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Macbeth e l’omaggio di Shakespeare a Giacomo I Stuart

di

Giacomo I

Il Bloc Notes di Michele Magno

Uno dei più celebri complotti della storia inglese è la cosiddetta “Congiura delle polveri”. Un gruppo di cospiratori cattolici, guidati da Guy Fawkes e Robert Catesby, aveva affittato una cantina situata sotto il Parlamento e l’adiacente abbazia di Westminster. L’intento era quello di far saltare in aria la Camera dei Lord il giorno dell’inaugurazione (“State Opening”), e con essa Giacomo I Stuart — succeduto a Elisabetta Tudor nel 1603 — e buona parte della nobiltà. Una soffiata anonima mette sull’avviso la polizia, e una perquisizione nei sotterranei del Parlamento porta alla scoperta, a inizio novembre 1605, di trentasei barili di polvere da sparo. Il 27 gennaio 1606 i congiurati sono processati per aver cercato di restaurare il cattolicesimo come religione di Stato, e per aver attentato all’incolumità della famiglia reale. È sir Edward Coke, il più eminente giurista del tempo, a sostenere l’accusa. Gli unici a sfuggire alla condanna a morte saranno i gesuiti Oswald Tesimond e John Gerard. Il loro superiore, Henry Garnet, sostenitore della dottrina dello spergiuro, viene invece impiccato tre mesi dopo. Per festeggiare lo scampato pericolo, a corte viene rappresentato in anteprima il Macbeth di William Shakespeare.

Il personaggio storico su cui si basa la figura del protagonista della tragedia regnò sulla Scozia dal 1040 al 1057 e, nonostante si fosse impadronito del potere assassinando il giovane e inetto sovrano Duncan, fu per molti anni un monarca saggio e buon amministratore. Almeno fino all’invasione del paese da parte delle forze inglesi al comando del cognato di Duncan, Siward, con il pretesto di difendere i diritti alla successione di Malcom Canmore, figlio giovinetto di Duncan. La guerra durò tre anni, e, dopo la sconfitta e l’uccisione di Macbeth, il figlio di Duncan regnò con il titolo di Malcom III, fino alla sua morte in battaglia contro l’esercito di Guglielmo il Conquistatore nel 1093.

Come sostiene Giorgio Melchiori nella sua magistrale monografia sul grande drammaturgo (Shakespeare, Laterza, 2005), queste vicende vennero presentate in maniera ben più sinistra dagli storici e cronisti al servizio dei successori di Malcom, e la figura di Macbeth divenne quella di uno spietato tiranno. Quando poi il trono passò alla dinastia Stuart, ci si adoperò per scovare antenati nobili di una casata che nel nome stesso indicava origini subalterne (Stuart è grafia alternativa di “Steward”, maestro di casa, maggiordomo), e nacque così la leggenda del nobile generale Banquo, assassinato da Macbeth, il cui figlio Fleance riuscì a fuggire nel Galles. Fleance sedusse la figlia del re del Galles, e il frutto della loro unione, Walter, divenuto adulto, ritornò in Scozia dove si comportò tanto valorosamente da venir nominato luogotenente generale (“Steward”) del regno. In seguito, egli avrebbe assunto il titolo conferitogli come nome della sua casata, e da lui discesero gli Stuart di Scozia.

L’eminente anglista italiano aggiunge che, per questa versione dei fatti, il Bardo attinse quasi esclusivamente all’opera che aveva già ampiamente utilizzato nei drammi storici, ossia “The Chronicles of England, Scotland and Ireland” di Raphael Holinsed (1587). In essa si dà grande rilievo alla profezia delle streghe e alla loro consultazione da parte di Macbeth, si descrive l’agguato a Banquo e la fuga di Fleance, il massacro di Lady Macduff con i suoi figli. Inventato quasi di sana pianta, al contrario, è il personaggio di Lady Macbeth,  donna ambiziosa di diventare regina e istigatrice dell’assassinio di Duncan. Il suo ritratto serve a esonerare da ogni colpa Banquo, che invece è presentato da Holinsed come complice di Macbeth, il quale si liberò di lui solo dieci anni dopo, quando l’usurpatore cominciò a temere che l’ultima parte della profezia delle streghe, secondo cui i discendenti di Banquo lo avrebbero spodestato, stesse per avverarsi.

La presentazione del tutto positiva della figura di Banquo ha indotto molti critici a considerare Macbeth come un omaggio degli “uomini del re” al nuovo sovrano della Gran Bretagna, lo scozzese Giacomo I, che aveva preso sotto la sua protezione la compagnia teatrale di Shakespeare, e che si proclamava discendente della stirpe di Banquo. Forse taluni hanno esagerato le sue intenzioni encomiastiche, ma non v’è dubbio, conclude Melchiori, che non soltanto le molte allusioni interne, ma la scelta dell’argomento e, ancor più, la struttura stessa della tragedia siano strettamente legate all’avvento della dinastia Stuart sul trono d’Inghilterra.

Del resto, lo prova la lunga scena, ambientata presso la corte di Edoardo il Confessore, in cui Malcom di Scozia enuncia le virtù che si addicono al re (giustizia, sincerità, temperanza, fermezza, generosità, perseveranza, misericordia, umiltà, devozione, pazienza, coraggio, fortezza). Sono sostanzialmente quelle che lo stesso Giacomo I aveva elencato nel trattato Basilikon Doron (in greco antico, “dono reale”), scritto per l’istruzione del principe ereditario (e in gran parte mutuato da quel codice del sovrano cristiano che il il libro Della Ragion di Stato del gesuita Giovanni Botero, 1589). È in questa scena, infatti, che Shakespeare per la prima volta introduce un discorso politico nel senso moderno della parola, ovvero rilegge la storia in funzione dell’attualità politica.

 

 

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