Caro direttore,
parafrasando Marx, c’è un spettro che si aggira per l’Occidente: lo spettro del trumpismo. Ormai pochi, forse nessuno, è disposto a prendere sul serio l’uomo da cui prende il nome il fenomeno. Ormai molti, forse tutti, in questa parte del mondo detestano il suo bullismo caotico e i suoi ridicoli show mediatici.
Forte con i deboli (Venezuela e Cuba), mette dazi a raffica, alimenta l’inflazione e il caro-energia. Con la sua guerra erratica contro l’Iran, colpisce il portafoglio e la sicurezza sociale dei consumatori di buona parte del pianeta. Minaccia di abbandonare la Nato e di cancellare la storia dell’atlantismo a guida americana. Litiga con gli europei (che hanno poche armi) e maltratta il Papa (che non ha divisioni) in modo irriverente e grossolano, mettendosi al posto dei cardinali e dello Spirito Santo come suo grande elettore.
Debole con i forti, china il capo di fronte a Xi Jinping su Taiwan e abbandona l’Ucraina alle grinfie di Putin. La sua “America First” viene ormai percepita come il gioco di una cricca di potere che ha a cuore soltanto i propri interessi finanziari e di arricchimento personale. E chi ha puntato su Trump, nel governo italiano, ha dovuto fare marcia indietro.
Ma Trump ha messo fine al conflitto tra israeliani e palestinesi, dice qualcuno. In realtà, dopo sei mesi dell’accordo sul cessate il fuoco a Gaza, le cose non stanno così: tregua fragile, Hamas non disarmata, nuova governance inesistente, ritiro non definito.
Probabilmente gli elettori americani a novembre daranno una legnata al tycoon newyorkese. Attenzione, però. Il personaggio è capace di tutto. Anche di scatenare una guerra civile (Capitol Hill docet). È infatti difficile credere che un personaggio affetto da delirio di onnipotenza sia disposto ad accettare una transizione pacifica del potere.




