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Mario Draghi e i problemi di fondo dell’Italia

di

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L’analisi di Gianfranco Polillo

A distanza di oltre centocinquant’anni dall’unità d’Italia, sembra che alcuni problemi di fondo siano rimasti gli stessi. A partire dagli squilibri nord-sud che alcuni storici dell’economia hanno collocato addirittura al XIV secolo ed anche oltre. Il dramma di un nord che vive in solitudine. Con una struttura industriale che, ancora oggi, si dimostra capace di competere a livello internazionale, perfettamente inserita nelle grandi catene del valore. Con punte di eccellenza, che la rendono insostituibile nella fornitura di prodotti intermedi. Che poi le grande aziende globali assemblano nei loro manufatti destinati a soddisfare le esigenze di un mercato che non conosce confini, ma si irraggia nei quattro continenti. La loro dislocazione territoriale è cambiata poco nel tempo. Una volta era il “triangolo industriale”: Piemonte, Lombardia e Liguria. Oggi i suoi vertici sono Milano, Treviso e Bologna. Sono cambiati gli apicali, ma la forma – il triangolo appunto – è rimasta, più o meno, la stessa.

Non sarebbe nemmeno troppo male se il surplus derivante dagli attivi della bilancia dei pagamenti, che questa produzione determina, fosse poi investito all’interno, per allargare le basi produttive dell’intero Paese. Ma, purtroppo non è questa la realtà delle zone circostanti. Al contrario la grande palude che, in passato riguardava solo il meridione, si è progressivamente allargata, inglobando il Lazio, le Marche e buona parte della Toscana. Senza per altro risparmiare la stessa Liguria ed ampie zone del Piemonte.

Sembra di essere tornati ai tempi di Cavour. A quella politica del libero scambio, che il Piemonte aveva perseguito, prima dell’unificazione, ma solo in concomitanza con la firma di numerosi accordi commerciali, specie con la Francia e l’Inghilterra, volti a favorire l’afflusso di capitali da quelle Nazioni. Mentre il Mezzogiorno, allora dominato dai Borboni, si chiudeva in una politica protezionistica a difesa della produzione di zolfo, delle miniere siciliane. Un dualismo che rimase tale fino all’unificazione, quando il regime di libero scambio fu esteso all’intera penisola, distruggendo, nel Sud, quelle poche industrie che erano nate rachitiche, dietro le barriere del protezionismo.

Il miracolo della modernità è stato quello di aver riprodotto, oggi, un identico dualismo senza doversi dare la briga di foraggiare due regni distinti, ma lasciando agire, in modo incontrollato, le forze di mercato. Mentre la politica e le istituzioni si occupavano dei propri orticelli. Volgendo altrove lo sguardo. Ignorando quanto le passate generazioni si erano dannate nel tentativo di fornire una visione del fenomeno, che fosse in grado garantire una qualsivoglia via d’uscita.

Due erano state le principali teorie che, soprattutto negli anni ‘70 del ‘900, avevano cercato di misurarsi con la loro complessità. La prima risalente agli scritti di Antonio Gramsci, la seconda sostenuta con forza da Rosario Romeo, che aveva cercato di contestarne in radice i presupposti. Le tesi di Gramsci sono note. Egli vedeva nella mancata riforma agraria il perché della mancanza di una rivoluzione borghese in Italia. Il non aver distribuito la terra ai contadini aveva depresso la domanda interna e, quindi, impedito la nascita di un sistema industriale diffuso. Più o meno lo schema di Adam Smith, secondo il quale lo schema di uno “sviluppo naturale” era quello scandito dalla successione: sviluppo dell’agricoltura, capitali verso l’industria e, solo alla fine, commercio internazionale.

Rosario Romeo, sull’onda di economisti come Gerschenkron, sosteneva invece che l’arretratezza sociale del Mezzogiorno era stata funzionale allo sviluppo industriale dell’Italia. Lo Stato aveva avuto, infatti, la possibilità di tassare il latifondo, cosa che sarebbe stata impossibile nel caso di un’agricoltura dominata da piccoli appezzamenti di terreno. E con il relativo ricavato aveva potuto, specie durante il periodo della Destra storica, realizzare quelle infrastrutture di cui il Paese aveva assoluto bisogno. Per poi decollare sul piano industriale. Tesi che aveva scatenato la dura reazione degli storici di formazione marxista, ma che lo stesso Gerschenkron aveva condiviso solo in parte.

Dov’è l’attualità di quel dibattito? Ma basta considerare le caratteristiche dell’attuale “modello di sviluppo” dell’economia italiana per rendersene conto. Un moloc industriale dalle basi ristrette, ma in grado di competere a livello internazionale, che genera ricchezza soprattutto, se non esclusivamente, per i propri addetti. L’assoluta prevalenza del mercato estero rispetto a quello interno. Fenomeno che non pone alcun problema di governance pubblica, se non un sostegno finanziario ed assicurativo, verso l’export. E che quindi consente al politico di turno d’occuparsi d’altro. Una domanda interna, infine, che ristagna e quindi rende difficile se non impossibile lo sviluppo di quelle strutture, con una prevalenza di piccole e medie imprese, in grado di soddisfarla.

Ed infine il surplus valutario generato ogni anno. Che si traduce in risparmio dopo aver azzerato la posizione debitoria verso l’estero degli anni precedenti, e che rimane inutilizzato. Non incontrando il corrispettivo dei necessari investimenti. In parte perché per le nuove o vecchie iniziative non c’è mercato, dato il ristagno dei consumi delle famiglie e della pubblica amministrazione, e per l’altro verso a causa dei vincoli di una domanda estera che è quella che è. Dal punto di vista della politica economica di ciascuno Stato un dato e non l’incognita del problema verso il quale operare.

Ed ecco allora il limite delle politiche di impostazione neo-classica. Modelli bloccati, sui quali è difficile operare dall’interno, senza ricorrere a quelle riforme che appaiono indispensabili. Che hanno, tuttavia, un handicap: richiedono un soggetto forte capace di realizzarle, andando oltre un orizzonte puramente congiunturale: sia esso di natura finanziaria o politica. Se si guarda alla politica italiana più recente è facile scorgere la ricaduta di queste contraddizioni. Nel volgere di pochi anni l’Italia ha sperimentato tutte le combinazioni possibili, in un crescendo rossiniano. Fino ad arrivare a Mario Draghi. Punto di arrivo, ma soprattutto punto di partenza – almeno così si spera – di quei nuovi assetti che possono (anzi dovrebbero) segnare la differenza. Per poter ricominciare.

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