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Che cosa succede fra Italia e Marocco? Il caso Ikram Nazih

Marocco

Perché si parla poco del caso dell’italomarocchina Ikram Nazih. Il corsivo di Giuseppe Gagliano

 

Le contraddizioni tra le democrazie i loro sacri valori – libertà, rispetto della persona, sacralità della vita – e la logica dell’economia globalizzata e della sua competizione sembrano non conoscere fine. All’orizzonte infatti si profila una nuovo caso Zaki.

Stiamo naturalmente parlando della italomarocchina di Ikram Nazih.

Nata in Italia da famiglia marocchina, a Vimercate, comune della Brianza, da qualche tempo viveva a Marsiglia, in Francia, dove studiava Giurisprudenza. Nel 2019, e questo è il suo reato, ha condiviso sul suo profilo Facebook un post, nel quale ironizza su una Sura del Corano, definendola “versetto del whiskey”. Una vignetta al tempo piuttosto diffusa sui social, che la 23enne ha condiviso ma quasi subito cancellato, ma non abbastanza velocemente da evitare di essere denunciata da parte di un’associazione religiosa marocchina alle autorità di Rabat.

Due anni dopo, lo scorso giugno, Nazih prende un aereo per il Marocco, per andare a trovare la famiglia. Atterrata all’aeroporto di Rabat, viene immediatamente fermata: è stata denunciata per aver offeso pubblicamente l’Islam, che in Marocco è religione di stato. Il codice penale del Marocco prevede una condanna fino a 2 anni di prigione per chiunque offenda la religione islamica, e la pena può arrivare fino a 5 anni se la violazione viene commessa in pubblico o tramite i social network. Il 28 giugno è stata condannata a una pena di tre anni e mezzo di carcere e al pagamento di 50.000 dirham, ovvero circa 4.800 euro.

Anche in questo contesto, come quello egiziano, il nostro Paese – come tutti gli altri Stati europei, in particolare la Francia (con 420 milioni di euro nel 2020), ed extraeuropee come gli USA – ha da tempo delle proficue collaborazioni di natura economica sia nel contesto petrolifero sia nel contesto automobilistico che in quello meno politicamente corretto ma altrettanto proficuo delle armi e delle possibili esportazioni in questo settore.

Siamo in attesa che qualche illustre accademico – la cui utilità e la cui lungimiranza sono analoghe a quelle degli analisti che hanno pianificato la Guerra in Iraq e Afghanistan – nel campo della filosofia della politica delle scienze politiche e della sociologia possa risolvere sul piano speculativo contraddizioni così evidenti e stridenti. D’altronde la speranza è l’ultima a morire…

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