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Libia, le dimissioni di Sarraj, il ruolo della Turchia e gli scenari

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Libia

Che cosa succede in Libia dopo l’annuncio di dimissioni fatto dal premier libico Fayez al-Sarraj

Il premier libico Fayez al-Sarraj, in un discorso in tv, ha dichiarato il proprio desiderio di “cedere” le proprie “responsabilità al prossimo esecutivo non più tardi della fine di ottobre”. Nell’esprimere più un auspicio che una certezza, il capo dell’attuale governo di unità nazionale, di fatto limitato alla sola Tripolitania, ha auspicato che “la commissione per il dialogo finisca il suo lavoro e scelga un consiglio presidenziale e il primo ministro”.

Si tratterebbe di una mossa per accelerare le trattative in vista di un nuovo esecutivo già il mese prossimo, e prima delle elezioni americane. Non a caso – sottolinea l’Ansa– è arrivata la notizia della convocazione, per il 5 ottobre prossimo, di un vertice internazionale sulla Libia, una sorta di conferenza di Berlino 2. Una riunione virtuale – preannunciata dalla Dpa – con Onu, Germania e le cancelliere di tutti gli attori coinvolti nel dossier, tra cui l’Italia.

Sulle dimissioni ‘tattiche’ di Sarraj, diventato premier nel marzo 2016 dopo i 18 mesi di negoziati che nel dicembre dell’anno prima aveva prodotto l’accordo di Skhirat, pesa l’incognita dell’accordo ancora da annunciare sulla composizione dell’esecutivo, che dovrebbe rispecchiare le almeno tre anime della Libia costituite dalle regioni Tripolitania (ovest), Cirenaica (est) e Fezzan (sud). E perché la sua partenza non sia al buio, i negoziati dovranno tener conto anche delle rivalità e ambizioni geopolitiche fra l’altro di Turchia, Egitto, Emirati, Russia; della ripartizione delle vitali risorse petrolifere attualmente ancora in gran parte in mano ad Haftar e della riottosità delle milizie di Tripoli e Misurata, su cui mettono in guardia gli analisti.

L’ANALISI DELL’ISPI

“La mossa del primo ministro tripolino non ha sorpreso gli osservatori, che già da tempo avevano colto le crescenti tensioni all’interno del GNA e parecchio scontento tra i libici: lo stesso al-Serraj, nei mesi passati, si è detto più di una volta pronto a lasciare – ha scritto Federica Saini Fasanotti, Non-resident Fellow, the Brookings Institution e Senior Associate Research Fellow, ISPI – Le sue dimissioni però non hanno effetto immediato, segnale che forse l’obiettivo della mossa è soprattutto quello di placar gli animi, senza una reale volontà di cedere l’incarico a un’“autorità” di cui non si conosce il nome e che difficilmente si materializzerà nelle prossime quattro settimane”.

IL COMMENTO DI REPUBBLICA

L’Onu in queste settimane ha trovato la forza per far ripartire il negoziato – ha scritto il quotidiano Repubblica – Il tentativo sarebbe quello di creare un “triumvirato”, un Consiglio a 3 con un rappresentante per ciascuna regione del Paese (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan). Da mesi l’idea circola e viene genericamente accettata. Il “Consiglio presidenziale” fu la formula inventata nel 2015 dall’Onu per avere una “presidenza collettiva”: 7 membri, scelti da tutte le regioni, guidati da un presidente e due vice- presidenti. Sotto di loro i ministri”.

UN TONFO PER L’ITALIA?

Le dimissioni annunciate dal primo ministro libico non sono “certo una buona notizia per l’Italia, il Paese europeo che più degli altri lo aveva sostenuto e con cui intrattiene solide relazioni”, ha sottolineato il Sole 24 Ore: “E comunque le dimissioni di Serraj suggeriscono come la lotta per il potere all’interno del Governo di accordo nazionale si è inasprita. Serraj, già ostaggio delle milizie rivali, si è dovuto far da parte probabilmente su pressioni di qualche potenza straniera. A fine agosto vi era stata una sorta di resa dei conti tra il premier e Fathi Bashaga, il potente ministro degli Interni interlocutore privilegiato del Governo turco. In seguito alla soppressione molto violenta delle manifestazioni popolari di Tripoli contro il carovita e il Governo, Serraj aveva messo sotto inchiesta Bashagah per poi liquidarlo. Pochi giorni dopo aveva dovuto accettare il ritorno di Bashagah alla poltrona di ministro degli Interni”.

IL RUOLO DELLA TURCHIA

Ma qual è il ruolo della Turchia che ha sostenuto Sarraj? “Lo scorso autunno era volato ad Ankara per rafforzare la sua alleanza con la Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan. Un patto che, grazie alle armi e ai soldati turchi, e a oltre mille miliziani siriani inviati da Ankara, gli ha permesso di ribaltare le sorti della guerra civile e ricacciare Haftar fino a Sirte. Ora Erdogan potrebbe aver presentato il conto – ha rimarcato il Sole 24 Ore – A Tripoli probabilmente dovrà andarci un uomo più determinato, più vicino alla Turchia e alla Fratellanza musulmana. Potrebbe prevalere la fazione di Misurata, la “Sparta” della Libia, che vanta milizie molto forti e agguerrite. L’asse tra Ankara e Misurata fa capo al vice presidente Ahmed Maitig, che due giorni fa era in visita proprio in Turchia, e al ministro dell’Interno Bashagah”.

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