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Perché servirà un Mattarella bis

Armi

“Le obiezioni finora addotte da Sergio Mattarella dovrebbero cedere di fronte al manifestarsi di una nuova emergenza nella vecchia emergenza”. L’analisi di Gianfranco Polillo

Sergio Mattarella dovrebbe rendersi disponibile per un secondo mandato. Persistere nel “gran rifiuto” rischia, infatti, di pesare enormemente sugli sviluppi della situazione, e di allargare il fossato che, da troppo tempo, divide le élites politiche dal comune sentire degli italiani. Finora, infatti, gli sforzi compiuti per giungere ad una soluzione non sono si sono dimostrati vani, ma hanno dato luogo ad una rappresentazione che non é degna di un Paese come l’Italia. Né, onestamente, si può imputare a tizio o caio la responsabilità di questo piccolo disastro, ignorando le cause oggettive che se sono l’origine.

Sergio Mattarella ha motivato il suo rifiuto, in punta di diritto. La Costituzione, tuttavia, non vieta la possibilità di un bis, come dimostrato dall’elezione di Giorgio Napolitano. Durante i lavori della Costituente, del resto, il problema fu affrontato dalla Commissione dei 75 e risolto in positivo. Si dichiarò a favore di quest’eventualità Palmiro Togliatti, mentre Aldo Moro ritenne che del problema non fosse necessario farvi menzione. Per cui, alla fine, del problema non si fece più cenno, salvo i successivi interventi dei Presidenti Segni e Leone.

Alla luce di queste considerazioni, le remore mostrate da Sergio Mattarella non potevano che avere una matrice diversa. Questioni di opportunità più che di diritto: evitare di dare l’impressione che la Presidenza della Repubblica potesse trasformarsi in una sorta di carica dinastica. Dimostrazione, indubbiamente, di una grande sensibilità istituzionale, anche se non sapremmo dire, fino a che punto compatibile con il dipanarsi della vicenda politica nazionale e delle sue drammatiche contraddizioni.

Naturalmente trattandosi di un ipotetico bis, questa coincidenza richiede una qualche spiegazione. Ed essa è data dal rapporto che intercorre tra la forma del sistema politico ed il ruolo della Presidenza della Repubblica. Ruolo che, negli anni che ci separano da quel lontano 1947, è profondamente cambiato. Per i Padri costituenti, infatti, la soluzione dell’enigma era relativamente facile: da un lato una Repubblica parlamentare, organizzata su basi proporzionali, dall’altra la figura del Capo dello Stato, garante dell’unità nazionale. Il problema, allora, era quello di individuare la formula migliore per giungere alla sua elezione, garantendo il massimo di partecipazione, senza interferire con la titolarità della sovranità nazionale, attribuita in modo esclusivo alle due Camere.

Eppure nonostante ciò, l’ipotesi di un’elezione diretta, da parte dell’elettorato, fu attentamente presa in considerazione. A favore si pronunciarono uomini come Roberto Lucifero, che era il segretario del Partito liberale, o Meuccio Ruini, esponente dell’area socialista che fu Presidente della Commissione dei 75 e in seguito divenne Presidente del senato e poi Senatore a vita. Contro, invece, a nome del PCI, Umberto Terracini. Comunque, alla fine, la proposta, nonostante il generoso tentativo di Ruini, che nel presentarla si dichiarò ancora una volta a favore del suffragio universale, fu respinta.

Ci si deve ritornare sopra? Sembrerebbe di sì, stando almeno alle dichiarazioni di Giorgia Meloni o dello stesso Matteo Renzi, che paragona l’attuale kermesse quirinalizia ad una sorta di “X Factor”. Difficile dar loro torto. Quel modo di procedere è entrato in crisi fin dal 1992, con l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro, al sedicesimo scrutinio e solo dopo il diluvio di bombe che portò alla strage di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. I successivi due Presidenti – Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano – non fanno testo. Poterono beneficiare della grande novità rappresentata dal consolidarsi di quel sistema bipolare, che aveva preso il posto della vecchia repubblica, fondata su un sistema elettorale di tipo proporzionale.

Quel sistema funzionava e funziona solo se, nell’ambito dei due schieramenti contrapposti, esiste il baricentro rappresentato da un partito egemone. Com’era il PD di allora, seppure nelle diverse denominazioni, nell’ambito del centro sinistra e Forza Italia, sul fronte opposto. Ma se questa condizione viene meno, come è avvenuto oggi, il corto circuito diventa inevitabile. E non mette in crisi solo il sistema elettorale per la scelta dell’inquilino del Quirinale, ma il rapportarsi tra loro dei diversi partiti che compongono le due contrapposte coalizioni. Per ciascuno dei quali inizia la ricerca spasmodica di un proprio spazio vitale.

É quanto si è verificato nel corso dell’intera legislatura, segnata da passaggi che definire ruvidi è un semplice eufemismo: prima l’alleanza giallo – verde, poi quello giallo – rossa, a sostegno dello stesso Presidente del consiglio: Giuseppe Conte. Quindi la crisi, di fronte alla palese inadeguatezza del Governo, nel far fronte alla “peste del secolo”. Ed infine la decisione di Sergio Mattarella nel dar luogo ad una soluzione inedita: Mario Draghi e una maggioranza di unità nazionale. Soluzione subita dalle principali forze politiche, ormai debilitate nell’inutile sforzo di mantenere in vita il vecchio governo. Vale a dire il Conte bis.

Torniamo allora dal punto da cui siamo partiti. La scelta di Mario Draghi, alla presidenza del consiglio, rispondeva all’esigenza di far fronte ad un’emergenza nazionale ed internazionale. In nome della quale si sospendeva, per così dire, la normale dialettica partitica. Il Governo (del Presidente) prendeva corpo sotto la diretta responsabilità di Sergio Mattarella: in grado di garantire una sponda protettiva, in grado di sostenere stesso Presidente del consiglio, il quale, com’è noto, non ha alcun partito di riferimento. E quindi nessuna forza, al di là del proprio indiscusso prestigio, personale da far valere.

Quel supporto, che è elemento costitutivo di un equilibrio politico complessivo, può essere garantito da un altro Presidente della repubblica? Forse sì, ma forse anche no. Dipende dall’evolversi di una congiuntura parlamentare, al momento indecifrabile. In quanto figlia di uno smottamento nei rapporti di forza tra tutti i partiti o i movimenti che compongono le due contrapposte coalizioni, che già si muovono in vista delle prossime scadenze elettori. All’insegna di una campagna, che sembra essere già iniziata.

Se questo è l’orizzonte, obiettivo prioritario dovrebbe essere quello di preservare l’attuale Governo, proprio per consentire ai singoli partiti di fare il loro mestiere, – “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” – secondo il disposto dell’articolo 49 della Carta costituzionale. Se tutto ciò può essere garantito dall’elezione di un nuovo Presidente della Repubblica, tanto di guadagnato. Ma di fronte ad una missione impossibile, le obiezioni finora addotte da Sergio Mattarella dovrebbero cedere di fronte al manifestarsi di una nuova emergenza nella vecchia emergenza.

 

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