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Che cosa celano le bordate fra Letta e Salvini

di

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Mosse e parole di Enrico Letta, segretario del Pd, analizzate da Gianfranco Polillo

Prendiamo per buona l’idea di Paolo Mieli, dalle pagine de Il Corriere della sera. Lo sforzo di Enrico Letta sarebbe duplice: dare un‘identità al Pd ed, al tempo stesso, preparare il terreno per giungere ad un sistema elettorale bipolare, che favorisca l’alleanza con i 5 stelle. Correggendo quindi la grande confusione che fu, soprattutto, figlia della gestione di Nicola Zingaretti. Il cui rapporto ancillare, nei confronti di Giuseppe Conte, aveva impedito al Partito di elaborare una propria visione. Questo secondo aspetto, per la verità, Mieli, non lo analizza con la necessaria chiarezza. Ma il giudizio, comunque si intravede, nello schema descritto ed auspicato. Lo scontro tra Letta e Salvini come premessa di un sistema elettorale tendenzialmente bipolare.

Ugo Magri, dalle colonne dell’Huffington Post, rincara la dose. Letta e Salvini sono come i ladri di Pisa. “L’uno si fa garante contro gli scivolamenti a destra, l’altro contro le sbandate a sinistra. Polemizzando a vicenda, entrambi ricavano un tornaconto che, se non suonasse altamente irriguardoso, ricorderebbe a Letta i famosi ladri di Pisa, la sua città. I quali di giorno fingevano di litigare e la notte facevano bottino insieme. Di lotta e di governo, per dirla oggi in politichese”. Entrambi avrebbero quindi il loro tornaconto. Il primo, Letta, per togliere a Giuseppe Conte la bandiera dell’anti-Salvini. Il secondo per contenere la resistibile avanzata di Giorgia Meloni.

Fin qui il rigore del distacco. Ma basta addentrarsi nelle pagine interne dei giornali che il profilo cambia. Sempre su il Corriere della sera, Alessandro Trocino svela il pensiero recondito di Enrico Letta, riportando una sua intervista a Il Tirreno: “E’ la Lega che deve spiegare il suo appoggio a Draghi. Ha cambiato posizione sull’Europa, con una riunione tra Salvini e Giorgetti in un bar, di fronte ad una tazza di caffè. La Lega oggi è una caricatura della politica. In un altro bar, davanti a un caffè, tra qualche mese potrebbe tornare il Salvini di prima”. Potenza di quell’antico livore contro il nemico, che, come tale, è destinato nuovamente a manifestarsi.

Difficile dire se una simile analisi sia più superficiale o più propagandistica. Di certo è fuorviante. Che la Lega, in passato, non abbia condiviso gli entusiasmi degli europeisti è storia acclarata. Ma cosa c’era dall’altra parte del fronte? Un’adesione acritica, dovuta alla modestia degli interlocutori italiani ed al conseguente sacrificio di ogni briciola di dignità nazionale. Una retorica, spesso imbarazzante, condita di slogan (i compiti a casa), che una massa crescente di elettori trovava sempre più insopportabile. La Lega non ha fatto altro che intercettare questo sentimento e passare da quel piccolo consenso iniziale ad essere il primo partito politico italiano.

Per fortuna l’Europa di oggi non è più quella dei mesi passati. Basti pensare alla Next generation Eu. E Mario Draghi non è Giuseppe Conte. Quel cambio di inquilino, a Palazzo Chigi, ha segnato la differenza. E spinto la Lega, che per prima aveva proposto quella soluzione, a passare il Rubicone. Ma può il nord che si riflette, con maggiore intensità, nelle posizioni di quel partito, essere pervaso da uno spirito anti europeo o anti Atlantico; quando la sua ricchezza è dovuta, in larga misura, alla sua capacità di esportare e di competere, nella grande arena internazionale? Non si dimentichi che verso l’Europa e gli Stati Uniti si dirige circa l’80 per cento delle esportazioni italiane. Domanda evidentemente solo retorica.

Ma visto che siamo in tema, sarebbe ora di aggiornare le nostre analisi sul Bel Paese, continuamente dipinto come refrattario ad ogni crescita della produttività. Ma se fosse così, come spiegare, allora, quel forte attivo della bilancia commerciale? Non è esso conseguenza di una grande capacità di innovare nei processi produttivi, di coniugare alte qualità delle prestazioni e contenimento dei costi? Purtroppo questo nucleo di eccellenza è circoscritto in un triangolo di qualche decina di chilometri quadrati, tra Milano, Treviso e Bologna. Mentre per il resto del territorio nazionale prevale quella zavorra, che trasforma le statistiche nazionali nella media di Trilussa. Incapace di cogliere l’essenza del fenomeno che si vorrebbe analizzare.

Al di delle chiacchiere della politica politicante, questa, quindi, è la vera garanzia della svolta europeista della Lega. Che rimarrà tale almeno fin quando le classi dirigenti italiani non faranno altro che comportarsi come quelle tedesche o francesi. Lo spirito di Mario Draghi, appunto. Altro che conversioni improvvise di fronte ad una tazzina caffè. Ed allora quella simmetria, tra il Pd da un lato e la Lega dall’altro, di cui parla stampa italiana, va necessariamente analizzata e qualificata ulteriormente. Perché una differenza di sostanza esiste: mentre Enrico Letta tende a polarizzare verso l’estrema, alla ricerca di un’identità perduta, Salvini si rivolge, verso il centro, pur senza prestare il fianco alla concorrenza di Giorgia Meloni.

Quale sarà la strategia più indovinata si vedrà. Ma se fossimo in Enrico Letta, non saremmo poi così “sereni”.

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