri nelle sedi proprie della politica. Dove per mitigare i contrasti, per varare e realizzare riforme “non di parte”, come lui ha detto, bisogna aspettarsi buona volontà, quanto meno, di tutti. E non solo della maggioranza o del governo di turno.

L’opposizione annunciata e praticata dagli avversari del premierato è addirittura fisica, condotta con “i corpi”, come ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein promovendo la manifestazione del prossimo 2 giugno al Testaccio, a Roma. Al Senato le opposizioni hanno presentato ostruzionisticamente migliaia di emendamenti costringendo la maggioranza a ricorrere al cosiddetto contingentamento dei tempi previsto dal regolamento, e quindi pienamente legittimo. Eppure siamo appena al primo dei quattro passaggi parlamentari della riforma.

A quale “parte” allora alludeva il cardinale Zuppi raccogliendo forse la preoccupazione di “qualche vescovo” e raccomandando – ripeto – attenzione, anzi molta attenzione? Ne può, anzi ne deve chiedere in modo esplicito e chiaro – se ritiene proprio non dico di interferire ma di intervenire – a tutti. E ciò per evitare di vedersi poi attribuire quell’”altolà” tanto comodo, anche in questa fase conclusiva della campagna elettorale per il voto dell’8 e 9 giugno, agli avversari del governo.

Se l’altolà – quello sì vero – dei vescovi al divorzio si risolse in un referendum fallimentare per la Chiesa, e per la Dc che si accodò col segretario Amintore Fanfani saltato nel 1974 come un tappo dalla bottiglia di champagne nella storica vignetta di Giorgio Forattini, figuriamoci quanto male potrebbe concludersi quello che Zuppi si è visto attribuire sul premierato.

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