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La lettura ai tempi del Coronavirus

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Fra i pochi vantaggi della reclusione domiciliare a cui siamo costretti c’è forse quello di poter leggere un buon libro. Il Bloc Notes di Michele Magno

Fra i pochi vantaggi della reclusione domiciliare a cui siamo costretti, c’è forse quello di poter leggere un buon libro seguendo i suggerimenti di Italo Calvino: “Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O, se non vuoi non dirlo, speriamo che ti lascino in pace”.

È il celebre incipit del suo metaromanzo, composto da dieci inizi di romanzi intervallati dai racconti dei due protagonisti, il Lettore e la Lettrice. Pubblicato nel 1979, è una sorta di libro-manifesto che invita a distaccarsi dagli affanni dell’esistenza, a rifugiarsi nelle terre del silenzio e dell’immaginazione. Intendiamoci, nella realtà della vita quotidiana solo uno sfaccendato senza famigliari in casa (come chi scrive) avrebbe la possibilità di seguire alla lettera i consigli dell’inventore di una memorabile trilogia di favole araldiche. Ai tempi del Coronavirus, tuttavia, qualche ora in più per sperimentarli forse ci è concessa. Sempre che si consideri il libro, come recita un motto di Abū Hayyān al-Jāhiz, un sapiente arabo del IX secolo, “un amico che non va a dormire se non prima che tu stesso sia caduto nel sonno”.

In un mondo segnato da trasformazioni tecnologiche incessanti, è infatti lecito porsi questa domanda. Basta ricordare alcune date per avere un’idea della loro velocità. La prima grande rivoluzione nei mezzi di comunicazione, la scrittura, risale al 4000 a.C circa, i geroglifici egizi compaiono verso il 3200 a.C, mentre bisognerà aspettare il 1000 a.C per la scrittura alfabetica. Intorno al terzo secolo d.C il codice sostituisce il rotolo, creando la forma “libro” che resiste ancora oggi; verso il 1450 comincia la straordinaria avventura della stampa a caratteri mobili. Le moderne rivoluzioni scattano invece negli ultimi decenni del Novecento: la parola Internet vede la luce nel 1974; il Web nasce nel 1991 nei laboratori del Cern; si diffonde negli anni Novanta; nel 1998  esordisce Google, e siamo solo agli inizi. Ecco, allora, che si è subito fatto avanti chi ha decretato addirittura la fine del libro e la fine — o la crisi profonda — della lettura nelle forme tradizionali fin qui conosciute.

A quanti non condividono e non accettano l’ineluttabilità di tale (funesta) prospettiva, segnalo un recente volume della storica della letteratura italiana Lina Bolzoni: “Una meravigliosa solitudine. L’arte di leggere nell’Europa moderna” (Einaudi, 2019). È un viaggio, dotto e affascinante, attraverso i piaceri e i riti della lettura celebrati da autori insigni: solo per fare qualche nome, da Petrarca a Boccaccio agli umanisti; da Machiavelli a Erasmo da Rotterdam; da Montaigne a Tasso, fino a John Ruskin e Proust.

Il “commercio” con i libri, scrive ad esempio Montaigne, è più sicuro e durevole degli altri due “commerci”, e cioè l’amicizia e l’amore: “Esso costeggia tutto il mio percorso e mi assiste dappertutto. Mi consola nella vecchiaia e nella solitudine. Mi scarica dal peso di un ozio noioso, e mi libera in ogni momento dalle compagnie che m’infastidiscono. Smussa le punture del dolore, se non è del tutto estremo e dominante. Per distrarmi da un’idea importuna non ho che da ricorrere ai libri: essi mi attraggono facilmente a sé e me la sottraggono. E tuttavia non si ribellano vedendo che li cerco solo in mancanza di quegli altri piaceri più reali, vivi e naturali. Mi accolgono sempre con lo stesso volto” (“Saggi”, Bompiani, 2012).

Nella sua galleria dei grandi del passato che hanno dialogato con i libri, avverte Bolzoni, mancano le donne. Si sa che nei secoli c’è stata una profonda diffidenza verso il loro accesso alla cultura. Basti pensare che ancora all’inizio dell’Ottocento circolava un testo, una specie di repertorio dei pericoli che la lettura rappresentava per il sesso femminile, che potrebbe apparire grottesco e paradossale, se non fosse un serio e fedele interprete del senso comune dell’epoca.

Si tratta del “Progetto di legge per vietare alle donne di imparare a leggere”, pubblicato in Francia nei primi mesi del 1801. Dopo un’ampia descrizione dei danni prodotti, nella vita pubblica e domestica, dalle donne che sanno leggere, seguono gli articoli della legge, fra cui spiccano il dodicesimo, “La Ragione vuole che i mariti siano gli unici libri delle loro mogli, libri viventi, ove giorno e notte esse imparino a leggere il proprio destino”, e il sedicesimo, “La Ragione vuole che le donne si astengano dall’astronomia: contino le uova giù in cortile, non le stelle del firmamento!”.

Solo che, paradossalmente, l’estensore della proposta, Sylvain Maréchal, aveva partecipato alla Rivoluzione del 1789 e aveva contribuito, con Babeuf, Buonarroti e Darthé, alla redazione del “Manifesto degli uguali” (1796) in cui si proclamava la necessità di una radicale uguaglianza sociale. Ma evidentemente le donne non avevano diritto di farne parte. In verità, quel progetto di legge era anche la reazione a una realtà che stava cambiando. La voce delle donne come protagoniste nell’esperienza della lettura si stava già facendo e si sarebbe fatta sentire sempre più forte, pur tra mille difficoltà.

Bolzoni cita, in proposito, un saggio scritto da Virginia Woolf nel 1926 in occasione di una conferenza tenuta in una scuola femminile, e che costituisce uno splendido elogio della lettura intesa come puro piacere: “Io almeno ho a volte sognato che il giorno del Giudizio universale, quando tutti i grandi condottieri e avvocati e uomini di stato arriveranno in cielo per ricevere le loro ricompense — le loro corone, i loro lauri, i loro nomi indelebilmente incisi sul marmo imperituro — l’onnipotente guarderà San Pietro e gli dirà, non senza una traccia d’invidia nel vederci arrivare con i nostri libri sotto il braccio: -Questi non hanno bisogno di ricompensa. Qui non abbiamo niente per loro. Sono quelli che amavano leggere” (“Come dobbiamo leggere un libro?”, in “Saggi, prose, racconti”, a cura di Nadia Fusini, Mondadori, 1998).

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