Mondo

M5s dalle stelle alle stalle?

di

Rutte

La parabola del Movimento 5 Stelle vista da Gianfranco Polillo

Quello dei 5 stelle è ormai un esercito in rotta. Si conta che, dall’inizio della legislatura, almeno un terzo dei “portavoce” – i parlamentari che rappresentano gli iscritti e solo quelli – siano fuori. File che si sono ingrossate in quest’ultima fase. Un po’ per la libera scelta dei singoli, ma soprattutto per quel clima da caserma, che si è instaurato subito dopo il voto degli “attivisti” sulla piattaforma Rousseau, sul sostenere o meno il Governo Draghi.

Chi ne ha violato il verdetto, sebbene la maggioranza fosse stata quella che si è vista, perdeva ogni diritto. E veniva cacciato. Come avveniva, soprattutto in passato (ma ancora oggi in alcuni Paesi) per il reato di apostasia, addirittura punibile con la pena di morte. In pochi mesi, quindi, il MoVimento è passato dalle stelle, che ne erano il suo emblema, alle stalle. Un’involuzione che richiama alla mente, un’altra grande disfatta, quello degli austro-ungarici nella Grande guerra, i cui “resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo” risalirono “in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.”

Paragone ardito? Considerato che quelle citate altro non sono che le ultime parole del Bollettino della vittoria, del 4 novembre 2018. Però chi ricorda il delirio di onnipotenza dei primi giorni non si meraviglierà. Allora sembrava legittimo e normale paragonare il Parlamento ad una scatoletta di tonno; proporre l’impeachment nei confronti del presidente della Repubblica; considerare i pensionati italiani “parassiti” da punire severamente; inneggiare dal balcone di Palazzo Chigi sulla fine della povertà, dopo aver definitivamente sfondato le casse dello Stato. E via dicendo: trascurando le idiozie sull’euro, l’abbraccio con i gilet gialli. E mille altre nefandezze.

Indubbiamente la fine di ogni utopia. Regressiva quanto si vuole, ma sempre utopia. Non è la prima volta che questo succede. Anzi è la normalità. Passata l’euforia iniziale si torna con i piedi per terra. Ed allora si chiamano a raccolta i sapienti per giustificare, con il loro storicismo (Vico, Hegel, Croce), i cambiamenti di rotta. Che tuttavia dovrebbero essere progressivi e graduali, onde evitare la sensazione di una disfatta. Quella che si legge nell’ultima intervista di Luigi Di Maio. I 5 stelle “scelgono di essere finalmente e completamente una forza moderata, liberale, attenta alle imprese, ai diritti, e che incentra la sua missione sull’ecologia”. Dove l’aspetto più inquietante è la scelta di quell’avverbio “finalmente”. Che quasi denota un senso di liberazione.

Ma da che? Dottor Jekyll e Mr. Hyde. Forse Di Maio soffriva allora di uno sdoppiamento di personalità. Stringeva le mani ai rivoltosi di Parigi, ma pensava invece alla sua grisaglia ministeriale, non vedendo l’ora di poterla indossare, eliminando ogni possibile senso di colpa. Cosa possibile solo oggi, grazie alla presenza di Mario Draghi, che ha fatto da catalizzatore. Ed il povero Giuseppe Conte? Nessuna apprensione. Tornerà alla guida di un MoVimento ormai normalizzato, nella speranza di poterne arrestare una catastrofica deriva.

Ci riuscirà? Staremo a vedere. Per il momento lo scetticismo è d’obbligo. La riconversione dei vertici di una qualsiasi formazione politica è di facile attuazione. In quel caso sono in gioco risorse importanti, almeno per chi partecipa alla partita: posti di potere, prebende, carriere e via dicendo. Ma trascinare su un’altra sponda gli antichi elettori è operazione molto più complessa. Specie nel caso di un’adesione originaria più legata ad un fatto emotivo, che non al sentire profondo di una forza, ben più radicata che nella storia nazionale.

La nascita dei 5 stelle, non va dimenticato, fu soprattutto la conseguenza delle politiche della lesina di Mario Monti. Prima di allora la loro consistenza numerica non andava oltre i piccoli raggruppamenti dei meetup. “Quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo”: come canta Gino Paoli. Ma in grado di intercettare la rabbia improvvisa di quel ceto medio che la politica governativa aveva, di colpo, impoverito. Ancora oggi è difficile capire se quella reazione fosse solo l’effetto delle misure prese, o vi abbia contribuito anche la notevole alterigia di molti ministri, a partire dal Presidente del consiglio. L’effetto fu comunque devastante. E i 5 stelle giunsero, in un solo momento, a sfiorare il 25 per cento dell’elettorato. Che divenne il 32 per cento nella successiva legislatura.

Vi contribuì, in notevole parte, l’azione del Pd. Lo smottamento di Forza Italia, che portò alla nascita del Nuovo centro destra. Quindi Matteo Renzi, divenuto segretario del partito, che umilia Enrico Letta. Poi gli 80 euro concessi ai redditi più bassi e la grande vittoria alle elezioni europee. Per terminare con la sconfitta sul referendum costituzionale. E l’avvento di Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi. La concitazione di quegli anni e la sensazione di un mondo inevitabilmente destinato a finire. A far da levatrice alla “resistibile ascesa” del MoVimento. Oggi in fase discendente.

Basterà quindi la semplice presenza di Giuseppe Conte, nel ruolo che, nei prossimi giorni, sarà forse definito a casa dell’Elevato, per modificare questa tendenza? Staremo a vedere. La mossa appare, fin dall’inizio, un po’ disperata. L’ultimo tentativo, prima di lanciare lo SOS, in vista del possibile naufragio. Il che spiega la prudenza dello stesso candidato, del resto un po’ deluso dalla mancata risposta all’appello da lui stesso lanciato dal tavolino di Piazza Montecitorio, mentre Mario Draghi portava a termine le sue consultazioni. Si dice che la politica sia un virus. Una volta che ti prende non ti abbandona. Vedremo se e fino a che punto prenderà anche l’ex “avvocato del popolo”, trascinandolo in un’impresa tutt’altro che semplice.

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